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GAETANO BARBELLA
DEA ROMA
IL TRASPORTO DEL MASSO DI BOTTICINO
«...Con
mosse da Dea mi si fermò a due passi e tendendomi un’incantevole mano, con
voce che fece scuotere tutte le fibre del mio essere disse piano piano: “Fin
dal mio sorgere ti vidi ed a te vengo... Mi chiamo Italia e sola, vengo a
cercare in te quel che sia capace di sicuro appoggio, amore e difesa; tu
quale cavaliere, lo sai, lo senti, lo puoi fare. Nasco proprio oggi, e nel
germoglio della mia nuova vita affido a te il mio essere che fin’oggi ha
posseduto un animo sempre deluso e deriso». Stette per un po’ silenziosa
indi toltasi con infinita grazia la mascherina e ritornando a porgermi la
manina, aggiunse: «Accetti??”...».
(Dalla lettera
del 1909 «A te Gina» di mio nonno Gaetano:
dedica amore e
patria lettera Barbella)
IL VIAGGIO
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Non c’è un vero buon carro
nella storia del genere umano, che in qualche modo non sia stato legato
a difficili prove da superare. Mi viene in mente quello dell’Orsa
Maggiore (1), la costellazione in prossimità del Polo Nord galattico,
che la mitologia accosta all’infelice Callisto (2). Un’indicazione assai
significativa, considerato che i navigatori da questa risalgono alla
stella polare, indispensabile per ben procedere. Mi domando perplesso
come umile ed oscuro erede, fra i tanti semplici italiani che non hanno
mai avuto menzione come amanti di un’ideale Italia, se dovettero essere
questi stessi presupposti per concepire una ideale «Italia Polare». E
dove individuare il carro che fu necessario per simile impresa.
La sorte ha voluto onorarmi
con certi fatti intimidi, che poi riferirò, per percorrere a ritroso il
sentiero che servì per questa occulta disposizione. Ci fu anche nei
fatti pratici l’ideale carro, quello che servì per il trasporto del
marmo per la statua della Dea Roma da porre al centro del monumento del
Milite Ignoto sul Campidoglio. Questo fu l’atto sacrale che tutti gli
italiani si onorano di sapere ancora oggi, e spero per sempre. Fu scelto
il marmo di Botticino poco distante da Brescia che, nella foto seguente,
si vede disposto su un carro ferroviario in attesa della partenza per
Roma. |
(1) Per noi uomini moderni, dotati di strumenti
sofisticati, è piuttosto semplice non perdere l'orientamento tra l'ammasso
di stelle visibili durante la notte. Un sestante, una bussola un orologio e
le effemeridi sono sufficienti per individuare con precisione la posizione
della maggior parte delle stelle e dei corpi celesti. Ma l'uomo ha iniziato
ad osservare la volta celeste molto prima dell'invenzione di questi
strumenti, che anzi, possono considerarsi frutto dell'osservazione degli
astri stessi. Il metodo di orientamento individuato dagli antichi
osservatori fu quello di suddividere la volta celeste in settori immaginari,
ognuno di essi caratterizzato da un gruppo di stelle la cui disposizione
relativa, guardata con una certa fantasia, ricordasse figure animali,
mitologiche o semplicemente fantastiche. Ed è questa l'origine delle
costellazioni, che non si limitano ad individuare gruppi di stelle, ma
servono ad identificare settori della volta celeste con tutto ciò che essi
contengono: stelle, ammassi, galassie ed ogni altro corpo celeste.
