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A venti anni il mondo è tutto intero

Milano, anni settanta.

Un liceo della media borghesia.

Guido Laremi e Mario, gli immediati protagonisti della storia, sono due come noi, due come tanti, due di quelle individualità che sommate tutte assieme fanno la storia.

E questa è una bella storia. E la colonna sonora ideale di questa lettura è quella stupenda ballata dal titolo Eskimo, di Francesco Guccini, calda, soffusa, lirica, un sessantotto dei ragazzi rivisti da un adulto nostalgico dell'età e non delle battaglie o delle rivendicazioni di classe o di facciata, sound track perfetto per questo testo diviso in due parti dal diverso ritmo e tenore.

Due. Due strade, due vite, due. Numero imperfetto, a volte. Due percorsi, due orizzonti e due confini. Due di ogni traversata, di ogni passaggio.

 

*****

Questo spaccato di vita made in Italy ha il proprio start in questo liceo dove è facile ritrovare i propri anni scolastici, anche se nel mio caso  non siamo negli anni settanta ma solo in quegli ottanta così radical chic, apolitici, amorali, così new wave e poco rock, a- e basta.

Nelle pagine limpide e senza fronzoli di De Carlo  trovano spazio così professori molto simili ai nostri e quei turgidi e intorbiditi amori puberali, che nascevano propri con quegli sguardi, con quelle parole a volte non dette, con quegli sgarbi e con quelle tensioni a volte solo immaginate, sempre con la musica in sottofondo, come se senza musica quegli slanci generosi e goffi non trovassero forza di avere o essere.

Amicizie senza storia sbocciavano in classi così ricche di brufoli, e spesso si legavano fra loro due poli opposti come Guido e Mario, uno bello e maledetto, l'altro introverso e riflessivo.

L’amicizia sarà il trade d’union fra la prima parte del romanzo in una Milano opaca e grigia, più o meno anni settanta e per poi essere temporalmente trasportati più avanti, nella seconda parte, quando ciascun essere deve scegliere,  dove bisogna tirare i fili delle trame tessute senza strangolarsi, dove il caos e il disordine interiore ed esteriore devono trovare pace, devono essere placati in qualche misura, come se ad un filo percorso da corrente elettrica prima o poi bisogna attaccare una spina per accendere una luce e illuminare la stanza dei ricordi.

I nostri due eroi come altri, come tanti, diverranno allora da inseparabili sempre più distanti, le due strade divergeranno per quel profondo affascinate mistero che è la vita, ma arriveremo a destinazioni prefissata, seguiremo le vie intraprese dai due, stancamente e senza nerbo, per vedere dove arriva chi cerca una vita alternativa accompagnata da un amore stabile e chi nel suo geniale desiderio di stravolgere il mondo alla fine trova solo lo sconvolgimento della sua anima inquieta quasi irrimediabilmente destinata ad immolarsi all'irrequietezza.

*****

Andrea De Carlo, milanese del 1952, autore di numerosi best sellers, trova qui, nella prima parte, la sua massima ispirazione. Lo scrittore, benestante, filoamericano in ogni sua goccia di sudore e sangue, promettente enfant prodige all'inizio degli anni ottanta con "Treno di panna", ha via via negli anni dilapidato le possenti e pesanti aspettative date dalla pubblica stima di Italo Calvino e da una capacita scrittoria molto americana e affatto scontata o di maniera.

Ha sempre però bivaccato nelle ombre del vorrei ma non posso, alternando ottimi plot traditi dall'incapacità di romanzare, e pagine esemplari nella loro semplice ma densa architettura tuttavia impoverite nella elegante plastificazione di un anelito interiore fiacco o comunque debole.

In Due di due non abbiamo solo ritmo, maestria, una scrittura non solo meticolosa e lucida come al solito, tesa a riportare su pagina l'intera superficie delle cose e delle emozioni, come se essa fosse un atto meccanico di fotografia, ma stavolta gustiamo con piacere un fuoco ancora vivo, forse quello della memoria, quello delle cose che non tornano più e che eppure ci son rimaste dentro come perle levigate dal tempo.

Tale calore intenso e misurato, inusuale per De Carlo, spesso frigido e freddo, si liquefa nella seconda parte dove all'epoca scolastica si sostituisce una cosmologia esistenziale più varia e frammentata e alle magistrali ansie da prestazione giovanili si sostituiscono i magmatici e pacati tormenti della cosiddetta età adulta, tra scazzi di vario genere e natura e bollette da pagare.

Qui la tensione narrativa si disperde in vaghi e fragili assiomi esistenziali, lo spessore dei personaggi così nettamente stagliato nella loro adolescenza perde vigore, nella volontà di mostrare una disgregazione interiore attraverso una improbabile comune in Umbria o avventurose locations esotiche.

La esasperante lentezza in cui i fili tessuti nella prima parte arrivano a dipanarsi nello scontato e moralistico finale inficia e depaupera alcune tra le più belle pagine del romanzo italiano semi contemporaneo, pagine quasi perfette, senza trasalimenti isterici o schizofrenici, asciutte e vive, una rievocazione senza esasperanti lirismi o partigianerie di letteratura militante così frequenti nei colleghi coevi al de Carlo che hanno cercato di raccontarci la loro adolescenza.

Risulta evidente come questo confermi la debolezza dell'intero movimento letterario nostrano, perché questo testo lunghetto ma scorrevole, rimane nella sua prima parte quanto di più forte e spietato, lirico e veemente che il ricordo dei 70's ci hanno lasciato su carta.

 

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All'inizio vien da gridare, se gridare è consono alla lettura, al capolavoro, urlo preso e tirato via da questi Guido e Mario così netti ed italiani, ma convincenti e due di noi. Poi…la fine non giustifica i mezzi. E allora mi bevo un drink, accendo una sigaretta, assaporo la delusione coccolando il gatto in vena di fusa.

Più che un’occasione perduta, un lirismo in prosa che diviene stridulo e banale, come quando si cucina un bel piatto e alla fine si dimentica il sale. E’ insopportabile essere sciapi, nello scrivere.

 

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