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Tutto cominciò con il nick Baol70, omaggio all’anno di nascita ed a un romanzo di Stefano Benni. Come un progetto, un sogno, un amore…

Ma chi è Paolo Pappatà? Paolo è amante della Letteratura, del rock e della birra. Si laurea a pieni voti con una tesi su Dino Buzzati. E’ vincitore di premi letterari per esordienti a livello nazionale e appare in ormai sperdute raccolte miscellanee per giovani emergenti. Febbrile attività letteraria fino al 1998, poi sei anni di stand-by. Dal 2005 si dedica con crescente entusiasmo alla attività di webwriter, con recensioni di film, libri, dischi sul sito commerciale Ciao.it Da ottobre 2006 conosce il sito Lankelot  e collabora attivamente. Ha la fortuna di incontrarne l’ideatore e l’onore (e l’onere) di presentare il suo primo testo narrativo in una libreria di Sassari. Diversi embrioni di racconti sono in varie pagine web.

Nel 2009 si autopubblica una raccolta di racconti , “Sconclusioni – Insofferenze di inizio secolo”, ma è solo l’inizio.

IL LIBRO

 “ ”Vivere è un po’ come raccontarsi. E a me piace vivere. “

SCONCLUSIONI“ , la cui idea nasce diversi anni fa, non sarebbe mai stato editato senza la lettura di tanti autori, italiani, stranieri ed apolidi, senza la birra, Ceres in particolare, senza i posti dove abito o avrei voluto abitare, senza il mio amore per i gatti, il clima mite, l’allergia ai pollini ed agli acari, Internet, il canone RAI, la seconda Repubblica, la musica, il mio odio congenito e non preterintenzionale per la matematica a partire dai 14 anni e sette mesi in poi, le traversie societarie della società calcistica A.S. Roma, il detto popolare “piove governo ladro”.

Questo primo libro autoprodotto è dedicato a tutto quello che ho incontrato ed anche a quello che non avrei voluto. La scelta di essere solo, editorialmente parlando, è ponderata e senza paura. Questo libro non è per tutti ma neanche per nessuno, sia chiaro.

Info e contatti: www.baol70.com

 

"L'unica prefazione di un libro è la mente di chi lo legge” (F. Pessoa)

       

Quando ho conosciuto Paolo Pappatà mi son detta: questo è uno bravo. E continuo a pensarlo ora che si concretizza in carta una piccola parte di quello che Paolo tiene nei cassetti. E le parole non devono stare nei cassetti ma dovrebbero pulsare su pagine di carta.

Chi di voi sta per approcciare per la prima volta Paolo Pappatà deve solo abbandonarsi al bello della letteratura che Pappatà sa creare in maniera così naturale, perché lui di letteratura vive.

Questa raccolta di racconti che è quasi un romanzo, saldato in pagine scritte in epoche lontanissime fra loro, tratteggia uno scrittore nuovo, ma nuovo per davvero. Paolo Pappatà non fa parte di quella nouvelle vague eterna degli scrittori “giovani” italiani, ma è un artigiano raffinatissimo della parola, un costruttore di microcosmi, un inventore di forme paradigmatiche del racconto dal respiro accorciato, trattenuto, reticente come gli uomini che racconta, disincantati e soggiogati da una realtà grigia e monotona, da donne determinate e splendide di umanità succose e piene.

Sconclusioni è così, un libro scritto con gli echi di musiche diverse, da mood Motown a Springsteen, di strade e bar di provincia, di attese, di piccoli e grandi miti. E di assenze consumate in un giro di poker. E’ anche un girone dantesco di claustrofobie esistenziali, di gente costretta in spazi angusti ma con lo sguardo rivolto sempre altrove, alla luce della libertà. Insofferenze di inizio secolo, appunto.

