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Avvicinandosi
ad Assisi – il cuore del cuore verde d’Italia – lo sguardo spazia
sulla pianura umbra – la dolce piana del Topino e del Chiascio –
che ai tempi di Francesco doveva apparire punteggiata di zone dai
mutevoli colori: i verdi smaglianti, accesi e brillanti dei prati volgevano
in quelli densi e scuri delle macchie boschive, poi ancora in quelli
smorzati e argentei dei bassi uliveti che si alternavano alle geometriche
strisce d’argilla ocra o alle particelle marrone scuro della terra appena
arata.
D’estate,
le ben delineate ma sparse chiazze dorate dei campi di grano erano
interrotte dalle isole irregolari delle fioriture selvatiche: i rossi, gli
azzurri, i gialli e i violetti delle corolle splendevano sotto il cielo
lucente; tra di loro i corsi dei fiumi cristallini tracciavano veloci le
fresche vie d’acqua gorgoglianti.
Giungendo
da Perugia e varcando quindi l’ingresso alla città per la trecentesca
Porta S. Francesco dal bell’arco a tutto sesto coronato da merli, o dalla
Porziuncola, lo sguardo è improvvisamente catturato dai poderosi,
formidabili contrafforti che sostengono il Sacro Convento e la Basilica di
S. Francesco sul crinale scosceso del colle.
Questi
ciclopici bastioni sembrano formare attorno allo scrigno più prezioso di
Assisi una fortificazione, una cittadella inespugnabile, se non fosse per
quelle arcate armoniose, anche se colossali, che si susseguono in corsa come
le campate di un antico acquedotto romano: suggeriscono un ponte,
e dunque un avvicinamento, un invito ad entrare nel luogo più
importante della città. Questi cinquantatré archi, imponenti e bellissimi,
innalzati al tempo di papa Sisto IV (Francesco della Rovere, 1471-1484),
consolidano tutto il vasto complesso, proteggendo la parte che guarda a
valle, verso occidente. Oltre lo sprone svettano l’abside e il campanile
della Basilica.
La
città si sviluppa in senso longitudinale proprio in virtù della presenza
della basilica dedicata a Francesco e del convento annesso, la cui
costruzione modificò l’antico assetto urbanistico radicalmente,
opponendosi al raccolto e scalare impianto romano.
La
parte media della città è dominata dalla Rocca Maggiore; si succedono in
sequenza la Torre del Comune, il campanile e la cupola del Duomo, S. Chiara
con il campanile a cuspide e le inconfondibili ali rampanti del suo
convento; al di sopra la Rocca Minore, fino a giungere con lo sguardo in su,
là dove si eleva il monte Subasio, dal gran dorso culminante a 1290 metri.
Assisi
è tutta costruita con la calcarea pietra rosa del Subasio, in un crescendo
di terrazze artificiali: i tetti delle case affastellate si rincorrono
digradanti per il lieve e morbido pendio della collina, con andamento
ritmicamente disuguale.
Le
sue strade strette e tortuose, asimmetriche e a volte ripidissime,
dall’aspetto remoto, fanno rivivere a chi le percorra il tempo di
Francesco.
Un
manoscritto trecentesco conservato alla Biblioteca Vaticana riporta una
leggenda secondo la quale Francesco, trovandosi un giorno sulla collina
inferiore di Assisi, improvvisamente s’inginocchiò a pregare. Il compagno
che era con lui gli chiese il perché di quella sua inaspettata meditazione
e Francesco gli rispose dicendo che ora quel luogo aveva nome collina
dell’inferno, ma che un giorno non troppo lontano sarebbe stato chiamato
collina del Paradiso.
Si
tratta probabilmente solo di leggenda, ma fa capire come questo luogo fu
sempre molto apprezzato dall’Ordine. “Collis inferus” era infatti la
collina situata a occidente di Assisi dove venivano gettati i rifiuti e si
giustiziavano i malfattori. Per questi due motivi forse era chiamata collina
dell’inferno, “collis inferni”.
Fu
un certo Simone Puzzarelli a donare la collina inferiore perché vi fosse
costruita una chiesa destinata ad ospitare il corpo di san Francesco: risale
al 29 marzo 1228 il documento più antico finora conosciuto che è da porre
in relazione con la basilica dedicata al santo.
