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MARIA CRISTINA GIAMMETTA

Romana, laureata in biologia, rivela ben presto una grande passione per l'arte in genere. Brava fotografa oltre che scrittrice, si distingue anche nel disegno. Ha collaborato con articoli e fotografie alla rivista "Riscoperta del Mosaico" e al supplemento "Scopri Roma". Alcuni suoi scritti sono apparsi sulla "Lupa dell'Arte", rivista online.

 COLLEZIONE DI MADONNELLE ROMANE

Un tesoro di antiquariato popolare

 Le edicole sacre di Roma – comunemente chiamate Madonnelle – rappresentano la mia “ossessione” fotografica da ormai un decennio.

Le ho ritratte a colori e in bianco/nero, da diversi punti di vista e angolazioni per far risaltare la loro posizione nel contesto architettonico della città, ma soprattutto per mostrare le loro particolarità: dal delicato ed espressivo modellato delle figure scultoree, alla fascinosità delle opere pittoriche in esse racchiuse, che sono alcune volte di fattura notevole anche se velate spesso dalle ingiurie del tempo.

Circa venti fra esse sono d’autore. Se ne conosce cioè con sicurezza sia il pittore che ha dipinto l’effigie, sia lo scultore che ha disegnato la cornice, spesso elaboratissima.

Sono inoltre numerosissime quelle edicole che, pur non avendo autori illustri, hanno l’aspetto di piccoli gioielli eleganti e raffinati, che i proprietari di antichi e prestigiosi palazzi hanno fatto “appuntare” sulle facciate o in posizione d’angolo.

Anche edifici più modesti – sempre del centro storico – portano esempi di edicole, dal carattere più popolare, ma non per questo meno interessanti.

La mia curiosità avviata inizialmente da un interesse estetico – sono rimasta affascinata dalla infinita varietà di forme e modi con cui esse si presentano, un vero trionfo della fantasia e dell’immaginazione, che fa di ognuna un “pezzo unico” -  si è poi trasformata in approfondimento e ricerca della storia e delle motivazioni che avevano nel corso del tempo dato luogo alla costruzione di queste piccole opere d’arte.

Ho scoperto così che innumerevoli studiosi si erano occupati, in varie epoche, di quelle che sono state definite di volta in volta “opere minori”, “artigianato artistico”, “decoro urbano”, “architettura di dettaglio” e che io preferisco senz’altro chiamare “tesoro di antiquariato popolare” . Poiché questa è veramente l’unica specialissima collezione appartenente a tutti i romani che essi condividono liberamente e quotidianamente con gli ospiti provenienti dal mondo intero.

Illusionismo aereo, virtuosismo prospettico, scorci vertiginosi dominati da figure angeliche fluttuanti: queste sono le invenzioni, fra le più ardite dell’immaginazione, che alcune fra le più sorprendenti tra le edicole sacre offrono a chi le osserva.

I semplici medaglioni, i piccoli altari, si affiancano a maestose macchine barocche con personaggi creati nello stucco romano a grandezza naturale.

E la sorpresa di scoprire all’improvviso in un vicolo apparentemente anonimo una di queste creazioni è assicurata.

In antico le immagini sacre stradali tracciavano per le vie della città mappe reali e immaginarie. Reali perché costituivano le tappe sicure di percorsi stradali rischiosi immersi nel buio della notte, quando Roma non aveva ancora una valida illuminazione: i tenui lumini delle edicole più modeste e i lampioni delle più grandiose facevano da guida ai passanti orientandoli nel dedalo dei vicoli. Immaginarie perché i prodigi di cui esse erano continuamente protagoniste offrivano una forza taumaturgica al popolo assediato da problemi gravi e a volte insolubili, aprendo gli animi oppressi e sofferenti alla dimensione meravigliosa determinata dagli eventi soprannaturali.

Oggi gli itinerari che portano alla loro scoperta sono tutti mossi esclusivamente dal desiderio di ammirare queste piccole ma bellissime opere d’arte e le tappe per le strade di Roma segnate dalla loro presenza rappresentano una piacevole sosta dinanzi ad apparizioni così sorprendenti e particolari.

Queste deliziose opere - sempre esposte alla vista di tutti, cittadini e visitatori - hanno accompagnato nei secoli sia le vicende storico-artistiche che gli eventi sociali della città, facendo da silenziosi testimoni ad avvenimenti e cambiamenti anche di notevole importanza.

