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(Riceviamo da Gaetano Barbella e pubblichiamo con immenso piacere - 1.6.2006)

 

LA LETTERA

26.2.1909

A te Gina

 

È solo degli angioli il sognare???… Nello sfondo ardente d’un "incantevole tramonto, discerno ergersi, qual candida nube nell’orizzonte, una forma vaga che ha del soprannaturale, del paradisiaco. Le scultoree forme poste a traverso i raggi del rosso sole morente, spiccano maestosamente e circonfuse d’un’aureola divina sembrava emanare terribili e deliziosissimi fluidi magnetici che costringono tutte le creature poste al raggio d’esse a rimanere fisse, incantate estasiate. Veste un lungo camice bianco con goffe di trina, del medesimo colore, che dal gomito pende maestosamente fin giù le mani inguantate a bianco. Le cinge la vita una ghirlanda di verdi foglie di quercia che artisticamente legate al fianco sinistro sembrano

pendere da quel lato in dolce abbandono. Sulle belle, chiome castagne ammantate con finita arte, posa larga corona d’Alloro e sul davanti di essa, quasi ad emblema di insuperabilità, erge sublime fulgida una stella. A tracolla, porta un largo e lungo nastro tricolore che posato sulla spalla destra scende blandamente obliquo fin all’anca sinistra, ove termina formando una grande e magnifica nocca. Il viso, coperto da piccola maschera non può discernersi, ma dalla dimensione di esso e dal fulgido sguardo emesso attraverso i fori della pendente copertura, si intuisce con matematica certezza esser degno del corpo che lo porta. Essa dirige i passi alla mia volta con andatura celere e maestosa. Io assiso in un cantuccio d’una caverna esistente nella scoscesa parete di una rude roccia isolata, sto guardingo a scrutare le minime mosse di quella nuova Silfide vivente, deciso soffocare qualunque sentimento che essa sarebbe stata capace farmi nascere in cuore. Intanto essa avanzava, avanzava sempre… La potenza magnetica del suo sguardo, che in sulle prime avea trovato in me un corpo neutrale cominciò a far presa. Tentai allora evitare quei raggi visivi e mi rannicchiai il più che possibile onde sfuggire a quella potenza ignota ed arcana; ma mio malgrado guardavo fisso anch’io. Un dolce torpore e un tremito indefinibile avea assalito il mio corpo, facendolo sudare a freddo. Volli alzarmi, provare fuggire, ma rimasi lì fermo, spossato, annientato, con lo sguardo stupito, ma fisso su quella sirena che quale irruente onda marina riversava su di me tutto il di lei fluido. E così stetti finch’ella mi fu vicina. Con mosse da Dea mi si fermò a due passi e tendendomi un’incantevole mano, con voce che fece scuotere tutte le fibre del mio essere disse piano piano: «Fin dal mio sorgere ti vidi ed a te vengo... Mi chiamo Italia e sola, vengo a cercare in te quel che sia capace di sicuro appoggio, amore e difesa; tu quale cavaliere, lo sai, lo senti, lo puoi fare. Nasco proprio oggi, e nel germoglio della mia nuova vita affido a te il mio essere che fin’oggi ha posseduto un animo sempre deluso e deriso». Stette per un po’ silenziosa indi toltasi con infinita grazia la mascherina e ritornando a porgermi la manina, aggiunse: «Accetti??». Quale ebete io stavo a guardare, guardare ancora, quando quell’ultima parola e la vista del volto mi colpì al cervello... saltai di scatto, afferrai la mano che mi venia posta e con stretta atroce la portai al cuore, che dalla massima freddezza era passato alla massima caloricità, indi alle labbra e dopo avea deposto il più santo dei baci mi spinsi d’un passo avanti… due braccia mi accolsero. Quanto tempo si rimase così?… Io piangevo e le lacrime calde che sgorgavano copiose dai miei occhi, da lungo tempo aridi, venivano assorbite dall’Italia che confortavami a carezze. «Accetti??!!...». Sentii ancora ripetermi come un sussurro… Allora senza aprire bocca guardandola a lungo, mi sciolsi dall’abbraccio e presola per mano la condussi fuori dalla caverna. Nel prato verde che come tappeto infinito stendesi innanzi, raccolsi con la mano libera i migliori fiori ivi esistenti, indi sceltone uno rosso lo porsi ad essa, gli altri li disposi a casaccio, con mano tremante attorno alle di lei chiome e veste, ed inginocchiatomi a lei dinnanzi, tenendo sempre la di lei mano stretta nella mia risposi fra l’emozione: «Abbi infinita fiducia, amore e pazienza;…oggi ricorre la tua nascita, la tua rinascita alla vita e con essa ricorre anche la mia; vivi sicura, se oggi siamo rinati in due morremo, ed assieme…». Nell’orizzonte intanto splendeva la luna, che con i suoi materni raggi illuminando la coppia, rendevala un gruppo divino, quasi a formarne l’apoteosi della giornata trascorsa incantevole a glorificare la natura che sempre tacita godeva. Gli usignuoli melodicamente lanciavano le loro flebili note al cielo in segno di gaudio celeste.

