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UNA CITTA’, UN PERSONAGGIO, UN’ARTE

 

 FABRIANO, IL SUO PITTORE GENTILE E L’ARTE DELLA CARTA

 

(a cura di Maria Cristina Giammetta)

 

Fabriano, antica città delle Marche, costituisce un esempio singolare nel novero dei centri italiani di remota formazione. Mentre infatti la maggioranza degli insediamenti in Italia ebbero origine a scopo difensivo per salvaguardare, dominandolo, un vasto territorio, Fabriano non presenta tali caratteristiche. La sua posizione geografica non mostra infatti un vantaggio di situazione, posta com’è nella valle del Giano – affluente del bacino montano del fiume Esino – una valle di modeste dimensioni.

Questa valle è chiusa da ogni lato da rilievi aspri fra i quali il fiume più ad est si apre a fatica una strada e Fabriano si trova ad occupare un sito poco elevato che non ha la facilità di difesa tipica assicurata da impervi strapiombi di alture, e neppure si trova al centro di un territorio ampio e fertile. Non può neppure vantare importanti vie di comunicazione da cui trarre particolari benefici. La sua nascita e il suo straordinario sviluppo furono dunque determinati esclusivamente da una speciale capacità di organizzazione della produzione manifatturiera che ha avuto il suo punto più alto nel settore della carta.

Fin dal primo formarsi del nucleo della città nel corso del XII secolo, originato dall’aggregazione di due castelli – Castelvecchio e Castelnuovo o Poggio – posti su due modestissime alture separate da una sella che oggi ospita la piazza del Comune, per Fabriano fu definita la vocazione industriale che fondò la sua forza e la sua ricchezza sulle attività produttive e sui conseguenti commerci.

Ciò che caratterizza la città in epoca comunale è il precoce e marcato sviluppo del ceto mercantile e artigianale che alla fine del ‘200 raggiungerà una posizione di predominio nelle istituzioni comunali. La lavorazione del ferro costituisce inizialmente la principale attività (tuttora nello stemma cittadino è raffigurato un fabbro), poi altre iniziative prendono avvio e in particolare quella per cui Fabriano diverrà famosa: la produzione della carta. Su quest’arte si baseranno infatti le fortune di Fabriano fino al tardo ‘500 e poi ancora dalla fine del ‘700 a tempi recenti.

La produzione della carta – pilastro dell’economia fabrianese insieme con la lavorazione della lana e la concia delle pelli – raggiunge, nella seconda metà del ‘300, il milione di fogli l’anno; viene venduta soprattutto a Venezia (sede di rinomati stampatori), Ancona, Perugia, Firenze, Pisa, Lucca, Siena; da Talamone viene imbarcata per i mercati esteri. Anche le tecniche di lavorazione sviluppate a Fabriano vengono esportate – ai cartai fabrianesi dei secoli XIII e XIV si devono infatti alcune importanti innovazioni tecnologiche per la lavorazione della carta: le “pile a magli” per la sfilacciatura degli stracci, la collatura della carta con gelatina animale e la filigrana –, sorgono così fabbriche di carta a Fermignano, Fossombrone, Bologna, Colle Val d’Elsa, Treviso.

Attualmente all’interno del suggestivo complesso monumentale dell’ex convento di S. Domenico (sec. XIV-XV) – dove si possono ammirare i due pregevoli chiostri quattrocenteschi e la decorazione della sala capitolare realizzata nel 1480 da Antonio da Fabriano – il Comune e le Cartiere Miliani hanno istituito il Museo della Carta e della Filigrana.

Un apposito comitato scientifico ha elaborato un progetto-programma selezionando attentamente il materiale e mettendo in atto una rigorosa ricerca delle fonti archivistiche per fornire un panorama completo di informazioni per la conoscenza approfondita dell’importanza culturale per la civiltà europea di questa arte  tradizionale.