Il minimalismo della scrittura di Pappatà può essere assimilata a Raymond Carver e come Carver anche Paolo ha dei grandi maestri che ha deciso di non seguire, lasciando solo una traccia infinitesimale nella strutturazione delle sue storie. Questo è un libro di parole accese, d’amore e d’amicizia, di donne dalle borse sotto gli occhi che camminano a testa bassa verso amori già stanchi, di echi di musica annegati in una sorsata di birra ad un concerto.

Ma non solo: però il resto dovete scoprirlo da voi. Lalla Careddu 

 

Baol 70

 

Il progetto Baol70 è un sogno che si fa realtà attraverso l’uso e l’abuso imperituro e vibrante della parola, alla scoperta di quel mistero affascinate che sono la vita e l’amore, senza tralasciare uno sguardo su una generazione che avrebbe potuto fare di più ma s’è dimenticata di farlo.

Lettore vorace e dei generi più svariati, Baol 70 vive in provincia di Roma ed è funzionario amministrativo in un’azienda di servizi.

Amante della letteratura nelle sue svariate, sgargianti vesti e concupiscenti forme, laureatosi a pieni voti con una tesi su Dino Buzzati, vincitore di premi letterari per esordienti a livello nazionale e apparso in raccolte miscellanee per giovani emergenti, sa che un giorno pubblicherà una raccolta di racconti.

Il giorno di uscita se lo è dimenticato, ma appena torna la memoria, si farà vivo.

Più che altro bisogna ricordarlo agli editori, a volte distratti.

Per ora buona lettura

Informazioni e contatti: Baolo70@yahoo.it

 

KLIMT di Baol 70

 

  Correva l'anno ****. Correva, come tanti suoi fratelli, nemmeno più veloce di altri. Semplicemente, come tutti gli anni, era imprendibile, anche se come al solito, vecchio difetto degli anni del tempo, s'era impigliato in un lungo e rigido inverno e sembrava non riuscirsene a liberare.

Nico mi guardava, da dietro i suoi occhiali piccoli e sporchi, poggiato scomodamente sul sedile della mia utilitaria, con gli occhi rossi dalla stanchezza.

--Sono le tre, che vogliamo fare?

Lo guardai con un timido sorriso, tanto non valeva la pena rispondere. L’indomani era pure una giornata lavorativa ed almeno io mi sarei comunque dovuto svegliare alle 7.00, massimo le 7 e 30. Nico ancora studiava all’università, e sugli orari poteva essere un po’ più elastico, bastava che stesse attento a non tenderlo troppo e a spezzarlo. Io invece dovevo andare a lavorare in ufficio, mica cazzi. In ufficio se non ero attento e vigile, mi fottevano in un microsecondo.

Accertata la mia mancanza usuale di decisione, Nico aspettò un altro po’, tirò una boccata dalla sua sigaretta, sillabandosi in silenzio pensieri dentro la testa, da bravo filosofo quale era.

Poi espresse la sua massima tradizionale.

--Ok, ho capito. Portami a casa e semmai ci vediamo domani.

Diedi un accelerata lieve al gas della macchina, quasi di liberazione.

Nico aprì il finestrino, e gettò il mozzicone di sigaretta ancora acceso.

--Però domani, che cazzo, inventiamoci qualcosa, che così non si sopporta.

--Eh? E con chi te la vuoi prendere? La colpa è la nostra. Per esempio, è appena uscito un film italiano fatto da un bravo regista giovane. E’ la storia di un trentenne quasi normale, che ha quasi tutto ma all’improvviso si butta in una avventura per evadere… e così, fa un disastro, solo per vedere se c’è qualcosa di più o di meno, tanto per vedere e rischiare e allora poi…

--Eh, la tua malattia fa progressi, ormai sei incurabile. Da quando in qua ti sei messo a fare film e soprattutto da quando in qua i tuoi film li proiettano al cinema?

Non risi affatto a quella uscita, anzi.

I miei amici mi dicevano sempre che ero malato. Di una malattia in alcune particolari stagioni anche contagiosa. Si chiamava malinconitudine. E nessuno l’aveva ancora contratta tranne me. Loro non volevano contrarla.

