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L’ALLORO DI APOLLO
ovvero
l’istante della metamorfosi
Scrive Ovidio nelle Metamorfosi (libro I, 450.567):” (…) non c’era ancora l’alloro e Febo cingeva di qualunque fronda il capo superbo dalla lunga chioma. Il primo amore di Febo fu Dafne, figlia di Peneo: amore non casuale ma voluto dall’ira del crudele Cupido”. Gianlorenzo rientrato a casa a notte fonda - una gelida notte d’inverno a Roma - si infila infreddolito nel letto e, preso dal tavolino il volume, comincia a rileggere febbrilmente i passi famosi del poema che da giorni sta meditando con attenzione. Sì, ora non ha più alcun dubbio, sarà proprio la voce del grande poeta latino a guidare la sua immaginazione - e la sua mano - per l’invenzione inimmaginabile di uno *spazio*(chiostro di S. Carlino) concreto creato apposta per narrare un evento tanto favoloso e mitico quanto affascinante e apparentemente impossibile da realizzare. Questa volta infatti per il giovane maestro il tema da trattare è raro, soprattutto in scultura; nessun artista lo ha mai reso nel marmo e proprio per questo Gianlorenzo ne è esaltato. Il gruppo di Apollo e Dafne sarà comunque una metafora poetica. Una delicata, lievissima allegoria. (…) “Ella fugge più veloce del soffio del vento e non si ferma alla voce di lui che così la supplica:” Ti prego, fermati, o ninfa Peneide! Non ti inseguo come un nemico!(…) Me infelice! Temo che nella corsa tu inciampi e cada e i rovi graffino le tue gambe che non meritano ferite e che proprio io divenga per te causa di dolore! I luoghi che attraversi di corsa sono aspri; rallenta la tua fuga, te ne prego! Anch’io rallenterò il mio inseguimento. Cedi almeno alla curiosità di sapere chi è colui che di te si è invaghito!(…) Io sono il re di Delfi…mio padre è Giove. Io svelo il futuro, il passato e il presente, io insegno ad accordare il suono della cetra col canto…l’arte della medicina è una mia scoperta e in tutta la terra sono chiamato il taumaturgo: anche il potere delle erbe dipende da me. Ahimè! Come l’amore non si può curare con le erbe e come sono inutili a colui che le possiede le arti che agli altri giovano!”. Il cardinale Scipione Borghese gli ha commissionato l’8 agosto del 1622 quest’opera appositamente per la sua personale collezione d’arte; ora siamo a febbraio e Gianlorenzo deve procedere e scolpire le due statue. Il lavoro già in parte avviato cresce via via che l’artista s’impadronisce del senso profondo dei versi a cui s’ispira. Nel silenzio della notte Gianlorenzo riflette, ripetendo sottovoce ogni frase più e più volte, assaporandone la musicalità, pronunciando attentamente ogni mirabile parola che descrive quel magico evento. Sente tutto il pathos che il poeta ha infuso nel ritmo del canto, lo segue, se ne appropria. “Mentre egli cerca di parlare ancora, la ninfa impaurita continua a fuggire e si lascia alle spalle lui e il suo discorso incompleto… Il giovane dio la insegue sempre più da vicino.(…) È la speranza che imprime velocità all’uno, all’altra la paura. L’inseguitore, cui amore mette le ali, è più veloce, non dà tregua alla fuggitiva e già le è alle spalle: il suo alito le sfiora i capelli sul collo. Esausta e vinta dalla fatica della fuga affannosa, sbiancata in volto, la fanciulla grida:” O Terra spalancati, distruggi il mio aspetto e trasforma questa bellezza che è causa della mia rovina!…” Gianlorenzo sente una forza impetuosa dentro di sé, un’energia creativa incontenibile. Ha solo ventiquattro anni ma la sua fama è già viva. La sua prima opera ufficiale compiuta interamente da solo, tutta di sua mano e non come aiuto del padre Pietro, risale ormai a otto anni prima: quel piccolo gruppo con Giove allattato dalla capra Amaltea e un fauno, che molti hanno scambiato per un originale antico tanto è bello e classicamente perfetto ora spicca tra tutte le splendide opere della collezione del cardinale. Ma Gianlorenzo vuole altro dalla scultura, non soltanto una libera reinvenzione dall’antico, un nuovo classicismo, ma qualcosa che sia frutto di una sua personale ricerca. Nei lavori già fatti ha sperimentato la conquista dello spazio come libera costruzione di figure