In
questo documento ufficiale si dice che frate Elia riceve, a nome del
pontefice Gregorio IX, il suddetto terreno. Un mese più tardi, il 29
aprile, il papa emana una bolla nella quale viene approvata l’edificazione
della chiesa destinata a custodire il corpo di Francesco.
Questi
due documenti illustrano bene il desiderio sia del papa (Ugolino dei Conti
di Segni, l’antico protettore di Francesco e dell’Ordine), che di frate
Elia di rendere un omaggio straordinario al Poverello.
La
prima pietra dell’edificio basilicale fu benedetta dal papa addirittura il
giorno successivo alla canonizzazione di Francesco, il 17 luglio 1228. Così
la collina su cui stava per sorgere la mirabile chiesa fu chiamata dallo
stesso pontefice “collis Paradisi”, collina del Paradiso.
I
fedeli concorsero con abbondantissime elemosine alla sua costruzione, così
che i lavori poterono concludersi in anticipo sui tempi, e in capo a meno di
due anni la chiesa inferiore era pronta ad accogliere il corpo di san
Francesco.
La
chiesa superiore ebbe il tetto entro il 1236, mentre tre anni più tardi si
compiva la costruzione del campanile, la cui campana maggiore porta la data
del 1238.
L’11
giugno 1253 la basilica fu consacrata da papa Innocenzo IV. In quello stesso
anno morivano sia frate Elia (il 22 aprile), sia santa Chiara (l’11
agosto), sia Agnese, sorella di Chiara (il 16 novembre).
Negli
anni successivi i papi, con diverse bolle, colmarono di privilegi e titoli
onorifici la basilica preoccupandosi della sua ultimazione.
Due
pontefici in particolare, Clemente IV e Niccolò IV – quest’ultimo primo
papa francescano – con le bolle rispettivamente del 28 marzo 1266 e del 15
maggio 1288, influenzarono decisivamente i lavori successivi. Fu così che
grazie anche al sostegno di principi e potentati si ebbero in Assisi i più
abili e rinomati artisti dell’epoca: fiorentini, senesi e romani.
Tra
la fine del XIII e per quasi tutto il XIV secolo furono poste in sede le
vetrate più antiche e furono completati i grandi cicli di affreschi; si
aprirono le cappelle laterali della chiesa inferiore e il transetto
d’ingresso.
Nel
complesso i lavori si conclusero nel 1367con la costruzione della cappella
di S. Caterina d’Alessandria.
È
tuttora incerto chi fu l’architetto che disegnò la basilica: si fanno
alcuni nomi tra cui Lapo o Jacopo tedesco, Paolo Lumprandi, Filippo da
Campello, fra’ Giovanni della Penna e naturalmente frate Elia (che nacque
in Assisi verso il 1180, e fu uno dei primi compagni di Francesco; nel 1217
divenne primo ministro provinciale e fondatore della custodia francescana di
Terra Santa; in seguito (1220) tornato in Italia insieme a Francesco, fu da
lui nominato (1221-1227) vicario generale dell’Ordine minoritico).
Mancano
tuttora documenti sufficienti per propendere per l’una o l’altra
candidatura, ma, oggi l’ipotesi più ragionevole appare quella che
sostiene frate Elia come il primo o perlomeno il principale progettista,
organizzatore e soprintendente alla costruzione della duplice basilica, del
Convento e del Palazzo Pontificio. Negli anni in cui frate Elia fu generale
dell’Ordine (1232-39), con il favore di Gregorio IX diede grande impulso
all’opera di edificazione della chiesa e comunque, anche quando concluse
il suo mandato, continuò ad occuparsi di essa essendo stato nominato
Commissario della Fabbrica.
È
molto probabile che l’edificio basilicale presentasse una prima redazione
più austera rispetto all’attuale, rispecchiando fortemente lo spirito
pauperistico del francescanesimo delle origini. Severità riscontrabile
tuttora nella basilica inferiore oscura, cupa e solenne con le basse arcate
a tutto sesto di gravità ancora romanica: il senso di profondo
raccoglimento che suggerisce simboleggerebbe secondo alcuni
la vita di penitenza.
Quando
poi a frate Elia subentrarono alla giuda dell’Ordine padri generali
inglesi si affermò il raffinato spirito gotico che informa l’ariosa aula
della basilica superiore, dandole slancio, eleganza e leggerezza: così
alta, luminosa e gaia è il simbolo della gloria.
