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LO
SPAZZACAMINO
Spazzacamino,
spazzacamino! Ho
freddo, ho fame, son piccinino. In
riva al lago, dove son nato, ho
la mia mamma abbandonato, come
un uccello che lascia il nido, per
guadagnarmi qualche quattrin; e
tutto il giorno vo attorno e grido: -
Spazzacamino, spazzacamin! Milano
è grande, ma il paesello, dove
son nato, mi par più bello; e
sempre sempre vado col core in
riva al nostro Lago Maggiore, e
dico: - Intanto nel casolare la
mamma mia cosa farà? Sarà
seduta al focolare, oppur
le reti raggiusterà? Non
c'è nessuno che mi vuol bene e
che s'affligga delle mie pene. Ho
gli occhi rossi, la faccia scura, ai
fanciulletti metto paura. Sì
poveretto, sì brutto io sono, che
sin la madre dice al bambin: "Se
qualche volta non sarai buono, chiamerò
il nero spazzacamin". Se
ho sete, bevo dell'acqua pura; se
ho fame, mangio pan di mistura, e
vo soffiando sopra le dita, quando
la mano ho intirizzita. Con
le mie scarpe, che sono rotte, ho
nella neve da camminar; e
con un soldo per ogni notte ho
un po' di paglia per riposar. Poi,
quando il sole spunta al mattino, e
s'ode il gemito del passerino, che
par cantando pregare Iddio, anch'io
mi sveglio e prego anch'io. Prego
che presto m'arrivi il giorno che
al mio paese possa tornar, veder
la mamma, saltarle attorno, metterle
in mano molto danar. -
Spazzacamino, spazzacamino! Ho
freddo, ho fame, son piccinino...
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