È stato possibile così allestire una mostra permanente articolata in settori e sezioni che illustrano la fabbricazione a mano della carta con i processi di lavorazione mediante le antiche tecnologie e relativa utilizzazione del manufatto (operazioni che è possibile seguire mediante la fedele ricostruzione di una gualchiera medievale realizzata in un’ampia sala trecentesca); che espongono preziosi esemplari di filigrane artistiche antiche e moderne e descrivono le tecniche per ottenerle, oltre alla visualizzazione del viaggio storico della carta e a tutte le fasi di sviluppo di quest’arte a Fabriano insieme alla sua moderna attività produttiva, che dopo sette secoli continua ad essere esercitata con successo nello stesso luogo che per questo motivo un tempo divenne giustamente celebre in tutto il mondo (olim cartam undique fudit).

La prospera e vivace società cittadina fabrianese espresse di riflesso nel tempo numerosi uomini di cultura fra cui alcuni importanti pittori come Allegretto Nuzi, Gentile e Antonio da Fabriano, Francesco di Gentile, le cui opere arricchiscono le chiese della città.

Certamente il nome più celebre è proprio quello di Gentile.

Gentile di Niccolò, detto Gentile da Fabriano, appartiene ad una famiglia fabrianese di origine semplice ma affermata socialmente; infatti il nonno, Giovanni di Massio, è sì un fabbro ma ricopre nella corporazione di quell’antica arte il ruolo di sindaco ed è più volte priore della confraternita di Santa Maria del Mercato.

La data di nascita di Gentile è incerta, la si fissa induttivamente dopo il 1370.

Anche i primi anni di studio e di lavoro sono poco documentati: si ritiene che come molti altri suoi concittadini abituati ai commerci dei tessuti e della carta – e quindi ai frequenti viaggi in terre lontane – cercasse in gioventù la sua fortuna altrove.

Il signore di Fabriano Chiavello Chiavelli è da subito il suo mentore e probabilmente lo aiuta a recarsi in terra lombarda dove alla fine del Trecento il duca Gian Galeazzo Visconti è un dominatore assoluto. La raffinata corte che il principe ha creato tra Milano e Pavia è forse l’ambiente in cui Gentile muove i primi passi e dove avviene la sua formazione a diretto contatto con l’avanguardia della ricerca artistica del tempo rappresentata dal Gotico Internazionale. Questa ipotesi non è confermata da documenti certi ma un’opera, una piccola ancona ora conservata alla pinacoteca Malaspina di Pavia raffigurante la Madonna col Bambino tra san Francesco e santa Chiara, lascerebbe pensare che Gentile nel 1395 è presente nella città lombarda.

Nell’opera cronologicamente appena successiva, la Madonna col Bambino tra san Nicola e santa Caterina ora alla Gemaldegalerie di Berlino, il giovane maestro dimostra di avere pienamente aderito allo spirito di ricerca minuziosa dei particolari naturalistici descritti nelle piante e nei fiori del prato dipinto ai piedi delle figure morbidamente avvolte in abiti preziosi, secondo i dettami in voga del Gotico Internazionale.

Il successivo soggiorno veneziano di Gentile consente all’artista di realizzare molte opere importanti; gli viene affidata dalla signoria di Venezia la decorazione ad affresco della Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, opera (purtroppo perduta) che conduce con la partecipazione del giovane Pisanello. Non trascura però altri lavori provenienti dalla sua terra d’origine: Chiavello Chiavelli nel 1405 gli commissiona un prezioso polittico destinato all’eremo di Valleromita dove risiedono i francescani osservanti, gli zoccolanti, suoi protetti. Il polittico, realizzato da Gentile a Venezia, sarà poi spedito in patria. Nell’ambiente veneziano Gentile lascia un’impronta profonda e numerosi allievi e seguaci lo seguiranno tra cui il più fedele e delicato interprete dell’arte del maestro, Jacopo Bellini. E se di questo periodo poco rimane è proprio con il polittico di Valleromita che l’originalità dell’artista si mostra interamente.

Per Gentile la pittura è intesa come una libera contaminazione di tecniche diverse, l’esplicazione di un concetto impuro, polimaterico, che gioca sulla complessa commistione e interazione di stesure traslucide, di incisioni, di elementi in rilievo.

