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STORIA DELLE BANDIERE, STENDARDI e GONFALONI
Non c'è occasione di grandi celebrazioni religiose, feste patronali o manifestazioni politiche che non veda sventolare o sfilare stendardi, bandiere e gonfaloni. Non c'è palazzo amministrativo e altre strutture pubbliche che non espongano l'emblema tricolore del nostro Paese e, dal qualche anno, accanto a quello della Comunità europea. Ogni ente, associazione, gruppo, segnala la sua partecipazione ad un evento o semplicemente la sua sede con la propria bandiera o gagliardetto, radunando attorno a sé folle di persone animate da una fede religiosa o politica o da un entusiasmo sportivo. L'uso di attaccare un drappo recante colori e segni caratteristici lungo un'asta è antichissimo e nacque dall'esigenza di potersi distinguere a distanza. Gli Egiziani avevano delle insegne che recavano disegni simbolici di dei spesso rappresentati in forma di animali che veneravano come sacri: il bue, il serpente, il coccodrillo, l'ippopotamo, eccetera. Anche altri popoli antichi come gli Assiri e i Caldei avevano le loro insegne. I libri sacri degli Ebrei conservano la memoria di diverse insegne delle dodici tribù di Israele, ognuna delle quali aveva la sua particolare simbologia: un leone per quella di Giuda, una nave per quella di Zabulon o un firmamento stellato per quella di Issachar e così via. Anche nella civiltà greco-romana troviamo forme di insegne anche semplici: uno scudo, un elmo o una corazza sostenuti su una lancia. Ad una sorta di bandiera accenna anche Omero nell'Iliade: "nella mischia il duce Agamennone leva in alto un pezzo di porpora per stringere intorno a sé le schiere alla battaglia". Più avanti, anche i Greci disegnarono sulle loro insegne animali o lettere dell'alfabeto: una A per gli Spartani, una M per i Messeni, una fenice per i Tebani, la civetta per gli Ateniesi (sacra a Pallade Atena) e un cavallo alato per i Corinzi. L'importanza e la diffusione maggiore delle insegne si ebbe con i Romani, popolo guerriero e conquistatore, che nel signum vedeva il simbolo della milizia, della sovranità e della patria. Un manipolo sulla punta di una lunga pertica era l'insegna dei primi romani nei leggendari tempi di Romolo. Più tardi il manipolo fu sostituito dalla "Lupa" e a volte da un cavallo o da un cinghiale. Poi fu la volta della mano aperta di bronzo sulla punta di un'asta e sotto vi erano dei piccoli tondi che ospitavano i nomi del corpo e dei capitani o le immagini degli dei tutelari. Quando l'esercito romano crebbe di numero e potenza, ogni legione e centuria ebbe come insegna l'aquila con le ali aperte con un fascio di fulmini d'oro, d'argento, bronzo o ferro. Un distintivo speciale lo ebbe la cavalleria romana, il vexillum, un drappo in cima ad una picca che ritroviamo negli stendardi dei futuri reggimenti di cavalleria. I Romani avevano la massima venerazione e rispetto per le insegne che in tempo di pace custodivano con grande cura. Gli imperatori, nei combattimenti, secondo un uso iniziato da Tiberio, facevano portare davanti a loro il labaro, un'insegna di porpora quadrata appena a una lancia. Costantino, dopo la famosa visione che gli predisse la vittoria su Massenzio, fece apporre sul suo labaro la croce con le lettere greche incrociate "XP" con le parole "In hoc signo vinces", labaro che divenne poi insegna cristiana. Bandiere ed insegne acquistarono maggiore importanza anche con il diffondersi del Cristianesimo poiché si cominciò ad attribuire ad esse un significato più spirituale, importanza che aumentò quando venne istituito l'uso di benedire le bandiere con un rito solenne, spesso davanti agli eserciti in armi già spiegati pronti per la battaglia. Durante il Medioevo le insegne accrescono il loro carattere di santità e fu la Croce ad apparire su stendardi e bandiere degli eserciti dei Crociati. Il Carroccio, inventato nel 1039 da Ariberto vescovo di Milano, ebbe funzione di stendardo e indice di riunione, ma fu anche animatore di spiriti combattenti. Fu all'epoca dei Comuni che le città iniziarono ad innalzare il proprio gonfalone con lo stemma comunale. Queste insegne cittadine però cambiavano spesso, riflettendo le agitazioni e i mutamenti politici della città. Una