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IL PARCO DELLA PACE DI RAVENNA

Il mosaico d’amicizia fra i popoli al Parco della Pace di Ravenna è stato istituito per iniziativa di Gian Franco Bustacchini e Patrizia Poggi per esprimere e trasmettere con le opere di artisti di vari Paesi un messaggio universale di pace.

La città che conserva mirabilmente il suo millenario patrimonio d’arte musiva ha voluto creare un luogo – sorta di museo all’aperto unico al mondo – dove l’arte per cui è internazionalmente famosa possa testimoniare permanentemente che la creatività è la fonte più vera per un futuro di pace.

Nel dicembre 1996 la città di Ravenna è stata riconosciuta dall’UNESCO patrimonio culturale dell’umanità per il valore universale dei suoi mosaici.

Mosaico d’amicizia fra i popoli

Le opere, gli autori

Ali   di  Edda Mally  (Austria)

Albero della vita   di   Josette Deru  (Francia)

S.Michele Arcangelo   di  Bruno Saetti  (Italia)

Mosaico pavimentale di  Mimmo Paladino  (Italia)

Fontana  di  Claude Rahir  (Belgio)

Caccia alle balene  di  Margaret L. Coupe  (Nuova Zelanda)

La terra vista dallo spazio di  Jerry W. Carter  (U.S.A.)

Stele  di Alexandr Kornooukhov  (Russia)

 

Particolare del mosaico di Josette Deru, Albero della vita

(foto Maria Cristina Giammetta)

 Il parco alle sette di sera è silenzioso e solitario, vuoto dei bambini chiassosi e giocosi che lo hanno popolato per tutto il giorno. Abbandonando i loro giochi preferiti sono tornati a casa lasciandolo, sicuri, all’amichevole muta cura dei grandi mosaici che lo abitano.

Mi siedo su una panchina a riflettere; mi accorgo di avere accanto ali gigantesche, sgargianti e cangianti di colori, forse perdute da un fantastico immenso uccello durante un suo più spericolato e drammatico volo. Sono belle. Sontuose. Sono appartenute al vento e ora sono qui. Riposano circondate dagli alberi.

Oggi è stata una giornata eccezionalmente intensa per me.

Sono arrivata a Ravenna questa mattina presto per conoscere i suoi preziosissimi mosaici.

Un’idea di viaggio coltivata da tempo e a lungo preparata con l’ambizioso proposito di riuscire a trovare una chiave di lettura, un’interpretazione personale per la luminosa pellicola cromatica creata con milioni di tessere splendenti, celebre in tutto il mondo.

Cosa dire? Cosa rimane di tanta stupefatta ammirazione?

Soprattutto la sensazione di essermi trovata in presenza di un’arte che, consapevole della sua grandezza, celebra se stessa, solennemente, magistralmente.

Ma non solo questo. Non solo.

In S. Vitale le figure altere e ieratiche dei dignitari della corte bizantina – sfarzose sagome prive di peso senza illusione spaziale - scorrono alla vista attonita nello stato di animazione sospesa di un silente film surrealista, fluttuando immerse in un’atmosfera verde. Un mare verde. Verdi mutanti, una gamma di verdi diversi, un immenso, splendido fondale verde e oro. Natura e luce.

L’inattesa prevalenza di questa tonalità – che le riproduzioni fotografiche non lasciano minimamente sospettare – rende l’atmosfera straordinariamente astratta e irreale.

Vengono allora alla mente le cinture verdi di pini mediterranei che abbracciavano l’antica città imperiale, e per analogia la “selva oscura” e “la divina foresta spessa e viva” di colui che qui compì la sua opera e ora vi riposa.

A pochi passi da me, un albero della vita è amorevolmente curato da due giovani che stanno deponendogli accanto nuovi germogli; lui ricambia affettuoso distendendo protettivo i suoi due unici ma enormi rami, come fossero braccia carezzevoli.

 Non lontano da qui poi si apre un accogliente anfiteatro adatto alle sere estive, quando gli abitanti del quartiere vengono ad incontrarsi per godere insieme della compagnia e della frescura. Mi siedo anch’io sui suoi gradoni. Alle mie spalle un angelo dolce e sereno saluta, illuminato dal sole. Sarà lui che ha perduto le ali che si trovano poco più là? Mi chiedo subito.

Ma no, lui le mostra ben dispiegate! E non ha il piglio così severo e rigido dei suoi omologhi timidi e riservati che affiancano Cristo e la Vergine in Sant’Apollinare Nuovo! Loro sono rappresentazioni sensibili dell’invisibile racchiusi in un celestiale mutismo, avvolti da una paradisiaca luce d’oro, iperreale perché luminosamente innaturale.

Lui - l’angelo gentile - sembra invece rivolgersi disinvoltamente e familiarmente a chi lo guarda appoggiandosi con naturalezza a una rustica parete, citazione chiarissima delle austere cortine laterizie che edificano tutti i monumenti sacri ravennati, elegantissimi nella loro monumentale essenzialità.

Semplici scrigni per splendori inusitati.

Il mausoleo di Galla Placidia lo ricordo proprio così: un severo forziere compatto e inaccessibile nel suo sobrio paramento di mattoni.

Piccolo fascinosissimo cofanetto di gioie.

La volta a botte che sovrasta l’ingresso è un ripetersi ininterrotto di fiori sbocciati improvvisamente in forma di stelle insieme a costellazioni di cristalli di neve, cristalli di fiocchi di neve, visti nella loro intima  e invisibile struttura.

Sorprendente stilizzazione di una visione al microscopio elettronico. E come se non bastasse….

