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GENNAIO 2006
MADONNA DEL ROSARIO
Via dell’Arco della CiambellaUn pittoresco insieme
A pochi passi dal Pantheon tra via de’ Cestari e via di Torre Argentina, è la via dell’Arco della Ciambella, dal curioso toponimo datole da una più che vetusta presenza. Uno sperone laterizio volgarmente chiamato “ciambella” è infatti il lacerto archeologico di ciò che era l’esedra centrale delle colossali Terme di Agrippa: l’ampia sala circolare dell’antico calidario diede il nome infatti, fin dal 1502, ad una antica hostaria nella strada. Oggi, come è ancora visibile, il rudere funge da sostegno pagano a una delle più suggestive e venerate tra le edicole romane. La storia della sua edificazione è interessante da narrare, perché rappresenta un esempio di come un luogo possa essere indissolubilmente legato alle singole vicende degli oggetti architettonici che lo caratterizzano e ai rapporti tra loro intercorrenti nel corso del tempo. Originariamente in questo luogo si trovava l’icona di una Madonna del Rosario racchiusa semplicemente in una cornice di stucco. L’immagine nel luglio del 1796 iniziò – come altre in città – a muovere gli occhi prodigiosamente. In seguito allo straordinario evento i devoti decisero di dare adeguato rilievo al dipinto miracoloso. Una famiglia di marmorari, i Capparucci, che avevano bottega al n.8 e che abitarono per oltre cent’anni in questa via, si occuparono di sistemare il tabernacolo così come ora appare. Con antichi reperti – forse cinquecenteschi – provenienti dal loro stesso laboratorio, composero l’edicola, con gusto popolano ma anche con una certa sensibilità stilistica, assecondando la moda antiquaria in uso a quel tempo che conferisce all’insieme un aspetto architettonico caratteristico e unico, pittoresco e popolare ma allo stesso tempo pregevole. Dall’insolito mosaico degli elementi compositivi emergono per delicatezza di forme la cornice rinascimentale a fregi floreali inquadrante l’icona, i pilastrini ornati dai ricchi capitelli del tempietto classico e il suo architrave, sul quale due angeli in stucco – riparati da un baldacchino ligneo a frange intagliate – reggono una corona di fiori. La mensa di marmo affiancata da due lampade in ferro, dotate di cerniera per facilitarne l’accensione, sostenuta da due mensole a forma di foglie d’acanto nasconde una testa di cherubino. A completamento di questa complessa edicola è presente un inginocchiatoio di travertino, sovrastato da una lapide che recita una preghiera di semplice religiosità popolare: ” T’innalza o Vergine - Casti pensieri - Chi pensa e medita - ne tuoi misteri - E tu nell’anima - Gli accendi amore - Allor che ingenuo - Ei t’offre il cuore”. Il dipinto che ora si vede non è però più l’immagine miracolosa di duecento anni fa, che nel 1830 fu restaurata dal pittore Marcucci. I Capparucci, dopo alcuni atti vandalici perpetrati a danno della sacra effigie, dal 1873 riponevano ogni notte l’immagine finché, trasferendosi in piazza di Pietra, la portarono definitivamente con loro. Il quadro che si vede ora è una copia eseguita nel 1895 dal pittore Pietro Campofiorito.
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Sta per sorgere un nuovo sole!
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