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GAETANO BARBELLA

 

 CINQUECENTO DIECE E CINQUE

 

 IL GEOMETRA IN NUMERI

DI UN PENSOSO E MALINCONICO DANTE

Uno dei primi libri, che ho letto per passatempo quand'ero appena un ragazzetto, è stato quello dei «Racconti» di E. Allan Poe. Ricordo che mi attrasse considerevolmente, e così altri dello stesso genere, per non parlare della serie dei romanzi polizieschi di A. Conan Doyle in cui primeggia l'investigatore privato Sherlock Holmes. Oggi non mi attira, più di quel tanto, questo genere di lettura, ma debbo convenire che il mio spirito deve essersi conformato alle vecchie letture suddette perché sono continuamente portato ad analisi introspettive, a volte, molto fuori del consueto di fatti e cose, che normalmente sfuggono ad altri.

Ora sono spinto a curiosare, al solito modo di presunto investigare alla Sherlock Holmes, osando profanare un ambito sempre stimato con gran riguardo, quasi religioso, nientemeno che la Divina Commedia di Dante Alighieri. Un delitto in convento? Nulla di tanto grave, ma c'è qualcosa, che non mi convince a lume di naso. Tutto si impernia sulla decifrazione dell'enigma legato al famoso DVX, termine introdotto dai commentatori della Divina Commedia, in relazione a «cinquecento diece e cinque» di cui al verso 43 dell'ultima cantica del Purgatorio. Da qui l'intravisione di un messaggio che "avrebbe" fatto lambiccare il cervello di tanti dantisti accreditati a tutt'oggi, ma che ai miei occhi si svela, guarda caso, con molta semplicità. Come mai?

Ma vengo ai fatti, accertati su quel fantomatico DVX dantesco, sulla scia della vecchia lettura della serie dei racconti di Poe, «Lo scarabeo d'oro». Sembra legarli un denominatore comune, una serie di strani numeri che mi dispongono ad indagare, così come fu per Legrand del racconto in questione, magnetizzato dal crittogramma del pirata Kidd.

Dunque, venendo all'emblematico suddetto enigma del DVX in numeri, ancora chiaramente da svelare, Dante può aver voluto far capire, innanzitutto, che è la «Sfinge» il "guardiano della porta" che permette di accedere al segreto relativo. Insomma, la cosa sembra costituire una questione di "numeri" da dover superare. Perciò ragionando, allo stesso modo fatto per il crittogramma di Kidd menzionato, prima d'altro ho considerato la Divina Commedia come un insieme di versi senza fare alcuna distinzione di raggruppamenti di cantiche, tanto meno di luoghi d'espiazione o di piacere, lasciando, però, invariato l'ordine iniziale. Prima lezione - ho pensato - si è tutti uguali davanti a Dio, compreso il Paradiso, il Purgatorio e l'Inferno!

Ciò premesso si prosegue in questo modo:

Primo: «cinquecento» starebbe per il 500° verso che corrisponde al seguente verso 86 del IV canto dell'Inferno: «Mira colui con quella spada in mano»;

secondo: «cinquecento diece» starebbe per il 510° verso che corrisponde al seguente verso 96 dello stesso canto precedente: «che sovra li altri com'aquila vola»;

terzo, infine: «cinquecento diece e cinque» starebbe per il 5105° verso che corrisponde al seguente verso 116 del III canto del Purgatorio: «de l'onor di Cicilia e d'Aragona».

Ora tirando le somme, se questo è il messaggio "veltrico" che Dante ha voluto, veramente, rilasciare cripticamente ai posteri, certo, resta ancora velato. Tuttavia, ho immaginato che «il messo di Dio», non abbia una comune «spada in mano», così come è stata sempre intesa quale strumento di morte. Può essere invece una prodigiosa leva come quella della ragione, per esempio, giacché si vuole un Dante squisitamente «geometra».

Il passo è breve per individuare chi la brandeggia, uno di statura ciclopica, proprio in stretta relazione alla parola «Cicilia» riconosciuta come Sicilia, il siracusano Archimede famoso per il suo motto: «Datemi una leva e smoverò la terra». In questa chiave, risulta chiara l'allusione alla «mente» (Par. XXXIII, 139), la cui leva argomentata, la ragione, è disponibile a tutti gli uomini senza distinzioni, in chi più in altri meno.

A questo punto sembra naturale e sacrosanto, allora, lo scopo dell'uomo nell'accingersi a concepire «l'onor di Cicilia» in modo da predisporre questa "casa", tanto allusiva (oggi) al discusso Sud da rimettere in piedi, ossia l'umano intelletto, perché vi possa entrare la giusta Sapienza che è: «La gloria di colui che tutto move / per l'universo penetra, e risplende / in una parte più o meno altrove» (Par. I, 1-3).