G. Barbella

 

CENNI BIOGRAFICI

Gaetano Barbella, l'autore di questa lettera e nonno dello scrivente, sposò due anni dopo la Gina della lettera, Luisa Sapio nata e vissuta a Grammichele di Sicilia, stabilendosi a Caserta. Nonno Gaetano, chiamato familiarmente Tanino, in seguito ad una polmonite, morì prematuramente lasciando l'infelice sposa con due figli infanti da accudire, Francesco e mio padre Ettore. Nonna Luisa riuscì, con grande coraggio, a superare la sventura della grave perdita subita dimostrandosi piena di vigore ed iniziativa. Si diplomò come ostetrica ed esercitò, così, la professione di levatrice condotta. Si risposò ed ebbe altri due figli, Domenico e Filomena che è l'unica, fra nonni e loro figli, in vita. Nonna Luisa mostrò particolare predilezione per lo scrivente, suo primo nipote, verso il quale non mancava di dimostrargli un amore filiale straordinario. Intravedeva in lui, pupillo dei suoi occhi, una personale cristianità ideale che, forse, neanche lei riusciva a discernere, ma vi prestava fede e speranza. Mi diceva spesso, vantandosene alla presenza di altri e facendomi intimidire più di quanto non fossi già, che somigliavo tanto per la mia mestizia e tranquillità al Beato Domenico Savio, l'allievo prediletto del Santo Giovanni Bosco. La sorte volle che, in modo a lei congeniale, ella si occupasse degli infanti come levatrice aiutandoli ad sorgere dal grembo materno. Ecco che si delinea il parallelo con San Giovanni Bosco attraverso le trame incomprensibili del destino. Nulla che faccia meraviglia, allora, se si determinarono in Luisa Sapio, inconsapevolmente, le stesse sacre cose che premevano al Santo.

 

E dell’Italia tanto onorata da mio nonno Gaetano, da idealizzarla in colei che amava in modo superno? Nonno Gaetano non ebbe modo, nella sua vita stroncata nel momento più bello che il destino gli offriva, di fare la parte che gli sarebbe spettata e che lui agognava, quella dello sposo amorevole e padre, due cose che gli furono negate dal destino, come anche quella di servire la Patria nella vita sociale. Un servizio che certamente avrebbe svolto con grande prestigio, e che insieme a quello per la famiglia, non può che essere stimato come un’immolazione per l’Italia che lo esigeva da lui imperiosamente, forse in modo speciale. Ma come farò vedere brevemente quanto basta in modo incisivo, toccò al fratello Umberto Barbella occuparsi da milite, nelle vesti di sottufficiale della Regia Marina Militare, a far da simbolica presenza in due momenti eccezionali dell’Italia da ricordare immortalati dalle due foto riportate sotto.