Questo
è il significato potente e specialissimo che molti hanno attribuito alla
presenza delle due chiese sovrapposte a comporre la basilica; molto più
probabilmente la strutturazione su due livelli era motivata dalla necessità
di accogliere nella zona inferiore i pellegrini che andavano a pregare sul
corpo del santo e quella di destinare la parte superiore alle cerimonie
ufficiali dell’Ordine, cui poteva partecipare anche il papa, sedendo sul
suo trono collocato nell’abside.
La
chiesa superiore di san Francesco è comunque un evento eccezionale, forse
unico, di un diretto trapianto dell’architettura gotica del nord nel
centro Italia del XIII secolo.
Ma
il nucleo fondante, da cui riceve senso tutto l’insieme, è la cripta con
la tomba di san Francesco.
Nel
corso di una tumultuosa cerimonia il 25 maggio 1230 il corpo del santo
veniva trasferito dalla chiesa di S. Giorgio ad una cella sotto l’altare
maggiore della nuova basilica a lui intitolata.
Padre
Uribe nel suo bel libro “Itinerari Francescani” descrive così
l’avvenimento: “Fu qualcosa di solenne e di processionale a cui
assistettero tutto il popolo di Assisi e dintorni, vari prelati, cavalieri
armati e tutti i ministri provinciali dell’Ordine, per l’occasione
riuniti in capitolo generale ad Assisi. L’urna con i resti mortali di san
Francesco era trasportata su un carro trainato da buoi. Quello che si narra
dei drammatici avvenimenti capitati prima di entrare nella basilica è
sovraccarico di elementi così soggettivi da non permettere di formarci
un’idea chiara di quanto successo.
Stando
a tali narrazioni, frate Elia avrebbe provocato un tumulto per
giustificare l’entrata precipitosa del corpo del santo, sbarrare
decisamente le porte e procedere, con pochi aiutanti, a nascondere
clandestinamente l’urna. Alcuni cronisti arrivano ad affermare che la
processione non fu altro che una messinscena, dal momento che il vero
trasferimento era già stato fatto da frate Elia tre giorni prima.
Una
cosa è certa: il sarcofago con i resti di san Francesco venne posto sotto
l’altare maggiore, in un luogo non accessibile al pubblico, ma
probabilmente visibile attraverso una “finestrella della confessione”, e
così rimase per qualche tempo.
Si afferma che poco dopo venne costruito un corridoio segreto che partiva
dal coro e giungeva fino alla tomba. Questo corridoio rimase aperto fino al
1442, quando venne ostruito per ordine pontificio. Molto presto si perse la
conoscenza del luogo esatto, il che diede adito a varie leggende pie e
fantasiose su dove e in quale forma si trovasse il corpo di san
Francesco”.
Questa
lunga citazione era necessaria perché solo il racconto di un frate minore
come Padre Uribe può narrare esaurientemente le vicende straordinarie, e
soprattutto poco conosciute ai più, riguardanti l’ultimo atto della vita
di Francesco.
Ma
la storia non è qui conclusa, infatti, nel 1806 fu presa la decisione di
aprire il sepolcro; però, a causa dell’occupazione napoleonica, i lavori
furono sospesi per circa dodici anni.
Il
12 dicembre 1818, finalmente, dopo cinquantadue notti di duro lavoro, fu
rinvenuto il sarcofago in pietra protetto da alcune sbarre di ferro entro il
quale fu trovato un cadavere che un testimone oculare descrisse come
integro: il santo era ancora naturalmente deposto con le mani poggiate sullo
stomaco; ma il contatto con l’aria presto disintegrò il corpo. Papa Pio
VII dichiarò in un breve che il corpo ritrovato era quello di san
Francesco.
Nel
1824 fu costruita una prima cripta a forma di croce greca e di stile
neoclassico per la direzione di Pasquale Belli. Ma il contrasto di stile con
il resto della basilica suscitò una serie di critiche che portarono alla
fine alla totale ristrutturazione - tra il 1925 e il 1932 - e alla
conclusione di una nuova cripta su disegno dell’architetto Ugo Tarchi.
Di
stile neoromanico – maggiormente intonato all’idea di povertà e
semplicità di Francesco – il nuovo ambiente, più raccolto e sereno,
invita alla preghiera di fronte al grande pilastro centrale intagliato nella
roccia e coperto da una inferriata che custodisce il sarcofago di pietra
assicurato con le sbarre originali del XIII secolo.