Ma ora mi domando, alla luce della supposta leva di Archimede della ragione umana, il nostro Dante Alighieri a quale Sapienza mirava? Se è quella, sfiorata nell'Apocalisse giovannea, legata ai «numeri» della «bestia», ma a patto di sobbarcarsi il peso dei guai causati dalla «grande prostituta» (il solito Sud) grazie ad una «mente che abbia saggezza» (Ap 17,9), tutto torna per la buona pace del cristianesimo.

Tuttavia si profila anche quell'infero Ulisse, in Dante, che afferma, quasi con arroganza, «Fatti non fummo per viver come bruti / ma per seguir virtude e canoscenza» grazie ad una vantata «navicella del mio ingegno» a veleggiare con strane «vele di mar» mai viste prima.

Non si può negare che col DVX, svelato a questo modo, appare prepotente, come d'incanto, un magnifico, se pur discutibile, irredentista d'altri tempi, simile ad un apocalittico «drago rosso» a menar vincente la sua «coda». Però, non si possono nemmeno trascurare le dicerie, sul conto del nostro sommo Poeta e di altri "amici" suoi conterranei, in merito a certe simpatie templaristiche allora molto diffuse.

Per tagliar corto, mettendo da parte simili cose, io credo che la sapienza unita alla saggezza, come si sa, hanno fatto sempre l'uomo molto ricco. Si capisce che è una metafora ed allora prendiamolo in questo senso «Lo scarabeo d'oro», il suddetto racconto di E. A. Poe, e perché no, anche il «DVX» dantesco di un altro genere di racconti, entrambi fra tanti altri simili a loro per emblematici, attirati da «scarabei d'oro», o dal genere di "donne" come quella dell'Apocalisse «adorna d'oro, di pietre preziose e di perle».

Poe sapeva che il "tesoro" di Kidd il pirata era frutto di rapine ed ammazzamenti e per cautelarsi si servì dello «scarabeo d'oro» che gli antichi egizi disponevano sacralmente nel cuore dei defunti perché non fossero molestati dai demoni durante il viaggio d'oltretomba.

Ma come per Poe, non si finisce mai di raccontare e si ricomincia sempre da capo con un altro genere di storie incredibili per abbindolare gli incapaci di usare con arguzia l'intelletto. Per esempio, come quella di «Shéherazade», la prima di una raccolta di novelle, dell'Egitto del X secolo, «Mille ed una notte», che fu anche tradotta in musica nel 1888 in una suite sinfonica da N. Rimskij Korsakov.

Però qui c'è di più, perché la bella e saggia Shéherazade, non solo, si dimostrò abile nel raccontare attrattive ed amabili storie per tenere a bada la "bestia" del suo sovrano preso da insanabili pazzie, ma per profondo amore, ella pur sapendo di rischiare la sua vita, si dispose coraggiosamente in questo modo convinta di farlo rinsavire. Come si sa tutto finì nel migliore dei modi.

Che incredibili concezioni di poteri "galeotti" di racconti celebri capaci di vita o di morte, che infine dipendono dal tremor di labbra amorevoli, a volte capaci di parole miracolose! E di «quell'amor che move il sole e l'altre stelle»? E' chiaro che si tratta dell'amore per la Scienza.

Oggi si leva la voce di una "Beatrice" della Scienza, in Rita Levi Montalcini, che incita ad avere «...il coraggio di conoscere» perché la Scienza non ha colonne d'Ercole, pur con i limiti di «innati valori etici» (1). E come se non bastasse un'altra "Beatrice", Margherita Hack, svincolandosi anch'essa dal mondo spirituale, esorta l'uomo di scienza a rimboccarsi le maniche perché «La sopravvivenza della Terra è legata al risplendere del Sole. Ma il Sole splenderà per sempre?» (2).

Da parte mia, per concludere, questo è il mio modesto pensiero. L'uomo di scienza, non ha colonne d'Ercole, ammettiamolo, e potrebbe portare anche il bene, ma se fosse pervaso da un amore simile a quello di Shéherazade sarebbe lui l'Ercole, il demiurgo da battere di nuova generazione benedetta da Dio, l'Uomo che forse sognava lo stesso Dante Alighieri e che a ragione di ciò era sempre «malinconico e pensoso».

     (1) Intervista rilasciata al Giornale di Brescia di agosto 2004

(2)  Intervista rilasciata al Giornale di Brescia di giugno 2002

 

 

(Dante Alighieri - Cartolina d'epoca - collezione privata)

 

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