Tutte le costellazioni hanno un nome scientifico (in
latino) e le stelle ad esse appartenenti, oltre al loro nome comune, sono
identificate da una lettera dell'alfabeto greco seguita dal nome della
costellazione cui appartengono. Il nome scientifico della Stella Polare è
infatti ALFA Ursa Minor. Visto che abbiamo usato come esempio una delle
stelle più famose, anche se non la più luminosa, iniziamo a fare la
conoscenza delle costellazioni più importanti partendo dalle due
costellazioni Orsa Maggiore ed Orsa Minore. L'Orsa Maggiore (anche
conosciuta come il Gran Carro) è una costellazione nota fin dagli albori
dell'astronomia; è visibile tutto l'anno e facilmente identificabile anche
nelle notti non particolarmente terse. La compongono sette stelle principali
e tre galassie. Unendo le ultime due stelle del Carro, Dhube e Merak, e
riportando sul prolungamento - dalla parte del timone - di tale congiungente
5 volte la distanza tra esse, si trova la Stella Polare. L'Orsa Minore,
contiene anch'essa sette stelle principali tra le quali la più luminosa è
proprio Alfa Ursa Minor (Stella Polare). E' interessante soffermarsi sulla
stella Polare perché, oltre a trovarsi sul
prolungamento dell'asse terrestre, ha un'altra particolarità: non è una sola
stella, bensì si tratta di un sistema binario, composto di due stelle
(Polare A e Polare B) che ruotano intorno ad un centro comune. La distanza
da noi alla Stella Polare è di 350 anni luce. Ciò significa che la luce che
vediamo guardando verso il polo nord celeste durante questo mese è partita
dalla superficie delle due stelle circa nel maggio del 1649 appena alcuni
anni dopo la morte di uno dei più grandi Astronomi Galileo Galilei
(1564-1642). (Insieme all’immagine è stato tratto da: http://www.nautica.it/info/tecnica/polare.htm)
(2) Callisto o
Calisto. Figlia di Licaone, re d’Arcadia, una delle ninfe favorite di Diana,
conosciuta anche sotto il nome di Elice. Giove, presa la forma di Diana, la
rese madre, e Diana essendosene accorta dalla difficoltà che aveva questa
Ninfa nello spogliarsi per prendere il bagno, la scacciò. Ma Giunone spinse
più oltre la vendetta, e la trasformò con suo figlio Arcade, in
orsa, nella quella forma furono posti da Giove nel cielo, dove
costituiscono la costellazione dell’Orsa maggiore e minore. Giunone, veduti
questi astri, montò di nuovo in furore, e pregò gli Dei del mare a non
permettere che avessero mai a giacere nell’Oceano.

Trasporto del «Masso di Botticino» di oltre 35 mc per la «Dea Roma»
destinata alla tomba del Milite Ignoto, monumento a Vittorio Emanuele II.
Roma.
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Foppe di Nadro (Brescia) -
roccia 24: particolare raffigurante guerrieri con corredi etruschi
accanto ad una rosa camuna
© Centro Camuno Studi
Preistorici |
UN INSUBRIO
CARRO DI BUONA LEGA:
UN PLACITO CUOR
SEMPRE DISCRETO
PER LE ROMANE
PENE, NON SENZA
LA ROSA CAMUNA A
SUGELLO.
La rosa camuna del particolare a
sinistra è stata
assunta come simbolo della Regione
Lombardia |
Ma la storia di questa pietra,
ancorché era ancora salda al monte della cava di estrazione, denominato
«Il ballo dell’oca», inizia il 25 marzo 1903. Questo fu il giorno in cui
la Ditta Davide Lombardi di Rezzato, non tanto distante da Botticino,
otteneva la commessa per la fornitura del marmo necessario alla
realizzazione della Tomba dei Milite Ignoto a Roma.
Per questo grandioso monumento,
progettato dall’architetto Giuseppe Saccone, la ditta rezzatese si impegnò a
fornire circa 11000 m3 di marmo di Botticino e di Mazzano, altra località
poco distante. Il monumento, dedicato al Re Vittorio Emanuele II, fu
felicemente completato e a tutt’oggi è ciò che conta per gli italiani quale
sacrario di superni valori patri, eretto proprio là sul colle del
Campidoglio ove iniziò la storia di Roma leggendaria.