Agli
angoli del transetto le nicchie protette da grate custodiscono le spoglie di
Angelo, Masseo, Leone e Rufino, quattro dei primi compagni di Francesco.
Di
fronte alla tomba di Francesco, nel punto in cui confluiscono le scale
d’accesso alla cripta, sono deposti i resti mortali di Monna Jacopa dei
Settesoli, la fedele amica e nobile romana, che ospitò il santo varie volte
nella propria casa. “Frate Jacopa” come Francesco la chiamava, giunse da
Roma in tempo per vedere un’ultima volta Francesco prima della morte.
Di
nuovo Padre Uribe descrive l’ultima, recente, operazione effettuata sul
corpo del santo: “Il 17 gennaio 1978 un breve apostolico di Paolo VI
autorizzava una nuova ricognizione del corpo di san Francesco. Sette giorni
dopo si procedeva all’apertura dell’urna dinanzi a una commissione
ufficiale composta da periti e da autorità varie.
Dopo
un minuzioso lavoro di ricognizione, descrizione e ripulitura, le ossa
rinvenute venivano collocate in un’urna di plexiglass sotto vuoto e con
azoto, al fine di impedire lo svilupparsi di germi e propiziare
l’equilibrio barometrico interno in relazione a quello dell’ambiente
esterno. Il 4 marzo di quello stesso anno, una volta conclusi i lavori e
dopo alcuni giorni riservati alla venerazione delle sacre spoglie, queste
venivano nuovamente chiuse nel sarcofago e protette con un moderno sistema
di sicurezza”.
Sopra
la cripta è impostata la bassa e
larga Basilica Inferiore che presenta una pianta articolata: l’unica
navata è divisa in cinque campate da basse arcate a tutto sesto
sostenute da tozzi pilastri; la copertura è di volte a costoloni
nella navata, di volte a botte nel transetto. Le volte a crociera sono
dipinte in azzurro con alcune grandi stelle, mentre i costoloni presentano
un’interessantissima decorazione a motivi geometrici con vivi contrasti
cromatici, contemporanea agli affreschi delle pareti laterali, i più
antichi di tutta la basilica. Furono attribuiti in un primo tempo a Giunta
Pisano (1236 circa), ma oggi sono più esattamente rivendicati al cosiddetto
“Maestro di S. Francesco”: sono andati purtroppo in gran parte distrutti
a causa dell’apertura delle cappelle laterali.
L’altare
maggiore, posto al di sopra della tomba di san Francesco è opera dei
maestri Cosmati di Roma. Nelle quattro vele della volta gli affreschi con le
Allegorie dei tre voti dell’Ordine, Povertà, Castità e Obbedienza,
insieme all’Apoteosi di Francesco – che la tradizione attribuiva a
Giotto – sono oggi assegnati a colui che è convenzionalmente chiamato
“Maestro delle vele”.
Alle
pareti dell’abside semicircolare, il Giudizio finale, affresco del 1623 di
Cesare Sermei.
La
decorazione ad affresco delle diverse zone e cappelle fu affidata nel tempo
a notevoli artisti, tutti di grande rinomanza: Cimabue, Giotto, Simone
Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Dono Doni (cappella di S. Stefano),
Cesare Sermei (cappella di S. Antonio da Padova).
Nel
braccio destro del transetto (la cui visione per la luminosità è migliore
nelle ore pomeridiane) sono presenti affreschi importantissimi di Cimabue,
Giotto e aiuti.
Nel
braccio sinistro della crociera si trovano gli affreschi di Pietro e
Ambrogio Lorenzetti. All’estremità del transetto si apre la Cappella di
S. Giovanni Battista, la cui bella bifora centrale porta la vetrata più
antica della chiesa (della fine del secolo XIII), che presenta caratteri
cimabueschi e dei romani che affrescarono la Chiesa Superiore. Discendendo
il lato sinistro della navata, alla terza campata s’incontra la Tribuna,
d’impianto gotico: ornata di marmi policromi, colonnine tortili e mosaici
è opera dei marmorari cosmateschi della seconda metà del XIII secolo: da
un suo lato sporge il pulpito.