Senza dimenticare il fascino semplice ma al contempo raffinato che esse promanano. Lo stesso che ha colpito anche me, che insisto a fotografarle perché nel corso di questi ultimi anni sono state egregiamente restaurate, soprattutto in occasione del Giubileo 2000 (a riprova del valore che esse hanno nell’ambito dell’architettura cittadina) acquisendo aspetti diversi ed inediti che vale la pena di valorizzare.

Vorrei condividere la “mia collezione” di Madonnelle proponendo una sorta di itinerario storico-artistico - oltre che devozionale - che porti un ipotetico osservatore a rintracciare nel labirintico tessuto urbano di Roma fatto di vie, viuzze e vicoli, un percorso diverso nella città, alla ricerca di insolite testimonianze d’arte e di religiosità popolare.

L’ORIGINE  DELLA MIA FAMIGLIA

Quando nacque mio fratello – erano da poco iniziati i mitici anni sessanta – si rivestì in linea con le nuove tendenze vivaci e disinvolte dell’onda pop: una semplice, luminosa e solare quadrettatura bianco-gialla fu la sua splendente divisa. Ai miei tempi invece – nei primi anni cinquanta – erano ancora in voga fantasie fiorite rallegrate da vezzose ruches e arditi falpalà e quindi il suo abito fu decisamente più consono al corrente clima ingenuamente romantico.

No, non sto descrivendo i modelli originali indossati da mia madre in anni ormai lontani in occasioni per lei memorabili, ma la stoffa da lei scelta per tappezzare la culla di famiglia in vista della nascita dei suoi figli.

Questa culla – di ferro battuto con eleganti pomi d’ottone – aveva già ospitato alcune generazioni di bebè e ora toccava a noi.

Anche mia madre e suo fratello erano naturalmente stati ospiti dello stesso accogliente dondolante piccolo lettino.

E anche sua madre e la madre di sua madre, i numerosi cugini, i nipoti, e…

Il guscio concavo che racchiudeva il soffice materassino poggiava su un solido supporto dalle zampe a ricciolo che ne consentiva la lenta e sicura oscillazione; dall’alto si protendeva un braccio sottile, anch’esso arricciolato, che s’incaricava di sostenere il protettivo velo, custode dei dolci sonni del tenero pargolo di turno.

Sì, perché la nostra culla, allora, ebbe un intenso periodo di lavoro: non faceva in tempo a cullare un piccolo che subito un altro infante reclamava le sue fidate prestazioni professionali. Del resto eravamo in pieno baby-boom!

E lei, la nostra culla, con pazienza e gran senso del dovere si accinse a trascorrere tra un cugino e l’altro, da una nipote all’altra, un bel po’ di annetti, fin quasi alle soglie dei ’70.

Ogni volta, ad ogni nuova nascita, si rivestiva di un abito diverso, scelto appositamente dalla giovane madre e in rigoroso accordo con la moda del momento.

Ci fu pure chi azzardò la ridipintura dell’austera struttura di ferro e perciò la culla si ritrovò ora bianca, ora rosa, ora azzurra; una volta addirittura un pallido verdino pisellino la colorò.

Ma nessuno osava criticare le scelte estetiche della parentela che al momento della restituzione della culla a mia nonna, che ne deteneva la custodia, aveva cura di far tornare la povera culla (che ne vedeva letteralmente di tutti i colori) come da originale.

Ad un certo punto le nascite ebbero una flessione, diciamo pure un’interruzione.

Si trattava probabilmente di quel naturale intervallo di tempo che intercorre da una generazione all’altra, pensammo tutti.

Forse presto la vecchia, vecchissima culla sarebbe tornata rinnovata al suo delicatissimo lavoro, quando il primo o al massimo il secondo, insomma qualcuno fra i più anziani della sua ‘cullata’ prole si fosse deciso a diventare a sua volta genitore/trice.

Non fu così; nessuno più richiese le dolci e calde cure della vetusta culla, chissà, forse inesorabilmente passata di moda…

Attualmente la decrepita culla – che ormai vanta più di cent’anni – si riposa dalle sue dondolanti fatiche giù nella mia cantina, caso unico di oggetto d’antiquariato – l’unico prezioso posseduto dalla mia famiglia – ad aver conosciuto personalmente il futuro.

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