Decisi allora che era il caso di accendermi una sigaretta. E soprattutto, la prossima volta che andavo a giocare a biliardo insieme con Nico contro Blak Velvet e suo cugino, dovevo impegnarmi di più per permetterci una vittoria importante. Altrimenti, al ritorno, Nico era insopportabile e mi guastava il gusto di accendermi la sigaretta a cinque minuti da casa. In quel mondo di guerre fatte di pace, di lavori fatti di disoccupazione, di sentimenti catatonici e di automobili catalitiche, di ambizioni paralitiche e di cibi inquinati, bisognava almeno vincere, una volta, una partita al biliardo. Altrimenti, rimaneva solo il cinema. E al cinema non riuscivamo ad andare mai, nonostante che a volte la vita, senza essere in un film, pareva roba per attori.

Il fatto era che le cose continuavano a  finire, e noi cercavamo ancora, disperatamente, di non volerlo capire.

 

**************

                                                              

Forse in un‘altra vita diceva lei.

Una volta, credo ancora, riuscii persino a parlarle seriamente.

Ricordo che il cuore mi batteva fortissimo, temevo di esplodere ed in realtà non vedevo l’ora di disintegrarmi e dividermi in miliardi di invisibili molecole, magari di ossigeno, almeno così, per una volta, lei mi avrebbe respirato.

La guardai fissa, fiero e coraggioso come non mai, feci tutto d’un fiato:

-- Ma perché sempre le cose stanno così, ferme e rigide, perché almeno una volta le cose non si adeguano a noi, a me e te, tanto da farci sentire in armonia, perché dobbiamo sempre noi piegarci ed adeguarci alle cose quasi fossimo di gomma?

--Perché se succedesse significherebbe che noi siamo di un altro mondo, e invece, amico mio, siamo solo umani.

--Allora? Per una volta possiamo diventare di un altro pianeta, che ne dici, potrebbe anche essere bello!

--E no caro mio, troppo facile.

Prima che il cuore mi spezzasse il petto, o che le cose in quel momento mi sentissero e magari per affetto cominciassero ad adeguarsi a me, scomparve, timida e fuggitiva, come le mie parole che la inseguivano solo per tenerla un secondo fra le mia mani ardenti come fuochi purtroppo fatui, parole certo,  e sì, distratte, ma gonfie della mia poesia che cercava una realtà da proteggere, niente di più.

--Dimmi almeno come ti chiami, allora, così, per sapere

-- Cosa conta un nome quando ancora non sai se ne hai uno? Facciamo finta che non ne ho di nomi, e nemmeno cognomi, e nemmeno…nemmeno niente, facciamo finta che forse in un’altra vita.

 

************

                                                            

Le notizie su Jey Blonde  erano poche e non del tutto attendibili, come d’altronde i sorrisi che talvolta le distendevano la bocca e le aprivano gli occhi vivaci ma spesso come impauriti. Era una bella ragazza. O magari no.  Ma la bellezza e la bruttezza non erano poi così importanti o perlomeno non fornivano notizie necessarie a saperne di più su di lei, perché bellezza e bruttezza sono soggettive.

Aveva sicuramente un tipo di lavoro di pubbliche relazioni o giù di lì. Ben remunerato così come lei era assolutamente sfruttata, in piena linea con quelle che erano le linee guida delle Nazioni Unite in tema di politiche del lavoro. Lavoro. Una bella parola, se ci fossero state linee guida anche in tema di vacanze, divertimento, relax, amore, eccetera.

Aveva sicuramente meno di trenta anni e qualcosa in più di venti. Pesava circa cinquanta chili quando era grassa, quando per deficienza di dolcezza aveva bisogno di abbondanza di cioccolata..

Manolo, un muratore dei quartieri bassi della cittadina, diceva di essere stato insieme a lei una settimana, circa, anche qualche cosa di più, quando ancora entrambi facevano la scuola superiore. Ma non era una storia di quelle importanti.