Riguardando il carro della foto,
si è pervasi da un solenne e misterioso rituale. Pare una sorta di vascello
su cui è stato delicatamente adagiata una principessa dormiente, adombrata
fra veli discreti. Ed è
prossima la partenza, ma il luogo di destinazione non sembra appartenere al
presente: un presagire di un mondo nuovo, non privo di sensazioni funeste.
Mi sovviene l’irreale approdo ad Itaca di Ulisse mercé il provvido aiuto dei
Feaci:
«(…)balzar tosto a
terra
i rematori; e poi
sùbito Ulisse,
così com’era, in alto
sonno avviluppato,
tolsero dalla nave e
chetamente
il posar su l’arena.
(…)»
(Odissea - XIII, 135 - 139)
La mia inquietudine al cospetto del
«Masso di Botticino» in partenza per Roma, precedentemente descritto,
d’improvviso si ripresenta a causa dei morti di questo sacrario. La visione
antica di Ulisse, approdato ad Itaca, ora si completa d’incanto con i versi
omerici precedentemente interrotti:
«(…) Indi i tesori
ne levâr, che i
magnanimi Feaci
gli avean donato, per
favor di Pallade:
e fuor di via li
posero, vicino
al verde ulivo, per
timor che alcuno
li scorgesse passando,
e li rapisse
mentre ei dormiva.
(…)»
(Odissea - XIII,139 - 145)
Mi si illumina la mente e mi
chiedo: quali i misteriosi «tesori fuor di via» legati «al verde
ulivo» se non i sacri ideali riposti nel Sacrario romano? E il «verde
ulivo» non può che suggerire gli spiriti vitali eletti capaci di
trasmettere la pace alle anime dei defunti ivi sepolti.
Allora quale il Requiem adeguato se non la
commemorazione di speciali valorosi guerrieri di pace che si possono
considerare loro fratelli. E qui sono come folgorato per la memoria riposta
nei miei avi attraverso una significativa lettera del 1909 carica di valore
patriottico (di cui riporto una parte nella dedica introduttiva), che mio
nonno Gaetano scrisse alla amata Gina. Non solo ma anche alla memoria del
fratello del nonno Gaetano, il prozio Umberto, che il destino volle che
fosse legato, quale milite leale e fedele, a due particolari eventi, di
guerra e di pace per l’onore dell’Italia. Ecco che il mio pensiero scorre
velocemente le cose auree che le hanno ammantate perché non andassero perse
queste memorie attraverso di me in modo che al momento adatto potessi
trasmetterle a chi le farà rifulgere. E così è avvenuto in modo prestigioso
pochi giorni fa. Chi poteva fare di meglio se non il Corpo delle Forze
Armate Italiane, attraverso la Redazione del loro Sito Internet, giusto
nella solenne occasione della loro Festa dello scorso 2 giugno 2006, ma che
è anche la Festa della Repubblica Italiana per la ricorrenza del suo
sessantennale. Credo sia doveroso che commemori la memoria di questo evento,
che ha coinvolto in modo sublime, come si vedrà, il fatto antico dei «due
Barbella di egregie cose patrie», con due foto ricordo di repertorio
eseguite nell’occasione del rito sacrale del Presidente della Repubblica
Italiana, Giorgio Napolitano e riportate così come di seguito sul sito
htt://www.forzearmate.org/

Leggi anche un vecchio scritto inviato per la pubblicazione dal Signor
Gaetano Barbella

Leggi anche un vecchio scritto inviato per la pubblicazione dal Sig. Gaetano
Barbella
IL VERDE ULIVO

Roma. Vittoriano: effige marmorea della
Dea Roma.
A questo punto mi domando
perplesso: cosa potrei io, modestissimo cantore di italiche cose bresciane
suggellate nella pietra, aggiungere per fissarne la luminosità e così dar
rilievo alle patriottiche supposizioni potenziali emergenti dalla lettera
«A te Gina» di mio nonno Gaetano e dalle foto ricordo del prozio Umberto
immortalate con le due altre foto sopra esposte?