La
prima campata, ampliata ai lati da due bracci, quasi a formare un nartece,
ha una struttura più decisamente gotica. Sui fianchi di ogni campata si
aprono grandi archi a sesto acuto, che immettono nelle cappelle. Gli
affreschi di Simone Martini sono nella prima cappella di sinistra dedicata a
S. Martino. Nelle sagrestie sono custodite preziose reliquie tra cui –
oltre al testo ufficiale originale della Regola bollata, approvata da Onorio
III il 29 novembre 1223 e sandali e resti di tonache usate da san Francesco
– in un reliquiario d’argento a forma di tabernacolo del XVI secolo, si
trovano i due autografi di san Francesco sulle facciate di una pergamena (cm
10x14): la benedizione a fra’ Leone e, dietro, una laude al Creatore;
questo importante ed emozionante documento-reliquia viene mostrato dalla
loggia delle benedizioni: un tempietto opera di Valentino Martelli
realizzato nel 1607 sulla sinistra della facciata della basilica superiore e
comunicante con essa tramite un corridoio d’archi.
La
parola PAX impressa su una siepe del grandioso spazio verde di fronte alla
basilica superiore ci ricorda che qui, il 26 ottobre del 1986, in occasione
della Giornata Mondiale della Pace si sono riuniti i capi religiosi di tutto
il mondo; essa sembra idealmente proiettarsi e rispecchiarsi sulla facciata,
rilucendo tra i merletti della magnifica rosa disegnata, che in antico era
interamente ricoperta di mosaici policromi – così rutilanti e cangianti
– da renderla simile ad un immenso fiore dai molteplici colori.
La
Basilica Superiore e le Storie di san Francesco
Le
grandi bifore con le antiche vetrate istoriate rendono l’unica navata
molto luminosa, mentre l’arioso spazio viene tranquillamente ritmato dal
semplice avanzare delle quattro campate, divise e misurate dalle triplici
colonnine che formano i pilastri, da cui, in alto, spiccano come rami i
costoloni delle volte a crociera, coronando la lunga prospettiva verso
l’abside poligonale e il transetto.
Le
pareti, ad una certa altezza, rientrano formando un ballatoio che gira
intorno alla navata, sale – sopra il portale – al piano sottostante la
rosa della facciata, mentre nei bracci della crociera passa sotto archi
trilobati.
Questa
parte “bassa” delle pareti – che in virtù del ballatoio risulta
leggermente aggettante –
sembra essere stata predisposta così, durante la costruzione della
basilica, proprio per fare da supporto a un ciclo di affreschi. Quelli che
la tradizione e numerosi testi storiografici – Ghiberti e Vasari
soprattutto – attribuiscono a Giotto.
Infatti,
tra le opere più problematiche e discusse riferite a Giotto giovane ci sono
appunto gli affreschi della basilica superiore.
È
dalla seconda metà del Duecento che s’avvia la complessa attività
decorativa nella basilica superiore: iniziata verso il 1277 sotto il
pontificato di papa Niccolò III (1277-1280), con un’interruzione per un
periodo dopo il 1280, i lavori riprendono nel 1288 grazie al papa Niccolò
IV (1288-1292) – il primo papa francescano – che rinnova ai frati la
possibilità di usufruire delle elemosine dei fedeli per affrontare le
spese.
Il
programma decorativo, articolato e complesso, è stato nei secoli – ed è
tuttora –oggetto di intensi studi e di discussioni a proposito delle
attribuzioni ai diversi maestri che vi hanno partecipato con i loro
cantieri.
Sembra
che ad iniziare le pitture con le Storie degli Apostoli (transetto destro)
sia stato un artista anonimo: il “Maestro oltremontano”, probabilmente
non italiano poiché dal linguaggio marcatamente gotico. Le sue architetture
dipinte sembrano voler continuare le reali con un affascinante gioco di
“finzioni”.
Cimabue
(Cenni di Pepo, 1240-1302), forse nel 1280, subentra affrescando la parte
inferiore del transetto destro, il sinistro, l’abside e le volte con il
suo segno robusto tipicamente medievale, appena mitigato da una certa
classicità, completando le Storie degli Apostoli, Apocalisse, Storie della
Vergine Maria, Evangelisti.
Di
straordinario impatto emotivo la Crocifissione (350x690 cm) del transetto
sinistro. Qui Cimabue realizza un’opera di alta drammaticità per gli
atteggiamenti dei personaggi e per l’ambientazione. La scena, molto
affollata, ha il suo centro nella croce che la divide esattamente a metà.
La figura serpentinata del Cristo è tragicamente investita dal vento che
agita il suo perizoma; la tensione drammatica è accentuata dalla figura
della Maddalena che mostrando tutta la sua disperazione leva le braccia tese
al cielo, mentre san Francesco accasciato ai piedi della croce appare
prostrato dal dolore.