L’arco della lunetta che accoglie il martirio di un baldanzoso S. Lorenzo è stupefacentemente decorato con una “greca” originale. Che suggerisce qualcosa.

Ma sì: il classico disegno si svolge, si apre, si sviluppa in profondità, trasformandosi in un intrico di rettangoli e quadrati visti in prospettiva aerea che vanno ad incastrarsi gli uni negli altri cambiando colore…..l’azzurro volge al blu, il giallo sfuma nel rosso….il verde compatto… forma perni attorno cui si snoda un’architettura labirintica, antica prefigurazione di un computerizzato percorso virtuale.

Le tessere diventano allora i pixel di un’immagine di computer-grafic o meglio, di computer-art ante litteram.

Ripensando a quella straordinaria visione “elettronica” torno sui miei passi; il piazzale centrale del parco distende su di sé un tappeto musivo popolato di esseri umani e animali: il graffito della vita tracciato con le tessere, la vita descritta in tutta la sua più tenera fragilità.

La storia umana e quella naturale sono compendiate qui poeticamente in immagini che cristallizzano la memoria nel linguaggio della pietra, conservandole per chi voglia e sappia leggerle.

La rappresentazione della dimensione trascendentale è invece l’indiscussa protagonista degli antichi mosaici ravennati.

Solo la lucentezza e la sfolgorante bellezza delle tessere d’oro poteva rendere pienamente visibile all’occhio umano la divinità. Ciò che non è percepibile, accessibile all’umana sensibilità è reso con milioni e milioni di frammenti modellati da maestri eccezionali e raffinatissimi, per rendere reale l’inesprimibile attraverso la luce. Quella emessa da scintillanti mosaici.

Che cosa infatti più della luce – immateriale ma reale – può rendere l’indicibilità ultraterrena, soprannaturale?

Quasi in fondo al parco vedo un paesaggio nel paesaggio: una composizione ad emiciclo dagli orli declinanti irti di grandi e anche grandissimi elementi litoidi. Ricorda molto un giardino giapponese dedicato alla meditazione zen.

Al centro di questa suggestiva composizione minerale, clastica – come formata da rocce preesistenti - fatta di ghiaie, ciottoli, cristalli, si trova la fontana del parco in forma di cubo sospeso su una vasca poco profonda.

Rivedo allora, con gli occhi della mente, i due Battisteri. Ritrovo qui la stessa circolarità, la stessa avvolgente forma intorno alla fonte.

Là, nella visione antica le fasce musive concentriche, chiuse, si avvolgono parallelamente le une alle altre.

Qui, la forma circolare, aperta, accoglie circondando con calma e benevolenza.

Nel Battistero Neoniano gli scorci metafisici in trompe-l’oeil di viridari e giardini paradisiaci, inquadrati da architetture colonnate e recinti da transenne marmoree, affiancano i seggi vuoti posti all’interno di edicole dagli umbracoli a conchiglia, in attesa di sacri occupanti.

Qui nel parco un lungo sedile circonda la fontana, destinato a tutti coloro che, desiderosi di quiete, vengono a riposare. Il cubo (la terra?) posa su un velo d’acqua (il cielo capovolto o  riflesso?) avvolti entrambi dalla natura vera del parco e da quella ricreata nella sua magmatica, geologica, materica vitalità.

Dall’emiciclo si avvia un percorso lungo e stretto delimitato da un pannello vibrante di tessere verdi.

Ecco, ritrovo ancora il colore verde! Verde marino questa volta, nel quale s’immergono ed emergono curvilinei dorsi di balene ad assecondare il moto delle onde, in cerca di spazio, di possibilità di vita.

La volontà di pace – verso gli uomini e verso gli animali – è qui fortissima  e chiara. Ci troviamo in pieno Oceano, ma siamo, contemporaneamente, anche a Ravenna, dove un tempo la laguna viva e vicina con la sua sinfonia di trasparenze blu-verdi ospitava un grandissimo numero di creature su costellazioni di isolotti immersi tra gli alberi….. Gli alberi.….Gli alberi del poggio che sorge qui accanto nascondono e svelano allo stesso tempo qualcosa che somiglia……

Può trattarsi forse della terra vista dal cielo, dallo spazio addirittura, con la sua acquorea azzurrità e la verde freschezza dei boschi così come siamo abituati a vederla noi gente del 2000?

Gli antichi mosaici ci parlano di una terra brulicante di creature delle più varie specie: colombe, anatre, gru, pappagalli, pavoni, cervi, agnelli, leoni, serpenti e delfini. Le rigogliose vegetazioni avviluppano gli esseri celesti come quelli terreni in piena armonia e condivisione di vita, in una visione curiosamente più tangibile di quella al limite del metafisico – ma al contempo rivelatrice della fragilità del nostro azzurro pianeta - dataci dalle riprese astronautiche.

Nella stele, che svetta  maestosa, la pietra naturale è percorsa da sottili “fili” di tessere di smalto rosse, blu, gialle, bianche che vanno ad incontrarsi, intrecciarsi come la rete grafica che disegna le strade di una città, tracciando così la rappresentazione sintetica formale di un luogo vissuto, abitato.

In Sant’Apollinare Nuovo i profili della città con il porto di Classe e del Palazzo Imperiale si distendono alla visione di noi moderni con il fascino della scoperta di luoghi remoti, dove vivono figure straniate e assorte, estreme stilizzazioni ossessivamente ritmate e replicate nella loro simbolica umanità.

Sguardi distanti nel tempo e nello spazio uniti a noi dal condiviso  fraseggio musivo straordinariamente e duttilmente senza tempo né spazio.

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