Manolo non aveva una grande facilità di comprensione ed era abbastanza greve nel linguaggio. Tuttavia era, almeno così si diceva, un bel ragazzo, con la pelle olivastra, gli occhi quasi verdi e lontane origini isolane.

Su Jey Blonde ripeteva solo: non me l’ha data. Cosa  e come non si sapeva. Qualcuno però, sorridendo sotto i baffi, diceva di sapere cosa.

 

***************

 

Il sole, silenzioso e sconfitto come al solito, si preparava a scomparire ed il buio sornione stava per apparecchiare un’altra notte. Le ultime briciole di luce s’andavano auto-disintegrando.

Nico stava avvicinandosi a casa. Viveva da solo, in una casa dei suoi lasciatagli generosamente in gestione con la promessa di terminare, almeno una volta nella vita, un corso di laurea.

Viveva ? Più che altro non moriva, se si intende per morte la cessazione delle funzioni vitali (le più elementari e necessarie, ovviamente: respirare, bere, mangiare, dormire e, se liberi da turbe o impedimenti psico-fisici, fare l'amore). In parole semplici c'erano solo tracce di vita, anzi, più che tracce, macchie nell'esistere di Nico Mattan, ovvero l'eremita senza eremo, un tipo che non chiedeva mai e che sognava spesso, uno che non finiva più di studiare perché senza motivi umanamente comprensibili aveva cambiato quattro corsi di laurea, uno che soprattutto poi  non avrebbe mai imparato a vestirsi. Mai una camicia indossata decentemente, mai un paio di scarpe che si facevano notare, mai un abbinamento lontanamente gradevole.

Nonostante ciò, Nico era il nostro filosofo. Le sue ardite speculazioni erano il nostro faro, anche quando lui di sicuro era spento come una lampadina fulminata.

Sollevò ansimante la busta della spesa, con la splendida prospettiva di avere davanti a sé un’altra sera invadente senza alcuna cosa da fare.

Magari poteva dedicarsi ad approfondire le incerte fondamenta della sua riflessione metabiliardica. Sosteneva di essere un venditore di pezzi d’amore congelato, per salvare il mondo dalla anoressia sentimentale e dalla carestia di emozioni. In verità,  personalmente, non sapevo come andava la sua attività di venditore, ma avevo la netta, limpida impressione che sicuramente non riusciva a sfamarlo nemmeno materialmente, visto che la sera la birra spesso dovevo offrirgliela io.

Con la sua andatura incerta e irregolare, ora saliva verso casa. E continuava a pensare. D’altronde si sentiva profondamente un filosofo, di una sua filosofia sconosciuta e particolare. E si disperava, perché il nodo cruciale e ancora irrisolvibile perseverava, lo incatenava a rimanere fermo ad una certezza dubbiosa: le cose continuavano a finire, finire, finire.

Non che questo fosse di per sé un bene o un male. Bene e male erano facce della stessa realtà. Il problema era di capire se veramente ci fosse la realtà o invece fosse tutto solo un sogno o peggio un incubo, e allora era meglio svegliarsi presto e smettere di dormire. Dormire. Che bello. Eppure lui si sentiva sveglio. Sveglissimo. E mentre apriva la porta di casa, sentì lo squillo del cellulare. Ero io che lo chiamavo.

--Che si fa?

--Mah, non so. Si potrebbe...

--Ok. Alle nove e trenta in piazza. Biliardo?

--Biliardo.

 

                                                                                     **********

 

Eppure almeno una volta ero riuscito ad incastrare Nico Mattan.

Eravamo al mare, poggiati con i gomiti su una ringhiera e di fronte una mare verde e un po’ inquinato, mosso dalle onde, e con il vento che ci dava un po’ fastidio perché non ci faceva accendere le sigarette, il nostro estremo vizio che però era di utile contorno a tutti gli altri.