Protagonista è l’oro e il suo trattamento mediante l’uso di tecniche raffinate e complesse tendenti a impreziosire e valorizzare le superfici dipinte che a loro volta mostrano una minuziosa analisi naturalistica sia nella resa degli elementi botanici che delle atmosfere luminose e nitide. I celebri angeli resi con la tecnica della granitura affollano le sue composizioni e possono dare l’idea della disinvolta abilità del maestro nel padroneggiare la sua arte.

Ma è il capolavoro fiorentino di Gentile, la Pala Strozzi, realizzata negli anni 1420-23 per un personaggio emergente della Firenze del tempo, a segnare un altro picco di eccellenza nella pittura del marchigiano.

In questa opera, che raffigura l’Adorazione dei Magi, raggiungono il culmine le raffinate lavorazioni in oro, argento e colore per rendere in tutta la loro bellezza i tessuti preziosi, le splendide oreficerie e persino i sofisticati finimenti dei cavalli che sono trattati come fossero gioielli. Ma allo stesso tempo l’artista non trascura le curiosità naturalistiche che vengono indagate nelle loro più minute particolarità. Compaiono sullo sfondo campestre del dipinto animali di ogni tipo: vacche al pascolo vicino a un podere con orto; un astore e una ghiandaia in lotta attirano l’attenzione di alcuni personaggi; un falco lanario dotato di anelli di riconoscimento alle zampe vola sugli astanti del corteo; un cerbiatto è in fuga nelle campagne lontane mentre le esotiche specie che accompagnano l’elegante seguito dei re orientali – due scimmie e un leopardo – spuntano a sorpresa tra le teste della folla.

Dagli incavi allungati dei laterali della magnifica cornice lignea sbordano fiori e vegetali dipinti con perfetto illusionismo e le magnifiche tavole della predella mostrano in tutta evidenza gli sperimentali studi luministici del maestro: nella Natività è tentato per la prima volta un effetto di notturno, mentre nella Fuga in Egitto l’oro è sostituito dal cielo atmosferico. Certamente ciò che colpisce più direttamente è l’incanto suscitato dall’atmosfera fiabesca che il ricchissimo corteo dei Magi evoca, sull’esempio della vita cortese dell’epoca coi suoi lussi e le sue magnificenze.

A Firenze Gentile trova un clima artistico in mutamento, sta approssimandosi una nuova stagione, quella del Rinascimento, con nuovi maestri emergenti come il giovanissimo Masaccio che introduce un diverso modo di concepire la pittura. All’analisi esasperata e minuziosa dei dettagli unita alla raffinata e complicata elaborazione dei materiali pittorici proposta da Gentile il giovane Masaccio contrappone una visione potentemente scarnita e sintetica. Anche l’ethos di fondo è profondamente diverso: alla seduzione della percezione quasi tattile dei fenomeni rappresentati si sostituisce un accento più drammaticamente umano.

I due maestri si conoscono e nonostante la distanza d’intenti si influenzano a vicenda dimostrando l’esistenza di due rinascimenti paralleli: così Gentile risente, nelle figure caratterizzate da una nuova imponenza del secondo Polittico Quaratesi realizzato per San Niccolò Oltrarno nel 1425, del suo dialogo diretto con Masaccio, il quale a sua volta dal maestro marchigiano trae l’uso dell’argento fittamente inciso e ombreggiato con la lacca per la veste della Madonna di Pisa del 1426.

L’ultima stagione artistica di Gentile si svolge a Roma dove il papa Martino V lo chiama nel 1426 per realizzare l’imponente ciclo di affreschi ad ornamento delle pareti della navata maggiore della chiesa di San Giovanni in Laterano.

Oggi purtroppo quasi completamente perduto – ne rimane una traccia preziosissima nei disegni che Borromini fece durante la ristrutturazione dell’interno basilicale per il Giubileo del 1650 – il complesso apparato illusionistico, che incorniciava le nicchie con le figure gigantesche dei profeti ideato da Gentile, fu bruscamente interrotto nella sua creazione  dalla morte improvvisa dell’artista avvenuta nel settembre del 1427.