veementi, sovrapposte, avvitate…dalle linee impreviste…ora vuole riuscire a competere non solo con il testo poetico a cui si richiama ma con la sua stessa immaginazione forzandone i limiti. Questa volta le due statue dovranno senz’altro contraddire la loro stessa qualità di esseri immoti: il fermoimmagine che li coglie dovrà essere dinamico, vivo. Quanto mai vitale… È dal 1618 che Gianlorenzo lavora esclusivamente per il cardinal Scipione, uomo bonario e non molto raffinato ma gran collezionista e provveduto di un intuito infallibile che gli consente di raccogliere le opere d’arte più belle, antiche e moderne. Il cardinale è entusiasta del giovane genio che scolpisce per lui e che arricchisce senza difficoltà la sua eccezionale collezione. Un enfant prodige che a vent’anni gli ha già regalato opere come l’Enea, Anchise e Ascanio e Il Ratto di Proserpina oltre alla Capra Amaltea scolpita prima del 1615, a neanche diciassette. Ora vuole da lui un David e il gruppo di Apollo e Dafne per cui Gianlorenzo sta appunto studiando la tecnica che applicherà. Al cardinal Scipione piacciono le “storie”, le “favole” ed è convinto che i dipinti della sua collezione e ancor più i suoi marmi diano concretezza e realtà ai fantasmi poetici, alle invenzioni verbali della fantasia degli scrittori. Ama la seduzione che emanano tutte le opere da lui raccolte, ancora più esaltante delle pagine dei libri da cui sono tratte… Intanto Gianlorenzo continua nella pace notturna la sua appassionata lettura: “Ha appena finito di pronunciare queste parole che un pesante torpore le invade le membra: il morbido petto è racchiuso in una sottile corteccia; i capelli si allungano fino a divenire fronde, le braccia rami; i suoi piedi, prima così veloci, sono inceppati da inerti radici; il viso diviene la cima dell’albero. Solo il suo splendore resta. Ma anche così Febo l’ama e ponendo la mano sul tronco sente battere ancora il cuore sotto la corteccia appena spuntata… (…) ”Poiché non puoi essere la mia consorte, ebbene, sarai il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra saranno sempre inghirlandate di te, o alloro!(…) e come dal mio giovane capo la chioma non viene mai recisa, anche tu manterrai sempre il decoro delle tue fronde”. (…) l’alloro annuisce coi suoi rami appena spuntati e accenna con la cima, come se dicesse di sì con la testa”. La notte è ovattata, forse nevicherà. Nella mente del giovane scultore i pensieri e le idee si affollano veloci e rapinosi: si mescolano, s’intrecciano fino a fondersi con le bellissime parole poetiche. Il tema della metamorfosi lo affascina completamente; la totale visionarietà dell’evento è incredibilmente potente: la forma umana che si trasforma in altro da sé: in radici, corteccia, foglie…un altro essere vivente…ecco, l’inaudito…il misterioso mutar forma di un’esistenza… in un’altra…diversa…aliena. Dunque, dice a se stesso Gianlorenzo, anche il marmo dovrà essere lavorato straordinariamente, non come fosse dura pietra ma come fosse tenera cera…dovrà compiersi così una metamorfosi nella metamorfosi. Anche la materia più grave dovrà mutarsi…è necessario…indispensabile… Il gioco d’illusione dovrà far sì che il marmo non sia più marmo ma… infine la sua ponderosa essenza dovrà essere dimenticata... totalmente perduta… La materia inflessibile, rigida e fredda si dovrà convertire in una sostanza morbida, malleabile e calda…dovrà essere evidente allo sguardo di chi ammira il cambiarsi della roccia inanimata in serpeggianti radici…poi in rugosa corteccia…quindi in radiosa epidermide…in stoffa…capelli…fronde… Dovranno rivelarsi alla vista - come fossero saggiati dal tatto - i differenti gradi di levigatezza delle carnagioni ineguali di Apollo e Dafne, le minime asperità, la grana scabra, quella più liscia e trasparente…dovrà essere visibile l’opalescenza, la luminosità… tutto…tutto…nessun particolare sarà trascurato…ecco…sì, sarà così… Pensa febbrilmente il giovane maestro. Gianlorenzo ora finalmente vede con gli occhi della mente come appariranno le due figure che s’inseguono: due adolescenti scattanti ed elastici impegnati in una corsa sfrenata. Ciò nonostante il loro passo dovrà essere leggero, dal ritmo quasi