--Sai, è stata inaugurata una mostra bellissima. Ci sono i quadri più famosi dell’espressionismo. Colori e forme che sono talmente reali che deformano le figure della realtà più importanti fino a  diventare un’altra cosa che non si vede ma che è solo calcare i toni di quello che c’è e che ti colpisce. Potrebbe essere interessante, che dici?

   Mi guardò turbato.

--Allora andiamo. Quando si va?

Non andammo mai. Eravamo troppo impegnati a perdere partite di biliardo, e per cercare di perdere il più possibile alla fine la mostra si chiuse e i colori che vedevamo quotidianamente, belli o brutti che fossero, rimasero gli stessi, né calcati né sfumati. Forse un po’ scoloriti, ecco.

Un’altra volta con Nico sentimmo di condividere un destino simile, anche se le nostre diversità ci facevano spesso distanti, specie in materie importanti quali il tifo calcistico e l’inconfutabile, assoluta differenza fra la birra Ceres e la birra Adelscott.

Eravamo, incredibilmente, al biliardo. Nico mi guardò sconsolato, con la stecca in mano e le mani tremanti e deluse, per aver fallito una facile palla sulla buca centrale in una mitica sfida fra noi due e Blak Velvet e un suo cugino.

--Mi dispiace, ho sbagliato di brutto

--Dont’worry Nico, sarà alla prossima.

--Prossima, sempre prossima. Sai che ti dico? La verità è che noi non siamo abbastanza. Questa è la verità. Non siamo né buoni né cattivi, né ricchi né poveri, né diversi né uguali. Siamo poco, non siamo abbastanza.

Posai la mia stecca al suo posto. Guardai Blak Velvet, il cugino che chiedeva consigli per farsi la palla numero quattro al centro o al numero sei all’angolo su in alto, Nico che aveva il suo inguaribile aspetto di filosofo.

Dissi

--Ok ragazzi, per me oggi va bene così. Non sono in forma e ne ho già perse tre. Vi concedo la riperdita domani.

Nico non so perché mi guardò come folgorato.

Disse

--Ok, come vuoi, stasera vada per una Ceres, ma che non si ripeta più, ok?

Gli altri non risposero e continuarono a giocare fino a notte tarda, mentre io ero già a casa sdraiato sul letto a sorseggiare lentamente la settima birra della serata senza avere voglia di smettere anche se ormai avevo finito le scorte casalinghe.

Al solito, le cose finivano.

Capii comunque che se continuavo così mi sarebbero rimaste solo notti infinite riempite di buio, un po’ poco per raccontare in giro di essere vivi anche noi e che prima o poi, forse poi, avremmo fatto qualcosa, magari incontrando una donna che ci avrebbe strappato un farfugliamento sommesso ma comprensibile al nostro cuore rotto da troppi inutili, futili, inavvertiti balbettii.

 

                                                                         **************

 

Nessuno la conosceva e tutti sapevano di lei.  Parenti, amici, gente che non l’aveva mia nemmeno sfiorata. Non si ammalava mai ed era sempre raffreddata. Però non gli veniva la tosse, ma solo il mal di gola.

Credeva solo in se stessa, a suo dire. Però amava poi ripetere non credo più a niente.

La chiamavano Jey Blonde, ma chissà quale era il suo vero nome.         

In una birreria fumosa e analcolica, assolutamente alla moda, tra la voci della gente ai tavoli e  la musica rock in sottofondo, si carpirono brandelli di una conversazione. Probabilmente qualcuno di sesso maschile parlava di lei.

--Sai ho sbagliato, le ho dato troppo. Troppe carezze, troppe attenzioni, troppo tutto. Perché è così sai, più dai e meno ottieni.

--Ma dici davvero? Ma allora quando una ti piace, ma che devi fare?

Purtroppo all’improvviso la musica si alzò e parti un frastuono infernale, che non permise di ascoltare di più.

Quella sera, in quella birreria, a quell’ora, c’era lo spettacolo di karaoke.