Oggi, ritornando indietro con la memoria, al tempo della presa di possesso della Base del Comando Navale dell'esercito austroungarico dislocato ad Abbazia d'Istria, mai si potevano supporre gli estremi sacrifici cui furono soggetti i residenti italiani ivi dislocati. Eppure fu un gran bel giorno quel 4 novembre 1918, quando il R.C.T. Acerbi della Real Marina Italiana sbarcò ad Abbazia ed un plotone si recò marciando alla base dell'ex Comando Austriaco per issarvi il nostro tricolore. Il caso volle, che fra i componenti dell'equipaggio dell'Acerbi vi fosse il sottufficiale Umberto Barbella, fratello del nonno Gaetano. Ma non basta per far evolvere chissà quale disegno progettuale di un'Italia da realizzare poi, perché Umberto Barbella, quattro anni prima si trovò imbarcato sulla Regia Nave Napoli, in concomitanza del perfezionamento degli esperimenti sulle radiocomunicazioni ad opera dello scienziato Guglielmo Marconi, Nobel per la fisica nel 1909. Era il 13 marzo 1914.

 

 

Abbazia lì, 4 novembre 1914. Presa di

possesso del Comando della Base Navale

austroungarica.

 

 

Augusta lì, 13 marzo 1914. Regia Nave Napoli. La firma autografa è di Guglielmo Marconi, Nobel per la fisica nel 1909.

 

 

LA COPIA DELLA LETTERA

 

 

 

Dedicato a voi tutti

 

“Che senso avrebbe l’eternità del tempo senza che l’amore impreziosisca i suoi infiniti attimi.

Che senso avrebbe l’amore senza la speranza che questi attimi siano infiniti.

E noi?

C’è sempre un attimo in cui la fine di un giorno è l’inizio di un altro, coglierlo è come non lasciarsi mai... .”

                                                                    Gianfranco

 

Per sempre

 

Se è vero che esiste una linea

dove il cielo ed il mare si fondono in un’unica cosa,

è lì che cammineremo insieme, mano nella mano,

per giungere, alla fine del percorso,

in quel posto nascosto dove il sole va a dormire.

E rinasceremo, infine, per non lasciarci mai più.

 

                                                                                                         (6 settembre 2001)

 

Sto scrivendo nell'acqua che ti amo...

e i cerchi non finiscono più di espandersi...

 

La menzogna

Perché la menzogna? Perché fingere ancora di amare quando fa più male di un addio?

Perché, perché, perché... e torno bambina a farmi mille sciocche domande. Sciocche? Perché?

Perché al "cuore non si comanda" e mentirgli è così facile? Mai gioco è stato più crudele.

Perché sedere sul banco degli imputati e in nome dell'amore accettare una condanna?

Non c'è peggior condanna del pietismo in amore.

Non è orgoglio, non è paura, non è delusione, ma è perché ti amo, che non voglio più amarti.

E' perché sono la tua donna, che non voglio più esserlo.

E' perché non ti ho mai ingannato che non voglio cominciare ora.

E' perché ho troppo rispetto per quello che provo che non puoi più avere il mio.

E' perché ho creduto in te che né ora né mai potrò più dubitare di me stessa.

 

Parole 

Spesso le parole abbattono i muri... ma altrettanto spesso li innalzano. Però sono sempre parole dettate dal cuore... ma se il cuore è rivolto altrove allora tutte le parole diventano inutili... Dove guarda ora il tuo cuore?

 

Ricerca 

Cerco i tuoi occhi... ma loro non mi guardano

Cerco le tue labbra... ma loro non mi baciano

Cerco le tue mani... ma loro non mi stringono

Cerco l'amore... e nonostante te... non smetterò d'amare.

Mani

 

Tremule mani sfiorano il corpo.

Bramose narici cercano il tuo profumo.

Il desiderio di te angoscia il mio pensiero.

Sensazioni perdute aspettano il risveglio,

mentre ricordi lontani mi accarezzano il cuore.

 

  

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