La
cattiva conservazione di questo affresco – dovuta ad infiltrazioni di
umidità e alla presenza di ossido di piombo – ha reso la scena ancora più
carica di pathos poiché i colori hanno subito un viraggio tanto da dare un
risultato di negativo fotografico: le tonalità cromatiche hanno subito
un’inversione di modo che i chiari sono divenuti scuri e i toni scuri oggi
ci appaiono chiari. Questo ha creato una atmosfera assai particolare,
certamente non voluta dall’autore, ma che rende quest’opera veramente
unica e affascinante.
La
decorazione della navata inizia dopo il maggio del 1288 con la pittura
parallela e contemporanea del registro superiore delle due opposte pareti: a
sinistra dal transetto con le Storie dell’Antico Testamento e a destra del
Nuovo Testamento.
Sono
impegnati in questa opera vari pittori, alcuni seguaci romani e toscani di
Cimabue, tra cui predomina il romano Jacopo Torriti, mosaicista, oltre che
pittore, il quale svolgerà un ruolo determinante nel rinnovamento della
pittura a Roma alla fine del Duecento. A Torriti e ai suoi collaboratori
sono attribuite le pitture delle prime due campate partendo dal transetto,
comprendendo la Volta dei santi e la Cacciata dei progenitori dall'Eden
nella fascia superiore della terza campata di destra.
A
questo punto sembra inserirsi un altro maestro provvisto di uno stile più
moderno, con un senso spaziale nuovo accompagnato a volumi solidi e a volti
espressivi e chiaroscurati che realizza alcune scene della terza campata, in
particolare il cosiddetto dittico delle Storie di Isacco, quindi la Salita
al Calvario e Crocifissione; e della quarta, Uccisione di Abele, Giuseppe
gettato nel pozzo e Giuseppe riconosciuto dai fratelli, Gesù tra i dottori
e Battesimo di Cristo, Deposizione e Resurrezione. Anche la Volta dei
Dottori con gli articolati quanto metafisici troni (che il terremoto del
settembre del 1997 ha fatto crollare e che un lungo quanto eccezionale
restauro ha in parte recuperato), e la porzione della controfacciata con la
Pentecoste e l’Ascensione, sono da ascriversi a questo maestro e alla sua
bottega.
Un
artista dalla sensibilità matura ed esperta – oltre che raffinata ed
elegante – di cui si avverte la cultura classica, capace inoltre di
costruire le proprie composizioni architettonicamente. A costui è stato
dato il nome di “Maestro di Isacco”. La critica ha avvicinato questo
artista all’autore delle Storie di san Francesco dipinte nella fascia
laterale della stessa basilica superiore di Assisi.
Di
chi si tratta? Di Giotto, o no? La secolare querelle che ha avuto come
risultato di creare fra gli studiosi due fronti opposti, ancora oggi non è
affatto sopita. La corrente critica che sostiene il nome di Giotto
(1267-1337), tenendo anche conto delle affinità stilistiche con le
sottostanti Storie di san Francesco, si contrappone ad altre proposte di
tutto rispetto che identificano il Maestro di Isacco in Pietro de’ Cerroni,
detto Cavallini (di cui si hanno notizie tra il 1273 e il 1321ca.), o in
Arnolfo di Cambio (1245-1302), architetto e scultore e probabilmente anche
pittore, o in un altro ignoto romano.
Questa
questione resta quanto mai spinosa, poiché alcuni studi recenti tendono a
ritenere, clamorosamente, che le Storie di san Francesco non siano di Giotto
o perlomeno che abbiano concorso a dipingerle molte mani.
Gli
studiosi Bruno Zanardi e Federico Zeri hanno indicato in Pietro Cavallini
l’autore degli interventi riguardanti soprattutto alcuni volti che
rivelerebbero il modo tipico di questo maestro di eseguire gli incarnati.
È
molto probabile, come del resto era in uso all’epoca, che Giotto abbia
eseguito il disegno delle varie scene, la loro composizione, e poi altri
siano intervenuti nella stesura pittorica. Che siano stati allievi o
addirittura il cosiddetto secondo capobottega, cioè Pietro Cavallini, non
tutti sono però concordi nell’affermarlo.