                                                                         **************

 

Blak Velvet aveva un solo obiettivo ragionevole nelle serate lunghe e appiccicose della sua esistenza: la ricerca di un tavolo da biliardo libero per potersi giocare una partita.

Blak Velvet era insopportabile, perlomeno per chi voleva una amicizia senza limiti. Oltre il suo aspetto burbero e inquietante, torturava tutti con la sua fissa di mettere l’orologio due minuti avanti. Così, diceva, una volta vista l’ora sapeva di avere almeno due minuti in più da vivere. Tuttavia, regolarmente, quei due minuti li ometteva di vivere.

Blak Velvet era peloso e poetico, con un’insaziabile appetito di solitudine perché la compagnia, diceva, gli portava solo crampi allo stomaco, non riusciva a digerirla. Eppure era  uno sempre in giro, sempre assieme a gente, sempre contento di non rimanere a casa. Strana, la sua cura per guarire la sua malattia con complicanze di natura gastrica. Ma la coerenza non gli apparteneva, a lui come a tutti noi.

Sgridava Nico perché si innamorava troppo spesso, e troppo a lungo.

--Vedi Nico, io non ti vedo mai in difficoltà, tranne quando ti innamori. Perché non la pianti? Le donne sono un mondo estraneo, troppo estraneo. Lasciamo perdere!

Nico lo guardava. Poi allargava le braccia, a dire che ci posso fare io se sono fatto così?

Blak peraltro aveva sicuro bisogno d’amore come lui. Però preferiva continuare nel suo massacrante lavoro di resettare  e ricompattare tutti i computer della provincia, senza mai fermarsi e senza mai fermare. Faceva il venditore porta a porta e talvolta raccontava di mirabolanti avventure erotico caserecce al sapore di pasta all’amatriciana.

Chissà se aveva una qualche ragione, sull’amore. Comunque tra lui e Nico il dissidio rimaneva. Nico Mattan d’altronde era uno capace di stare con dodici o tredici donne assieme, a volte anche quattordici. Tanto lo sapeva solo lui, le altre non erano a conoscenza di nulla, né di Nico, né di altro. Ma Nico rimaneva fermo sulle sue posizioni e nessuna di queste, in realtà, sapeva di stare con Nico. Lui sornione sornione sosteneva, dai, tanto che lo sappiano o no, non conta. Basta che lo sappia io, già potrebbe essere importante.

 

**************

                                                       

Jey Blonde scorrazzava imperterrita per l’intera provincia, cercando solo di non cercare e di finire il prima possibile il suo eterno lavoro quotidiano che talvolta la rapiva per interi mesi e di lei non sapevano più nulla i parenti, gli amici, gli affetti.

Una sua collega, che vuole mantenere l’anonimato, dice

--E’ una gran lavoratrice. Peccato che è scorbutica.

La collega con le guance flosce e pallide, lo sguardo spento, sembra avere però un pizzico di rammarico a pensare a Jey Blonde.

Ma si sa come sono le colleghe. Lavorano. Di fantasia.

 

******************

                                                              

Questo in sintesi quello che succedeva in quell’anno che correva.

E poiché il mondo non era del tutto fermo, da quelle storie varie ed eventuali e giornate scivolose e timide, qualcosa cambiò come d’improvviso.

Continuavamo a tormentare la sera con le nostre partite, tanto per vedere se riuscivamo  a ravvivarla un po’. In fondo tutti speravamo che magari con qualche miracolo virtuale di Blak Velvet o qualche razionalizzazione di Nico Mattan, si riusciva a dare addirittura un po’ di luce alla notte.

Tornando a  casa, era un venerdì, ero invaso da immensi interrogativi esistenziali di profondità non misurabile con misure umane.

Avevo infatti finito le sigarette e nel mio cazzo di paese dopo una certa ora trovare le sigarette era come trovare una donna. Praticamente non si fumava più.