Del mio presente non ravviso
nulla che sia stato veramente apprezzato. Tuttavia - guarda «caso» -
di significativo, dopo alterne vicissitudini, come naufrago sono approdato
alla Lombardi Marmi in dissesto, di Rezzato. Per quasi quattro anni, fino al
trasferimento dell'azienda ad altro imprenditore, avvenuta all'inizio del
1993, sono stato il “direttore tecnico”, l’ultimo, che il destino ha
deciso di porre per il tempo necessario onde mettere in “salvo” ciò
che di prezioso vi era riposto perché poi andasse in “mani giuste”.
Forse è così che doveva essere suggellata la fiamma insita nel «Carro del
Masso di Botticino per la Dea Roma».
Or si profila di volata l’ora
cruciale per un certo «Verde Ulivo 2006» in un’Italia in gran
fermento, non privo di accese discordie politiche e sociali: ci sarà
cambiamento, cosa avverrà?
Io in disparte sono trascinato
lontano a ritroso nel tempo, e con un sussulto mi sovviene un altro «Verde
Ulivo» immemore, «fuor di via». Un omerico luogo ameno ricco di
tesori di una mitica Alba d’Italia che ebbe inizio col sorgere delle
meravigliose sue terre meridionali.
Mi domando trasognato: «Quel che
vedo ora stranamente rassomigliante a quel verde è il Segno che mi
rassicura? E’ il luogo della mappa del mio tesoro al riparo?». Ma una
valanga di memorie, or confuse, altre molto chiare, mi sommerge e mi spinge
a scrivere come inebetito cose incredibili.
Morti che parlano attraverso di me
e un antico rullar di tamburi assordante che tutto sovrasta.
Spossato per l’atroce ratto celeste
per mano mia senza volerlo, finalmente riesco a porre fine al tormento, alla
valanga barbara passata con forza sulla mia terra mentale e corporea. I
dolorosi segni da loro lasciati sul mio suolo devastato, or si presentano
come una sorta di grande «pista incisa» che in parte è d’incerta
comprensione, quasi a ricalcare altri segni antichi assai oscuri.
È l’aspro Tempo che par essere
sempre sovrano, ma arriva forse l’ora sua per mostrarsi con l’inchino?
«Perciò niente paura»,
dico a me stesso, profilandomi quasi vergognoso.
«Chi mi vedrà così conciato capirà
che non son quello, ma un suo schiavo, gracile labile eco obbligato a tanto»:
in apparenza di un tenue ramoscello d’ulivo che sembra un ologramma e che
cerca la sua matrice invano. Forse è anche il giusto vero
«verde ulivo»,
ma ora le cose sono così confuse che non conta saperlo. È l’ incontro ciò
che veramente vale, perché l’amore che ne può derivare vuol esser cieco per
non morire mai più.
AUGURE COLOMBE
FESTOSE
Baleni d’un mitico
volto di luci.
Armonie d’onde soavi
senza fine.
Miriade di cristalli
viventi
di un candido mare
struggente.
Magici sogni svaniti
nel nulla
come ombre, uniche
membra di lei fugaci:
soltanto l’imperioso
silenzio
l’emblema suo aureo?
Cercarla allora con
l’ali della poesia,
ed un amore ardente
come fiamma
trovar alfine
prostrato.
Il cuore come morto
bruciar repentino
con l’atroce ferro
suo aguzzo.
Gioia e dolore
insieme avvinti,
all’apparir di lei
fulgente
nell’immortal suo
tempo perenne.
Rinnovare il
giuramento prima d’altro,
e poi soggiacere al
suo magnete.
Ahimè! Già l’altro
disco si profila
prepotente e
arrogante come un drago,
a menar la sua coda
sull’aurate stelle
nascenti.
Rallentar l’atroce
ratto celeste:
lotta infinita d’un
lampo,
poi la mortal resa e
il chetar del mare
tenebroso.
Gocce di tenue
rugiada nell’aria
sparse, posar
morbide.
Biancori di vita
involar sereni
come augure colombe
festose.
GB |