La città di Fabriano con giusto orgoglio oggi celebra il suo concittadino più illustre in una mostra che è una prima assoluta, dal momento che fin d’ora  non era mai stata organizzata una esposizione sull’arte del grande maestro marchigiano.

Nel quattrocentesco Spedale di Santa Maria del Buon Gesù sono esibite dal 21 aprile al 23 luglio 2006 trenta delle sue splendide opere, la visione delle quali sarà un’ottima occasione per far conoscere anche i nuovi sviluppi sopravvenuti negli studi di specialisti dell’artista di fama mondiale facenti parte del Comitato Scientifico che ha preparato quest’evento.

Ideale continuazione della mostra potrà essere la visita alla città che invita alla scoperta del suo interessante tessuto urbanistico ricco di chiese e palazzi.

La piazza del Comune, fulcro fin dall’origine della vita civile cittadina, mostra un aspetto assai particolare dovuto non tanto alle architetture che la delimitano quanto alla sua configurazione planimetrica e altimetrica e conseguentemente agli spazi circostanti che vi si affacciano. L’eccezionale forma di triangolo scaleno, in declivio lungo l’asse maggiore, conferisce a questo spazio dimensioni molteplici a seconda di come lo si percorra o del punto di vista preso in considerazione.

Dal lato più basso – dove la piazza è chiusa dalla sagoma imponente del Palazzo del Podestà, risalente al 1255, nel cui grande voltone (oltrepassato il quale si raggiunge via Castelvecchio che sale  verso il luogo del più antico dei due castelli da cui ebbe origine Fabriano) campeggia, accanto a due guerrieri, la raffigurazione allegorica della  Ruota della Fortuna – lo sguardo punta sul centro della piazza occupato dalla fontana, detta “Sturinalto”, opera del 1285 del perugino Jacopo di Grondalo le cui forme richiamano chiaramente quelle della coeva fontana maggiore di Perugia.

Il Palazzo Comunale, rimodellato nelle forme attuali nel 1690 dall’architetto Antonio Andreini sul preesistente organismo edilizio sorto originariamente nel ‘300 come corte dei Chiavelli, mostra all’interno del suo piccolo cortile la facciata neoclassica dell’ottocentesco Teatro Gentile.

Accanto al Palazzo Comunale si snoda il lungo loggiato di S. Francesco disegnando perentorio il lato più lungo della piazza con le sue diciannove logge, le prime dodici delle quali furono realizzate nel ‘400 per volere di papa Nicolò V al posto di una chiesa trecentesca di cui non rimangono che scarse tracce. Poi in due riprese successive vennero aggiunte le altre logge fino ad ottenere il congiungimento con il Palazzo Comunale.

Dalla parte opposta il Palazzo Vescovile è l’ultimo risultato di una nutrita serie d’interventi: infatti nulla rimane dell’antico palazzo dei Priori, distrutto nel 1542.

Al suo posto fu edificata la costruzione che vediamo, sopraelevata e rimaneggiata nel 1711. Dal 1729 ospita la sede vescovile e per un periodo di tempo qui si trovò anche la Pinacoteca Civica “Bruno Molajoli” che vanta una fra le più importanti collezioni di opere d’arte medievale e moderna delle Marche e che ora è trasferita nell’ex convento di S. Domenico. Chiude da questo lato la piazza la torre civica del 1547.

Alle spalle della piazza  la Cattedrale di S. Venanzio, che risale al XII secolo, appare nelle forme attuali come fu ricostruita nel ‘600. Conserva ancora l’abside trecentesca e un portico tre-quattrocentesco e, nella cappella di S. Lorenzo, gli importanti affreschi di Allegretto Nuzi pittore fabrianese formatosi a Firenze verso la metà del Trecento con Bernardino Daddi. Nella quarta cappella a sinistra sono presenti dipinti di Orazio Gentileschi, di rilievo in particolare la tela della Crocifissione.

Guardano la Cattedrale l’elegante facciata in laterizio e l’armonioso portico a crociera che fanno parte dell’ex Spedale di S. Maria del Buon Gesù, costruito nel 1456, e che ora ospita la mostra su Gentile da Fabriano.

 

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