Viaggiavo a velocità modesta, spiazzato e deriso dalle beffe dell’universo che mi faceva terminare le cose proprio quando invece dovevano non terminare e guardando allo specchietto retrovisore vidi due occhi. Ecco, non erano proprio due occhi ma mi guardavano come tali.

Qualcosa cambiò dentro di me. O forse io ero cambiato e tornai quello che ero.

Gli occhi erano di una tipa alla guida della macchina che mi seguiva. Sentii una turbolenza in agguato, colpito da quella tristezza alle spalle che però non era una vera e propria tristezza.

Non so perché alzai la mano e la salutai. Lei mi sorrise.

Cominciò la più grande storia d’amore di tutti i tempi. Cioè, a dire il vero, iniziò a finire. Ci fermammo come due pazzi alla prima piazzola disponibile. Ci guardammo, come se ci fossimo sempre visti.  Ci parlammo, come se ci fossimo sempre parlati. E non ci fu più spazio per nulla.

Io non feci menzione di nulla di quell’incontro a nessuno né il giorno dopo, né i giorni successivi quando ebbi altri incontri.

Forse in un'altra vita diceva lei. E poi sorrideva, senza sorridere. E io andavo via da dove ero senza però arrivare in nessun altro posto.

            Era più di una presenza, ma si presentava come una assenza. Una insomma troppo lei per un qualsiasi me. Ma non era mia deficienza, ma assoluta invincibile costanza di umana persistenza.

   Sulle rotaie lucide di impietosi calendari diversi giorni, poi forse mesi, due almeno, nella migliore delle ipotesi. Qualcosa poi dovette accadere anche agli altri. Come una magia o un fastoso puzzle che si andava componendo.

-- Allora dimmi almeno come ti chiami…

--- Cosa serve? Non ho nome, o comunque non so ancora a quale nome devo rispondere, facciamo così, facciamo forse in un'altra vita.

 

***************

                                                            

Era un mondo di donne lucide e ciniche, decise come il semaforo quando diventa rosso, ma imprevedibili e fuggitive, fragili come le coerenze di Blak Velvet, crude, acide, spietate, ma insostituibili e in balia del vento, irresistibili e senza resistenza.

Era la solita sera, con Nico che tornava a casa con la sporta della spesa, il sole che se ne andava via silenzioso e sconfitto, la notte che già si apparecchiava tronfia e grassa abbuiando quelle poche luci che rimanevano.

Nico ebbe quasi l’istinto di fare qualcosa di nuovo, ma poi si arrese, attorcigliato al solito grande problema che le cose continuavano a finire. Lo chiamai io sul cellulare, ed organizzammo la solita sconfitta al biliardo per la sera.

Nico mi disse

--Vedrai, stasera proviamo a vincere, così. Per cambiare. E non sognarti che cedo ad una tua Ceres. La birra è vita, e la vita è un’altra cosa, caro.

Quando ci vedemmo al circoletto degli anziani dove  a quell’ora c’era sempre un solito tavolo sdrucito e contuso dalle bestemmie di poveri pensionati che davano la colpa al biliardo del tempo che passa, arrivarono puntuali nel loro ritardo Blak Velvet e suo cugino

Il cugino, un abnorme silenzio attorniato da capelli lunghi e un po’ unti, quella sera aveva uno guardo più acceso negli occhi e le guance meno incavate.

Era un tipo geometrico, angolare, ad angolo ottuso per la verità, ma pieno di buone maniere e colpi fenomenali a quel cavolo di gioco a cui giocavamo da anni senza mai imparare a giocarlo.

Io e Nico, che a geometria eravamo stati puntualmente rimandati a settembre al tempo delle scuole superiori, avvertimmo all’unisono quella vivacità negli occhi e interrogammo con un sospiro quel pazzo scatenato di Blak Velvet.

--Ragazzi-- disse --stasera c’è mio cugino che sta un po’ storto,  e mi sa che ci fate a pezzi, anzi, a palle. C’è una donna di mezzo, tanto per cambiare, io lo dicevo, che cavolo, lo dicevo.