delle città italiane che cambiò più volte le sue insegne fu Firenze, tormentata più di altre da lotte di parte. La sua bandiera fu prima bianca e rossa, poi si unì la luna rossa di Fiesole; in seguito la città innalzò il suo famoso "giglio" che durante il prevalere dei Guelfi era rosso in campo bianco. Quando la città era in possesso dei Ghibellini il giglio divenne bianco in campo rosso con l'aggiunta dell'aquila nera imperiale. Durante la signoria dei Medici, il gonfalone di questa famiglia sventolò accanto a quello cittadino e così avvenne anche per altre città italiane che aggiunsero alle loro insegne, simboli particolari. Milano mise la biscia dei Visconti nello stendardo bianco e rosso e quando la famiglia diventò signora di Milano, la biscia entrò nello stemma cittadino; ma anche ogni parrocchia e singolo quartiere ebbe propri stendardi ed insegne. Roma, che aveva già la sua gloriosa lupa, vide i propri quartieri fregiarsi di uno stendardo. Genova, oltre alla croce vermiglia che taglia uno scudo d'argento, issò uno stendardo per ciascuna delle otto compagnie in cui la città era divisa. Dopo la diffusione dell'uso del gonfalone, venne istituita la carica del gonfalonierato che acquistò con il tempo importanza e dignità sempre maggiori. Il gonfaloniere portava la bandiera, l'insegna o il vessillo sia nelle spedizioni militari che nelle manifestazioni di carattere civile e religioso. Il titolo di gonfaloniere di Santa Chiesa rappresentava l'aspirazione più ambita conferita dai pontefici a sovrani, principi e personaggi illustri. La carica di gonfaloniere risale a tempi ben più antichi, ed era di altissima importanza quella di gonfaloniere del Senato e del Popolo romano che fu istituita dopo la caduta dell'Impero. Il gonfaloniere portava sempre e dovunque, sia in pace che in guerra, lo stendardo della libertà romana sul quale erano impresse le lettere S.P.Q.R. (Senatus Populusque Romanus). Per antica tradizione la carica del gonfalonierato venne poi conferita alla famiglia Cesarini, gelosissima custode di tale privilegio. A Firenze invece il titolo fu dato a colui che nella repubblica teneva la suprema magistratura e la carica fu istituita nel 1292. L'impiego di gonfaloni, bandiere e stendardi ebbe una diffusione capillare arrivando fino ai giorni nostri, dove in ogni corteo e cerimonia li vediamo sfilare accanto al tricolore nazionale. Alla figura del gonfaloniere seguì quella dell'alfiere, carica meno rappresentativa, ma certamente non meno gloriosa. Essa consisteva nel portare in campo di battaglia la bandiera di un reggimento e nel riportarla intatta e vittoriosa; carica eroica se, come nelle guerre d'indipendenza combattere significava muoversi, l'alfiere marciava in prima linea davanti a tutti, perché la bandiera guidava e animava i compagni che la seguivano votati alla vittoria e, se necessario, al sacrificio!
La leggenda del fascio littorio
La leggenda del fascio littorio, sebbene più recente rispetto alla storia della nascita della bandiera, risale alla fondazione di Roma, al tempo di Romolo. Si narra che in una gola del Colle Capitolino sorgeva il tempio di Vejovis, una divinità espiatoria che era raffigurata con un fascio di frecce nella mano destra. Il fascio littorio fu istituito da Romolo, il quale a sua volta lo imitò dagli Etruschi. Romolo, per ricordare i dodici uccelli augurali che profetizzarono il suo regno o i dodici popoli che lo formarono, durante le cerimonie si faceva precedere da dodici littori armati di fascio, i quali erano gli alti esecutori delle opere di giustizia. Il fascio è simbolo di concordia e fraternità ed ha un'altra leggenda: un padre, sul punto di morire, chiamò i suoi numerosi figli e ordinò che ciascuno prendesse una verga e la spezzasse in sua presenza. I figli obbedirono e le verghe furono spezzate. Il padre ordinò di prendere ancora una verga per ognuno di loro e di legarle tutte in un solo fascio, invitando i figli a spezzarle nuovamente, ma nessuno vi riuscì. Il padre a questo punto disse loro: "Siate voi come questo fascio di verghe, sempre uniti e concordi e trionferete in ogni disavventura".
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Sta per sorgere un nuovo sole!
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