danzante poi, forse, ecco sì, un volo, un balzo, bloccato però nell’istante stesso del mutamento fulmineo. Questo darà leggerezza alle figure di marmo… …Ecco Dafne che fugge a perdifiato, impaurita. Apollo più veloce di lei sta per raggiungerla, come un raggio di sole che illuminando colpisce e afferra. La sua corsa però non è selvaggia e folle come quella che ci si aspetta da ogni inseguitore anzi, sembra stranamente esitante, forse perché gravata da un presagio: l’impeto di Apollo è trattenuto dall’oscura consapevolezza dell’improvvisa drammatica trasformazione: infatti… nell’attimo stesso in cui il dio tocca lievemente la ninfa…ecco che accade l’evento irreparabile… È in questo momento che i due giovani si accorgono di ciò che rapidamente li sorprende: Dafne grida terrorizzata: si slancia accennando un salto per sottrarsi all’abbraccio di Apollo ma, nell’attimo stesso, si volta repentina verso il suo inseguitore e in un colpo d’occhio s’avvede che su di lei sono nate già le prime foglie e una tenera corteccia sta avvolgendola piano piano, delicatamente. Sta esaudendosi il suo desiderio, la sua accorata richiesta alla terra, tuttavia ne è spaventata e… Il balzo verso l’alto è così trattenuto, impedito: le radici appena spuntate immergendosi nella terra ancorano per sempre la ninfa alla fissità di un esile tronco. Apollo guarda quasi inespressivo Dafne: troppo velocemente l’ha colto la trasformazione, quasi smarrisce, sbigottito per gli eventi causati dal suo stesso tocco; ecco, coglie l’istante vero della metamorfosi: Dafne muta: i folti capelli scomposti e disordinati che la corsa ha gettato all’indietro per effetto d’inerzia ondeggiano ora in avanti dando rapido appiglio alle fronde: crescono…crescono…diventano la chioma dell’albero. Ecco che dalle candide e affusolate dita appaiono sottili rametti con piccole, tenerissime foglie… Il sogno di Gianlorenzo è ora completo…e diverrà una realtà piena, fatta della sostanza più materiale e pesante che ci sia: candido marmo. E se la poesia come l’amore sfortunato non raggiunge mai il cuore delle cose, un’opera d’arte di solidissima pietra riuscirà nonostante tutto a comunicare la delicatezza di cui è capace l’animo umano. Deve essere così, pensa Gianlorenzo.
“Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia formae Fronde manus implet baccas seu carpit amaras”
ossia
“Chiunque ami seguire la gioia dell’effimera bellezza / le mani colma di fronde o raccoglie amari frutti”
È ormai mattino: Gianlorenzo ha trascorso l’intera notte a fantasticare ma anche a perfezionare l’esecuzione della sua opera disegnando altri schizzi, approntando nuovi bozzetti. Pur non avendo quasi mai dormito non è stanco perché lo tiene sempre in allerta il suo genio, la sua vivida, portentosa immaginazione. Apre la finestra e passando davanti allo specchio appeso al muro vede che la luce riflessa gli restituisce il ritratto di un ragazzo dagli occhi intensi e magnetici, dal naso rostrato, dalla bocca carnosa incorniciata da baffi leggeri, dalla capigliatura a corte ciocche ribelli. È un viso intelligente, è vero – tutti lo dicono – ma, ciò che più lo colpisce è quello sguardo pungente, quell’insolita acutezza che, fissando il se stesso al di là dello specchio, dice tutto sulla sua personalità. Gianlorenzo Bernini aveva nelle mani l’ineguagliabile abilità che sapeva rendere la materia trattata viva, calda e vera. La sua tecnica virtuosistica, particolarmente evidente nel capolavoro Apollo e Dafne – forse la sua opera più bella, delicata e commovente - elimina ogni limite fisico alla creazione delle immagini: una vera e propria sfida alle possibilità offerte dalla materia inerte. L’uso sapiente di acidi diversi al momento della lucidatura finale del marmo conferivano a quest’ultimo infinitesimali differenze di levigatezza, non sempre percepibili con l’occhio (occorre addirittura uno strumento sofisticato per individuarle); ma chi oggi guarda e ammira riesce ugualmente a “sentire” le più raffinate vibrazioni della pietra e non può che rimanerne incantato. |
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Sta per sorgere un nuovo sole!
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