Gran
parte della critica ha comunque segnalato la sempre minore partecipazione di
Giotto al complesso: ciò si nota soprattutto a partire dalla scena che
descrive la morte di Francesco, il cui viso sarebbe ascrivibile a Pietro
Cavallini, e nei visi degli altri personaggi, angeli compresi, che
rivelerebbero interventi di due diversi aiuti.
L’attribuzione
del complesso delle Storie di san Francesco esclusivamente a Giotto non è
in effetti sostenuta da alcun documento diretto.
Un’antica
fonte – Riccobaldo Ferrarese, nel 1312 – ricorda un lavoro di Giotto
fatto per la chiesa di Assisi, ma non specifica quale, dice semplicemente:
”opera facta per eum in Ecclesia Minorum Assisii”. Poi, nel 1450 circa,
Lorenzo Ghiberti nei suoi Commentarii afferma che Giotto “dipinse nella
chiesa di Asciesi nell’ordine de’ frati minori quasi tutta la parte de
sotto” (locuzione di controversa interpretazione: per alcuni riferita allo
zoccolo dipinto nella basilica superiore, ma per altri indicante il
transetto e le cappelle della chiesa inferiore); e Giorgio Vasari, nella
seconda edizione delle Vite (1568), riprende la stessa attribuzione a Giotto
per le Storie di san Francesco.
L’iconografia
delle Storie di san Francesco segue, nella scelta dei ventotto episodi, la
narrazione della Legenda Maior di san Bonaventura da Bagnoregio, scritta tra
il 1260 e il 1263, e che a
partire dal 1266 diviene l’unica biografia ammessa dall’Ordine; anche le
iscrizioni che corrono lungo il margine inferiore delle singole scene
derivano dallo stesso componimento agiografico. I temi iconografici
selezionati per gli affreschi di Assisi divennero subito modello normativo
per i vari cicli pittorici dedicati alla vita del santo, e a partire dai
primi anni del Trecento si diffusero e furono eseguiti soprattutto in Italia
centrale.
Le
Storie di san Francesco si dipanano con una sequenza narrativa che
corrisponde all’ordine cronologico di esecuzione: il ciclo inizia sulla
parete di destra della navata a partire dall’incrocio con il transetto – da cui
potevano ammirarlo i frati seduti sui centodue
stalli del magnifico coro ligneo dell’abside e il papa sul suo
trono cosmatesco – continua sulla stessa parete, proseguendo con due scene
in controfacciata ai lati del portale d’ingresso, svolgendosi poi sulla
parete sinistra, per concludersi tornando di nuovo accanto al
transetto.
“Rispetto
alle scene vetero e neotestamentarie dei registri superiori, i riquadri che
compongono il ciclo francescano presentano una radicale diversità nel
sistema d’impaginazione della parete. Gli episodi della vita del santo
sono infatti disposti lungo le pareti della navata a gruppi di tre per parte
in ognuna delle quattro campate, eccezion fatta per la prima a partire
dall’ingresso dove se ne trovano quattro. Ogni “trittico” di scene è
racchiuso da un’incorniciatura architettonica dipinta, composta da
colonnine tortili – due alle estremità e due a dividere le scene – di
tipo cosmatesco che sostengono un architrave con motivi a cassettoni e
mensolette. Questi ultimi elementi, come pure i capitelli e le basi delle
colonnine, sono prospetticamente centrati sull’asse mediano dell’intero
“trittico”, e non su quello delle singole scene: le quali, peraltro,
sono regolate da un sistema spaziale autonomo rispetto all’incorniciatura
complessiva. Esse si svolgono quindi “al di là” del piano individuato
dalle quattro colonnine e dai cassettoni in scorcio dell’architrave, in
una sorta di trompe-l’oeil, che suggerisce un superamento della superficie
parietale e, soprattutto, crea una relazione tra lo spazio
dell’azione “scenica” degli affreschi e lo spazio “reale”
della navata. Regolate quindi da una visione prospettica autonoma rispetto
all’incorniciatura architettonica, le singole scene del ciclo elaborano al
loro interno una concezione dello spazio – e delle figure umane che in
esso agiscono – che si presenta in costante perfezionamento. Dalle
incertezze di collocazione spaziale dei personaggi nelle prime scene
(Omaggio di un uomo semplice, Sogno del palazzo con le armi) si passa a
rapporti visivi tra ambiente architettonico e figure umane sempre più
coerenti (Approvazione della regola, Visione dei troni), fino a raggiungere
livelli di elevata complessità in scene come il Presepe di Greccio, con la
famosa immagine del retro della croce dipinta inclinata in un ardito
scorcio, o come l'Apparizione al capitolo di Arles, con la panca scorciata
sulla destra ove siedono tre frati raffigurati di schiena.
E,
ancora, l’immagine del crocifisso in scorcio, stavolta visto di fronte,
ritorna, dominante dall'alto dell'iconostasi, nell’Accertamento delle
stimmate. Nel complesso quindi, il ciclo francescano di Assisi, nella
basilica superiore della chiesa intitolata al santo, appare come l’opera
di un maestro in formazione che si misura con le possibilità di lettura e
di elaborazione offerte da uno spazio pittorico inteso in senso
illusionistico e tridimensionale”. (Alessandro Tomei, GIOTTO-Art Dossier)
Il
poliedrico cantiere della basilica di san Francesco, che ha visto
all’opera molti artisti, sembra comunque fortemente dominato dalla
personalità di Giotto che assorbita la lezione dei maestri più anziani –
Cimabue, Arnolfo di Cambio, Torriti –, apporta soluzioni innovative (e
tali vengono realmente percepite dai suoi contemporanei colti e meno colti),
narrando in maniera sintetica, concentrando le composizioni delle varie
scene sull’evento che vuole rappresentare che diviene così facilmente
comprensibile grazie anche agli atteggiamenti naturali dei personaggi i
quali si trovano a compiere gesti ora maestosi ora semplici, scambiandosi
sguardi significativi ed emanando un’umanità profonda.
Inoltre,
la vicinanza cronologica con i fatti narrati (non è trascorso neanche un
secolo dalla morte del santo al momento in cui Giotto dipinge i suoi
capolavori datati 1295-1297/1299), gli permette di ambientarli in un mondo
ancora molto simile alla realtà contemporanea; anche la figura del santo
non appare più avvolta in un alone leggendario come era stato fino ad
allora per tutte le narrazioni sacre bizantine, ma viene definita
storicamente e calata all’interno della contemporaneità.
Le
Storie di san Francesco rappresentano dunque una grande novità
rispetto ad altri cicli del tardo Duecento, fiorentini e romani. Ed
infatti Giotto – il loro più che probabile autore – divenne per i
contemporanei l’assoluto protagonista e dominatore del panorama figurativo
del tempo, e per noi rappresenta l’artista-simbolo dell’intero Medioevo.
Tra i suoi contemporanei più illustri è Dante, che, inserendolo nella sua
Commedia, offre la più autorevole testimonianza, nella celebre terzina,
circa l’eccellenza e la fama che all’epoca era riconosciuta a Giotto:
“Credette
Cimabue nella pintura
Tener
lo campo, e ora ha Giotto il grido,
Sì
che la fama di colui è oscura”
Purgatorio,
Canto XI, 94-96 (circa 1310)
A Giovanni Boccaccio,
inoltre, si deve nel 1350, la prima valutazione critica delle novità
apportate dall’arte giottesca. Nella quinta novella della sesta giornata
del suo Decameron il poeta infatti dice: ”ebbe uno ingegno di tanta
eccellenza, che niuna cosa dà la natura, madre di tutte le cose e
operatrice col continuo girar de’ cieli, che egli con lo stile e con la
penna o col pennello non dipignesse sì simile a quella, che non simile,
anzi piuttosto dessa paresse, intanto che molte volte nelle cose da lui
fatte si truova che il visivo senso degli uomini vi prese errore, quello
credendo essere vero che era dipinto. E per ciò, avendo egli quella arte
ritornata in luce, che molti secoli sotto gli error d’alcuni che più a
dilettar gli occhi degl’ignoranti che a compiacere allo ‘ntelletto de’
savi dipignendo intendevano, era stata sepulta, meritatamente una delle luci
della fiorentina gloria dirsi puote”.
In
questa pagina è evidente il risalto dato sia alla capacità di Giotto di
ritrarre il vero, il naturale, sia il merito di aver richiamato in vita
l’arte classica degli antichi che era stata a lungo ignorata e soppiantata
dall’arte bizantina.
Lo stesso fa notare
Cennino Cennini nel suo Libro dell’arte del 1390 circa, in cui afferma:
“Rimutò l’arte del dipingere di greco in latino, e ridusse al moderno;
et ebbe l’arte più compiuta ch’avessi mai più nessuno”.
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