   Il cugino sorrise. Io neanche tanto. Nico affogò nei suoi pensieri densi di filosofia. E dire che il cugino di Velvet era uno che appena passava una tipa interessante amava sospirare profondamente e dire

--Ah, come mi piace mettere la palla in buca

Ora però lui sembrava la palla e la buca un buco nero che lo avrebbe centrifugato via nell’universo misterioso.

   Una donna. Che bello.

-- E racconta, racconta, come l’hai conosciuta?

-- E che ne so. Ero alla mia autocarrozzeria, d’un tratto viene lei che aveva un problema di carattere elettrico e allora… boh, credo di averla guardata o forse mi ha guardato lei… e poi qualcuno ha parlato, credo… insomma, sapete. Come si chiama? Non lo so. Però dice che si ammala facilmente, però non tossisce mai, starnutisce Come si chiama? Non lo so. Dice che … insomma il suo nome non è importante… dice, dice, non fa che dire

Era stata di nuovo lei.

Aveva dismesso la sua geometria, il cugino di Blak. Ora era una figura poligonale senza né capo né coda. Avevo voglia di spiegargli che la Ceres poteva, la Ceres voleva, ma poi magari Nico avrebbe preso il tutto a male.

E provai un indefinibile terrore. Avevamo la necessità di qualcosa, e qualcosa stava avendo la necessità di trovarci. Sorseggiai la poca birra rimasta nel  bicchiere e cercai vanamente di non farla finire. Ripensai al mio mattino, di cui nessuno sapeva nulla, ovviamente.

 

*****************

                                                             

Avevo preso a cercarla, con l'ostinazione di un cane da caccia sapientemente ammaestrato dalla incivile civiltà insensata del  secolo.

-- Non ora, ma forse in un'altra vita !-- diceva. Minchia, io faticavo già in questa e non credevo nella reincarnazione.

--Ehi, però, che cazzo, dammi almeno un minuto-- avevo detto quasi strappandomi le parole dai polmoni.   

Lei si era voltata, sorridendo senza sorridere. Si concesse per giusto premio, come solo le donne sanno premiare, dando e dandosi la sensazione di avere in un pugno tutto l'universo, polvere di stelle ed esplosioni termonucleari comprese, tanto da soddisfarmi delle mille insoddisfazioni che si erano accumulate in me negli ultimi dieci secondi prima dell'abbraccio.

Tuttavia fu un abbraccio simile ad una morsa che mi elettrificò fino all'ultimo centimetro delle inesplorate vastità dell'animo di un uomo comune. Però prima o poi la corrente elettrica, magari a causa di un improvviso e furioso temporale, poteva venire a mancare, e finisce la scossa. Le cose d’altronde finiscono.

Lei poi mormorò, assordandomi:

--Dai, non ora, forse in un’altra vita.

Sapevo che non avrei potuto, anche volendo, colmare l'assoluta distanza, quella che separa l'odio dall'amore, ma d'altronde lei mi inebriava e nulla sembrava potesse ancora esistere oltre quel consumarsi senza darsi e senza aversi a vicenda.

Forse, forse in un'altra vita. La mia spasmodica corte era stata inefficace.

Ora devo andare disse poi.

--Ma perché? Dimmi solo perché.

--Perché sono coerente.

Ed allora a quelle parole ebbi bisogno di uno specchio per specchiarmi. Non avevo purtroppo uno specchio, ma riuscii a specchiarmi lo stesso.

E compresi. Tutto. O quasi. O perlomeno quello che bastava. L’amore era incoerenza. E io ero innamorato.

-- Dimmi allora almeno come ti chiami. Magari dammi un nome qualsiasi, così. Tanto per dire

-- Io non riesco a chiamarmi. Ci provo, con sterile e infruttuosa pazienza ci provo, ma non riesco. Qualcuno dice che il mio nome è Jey Blonde, ma non farci affidamento, non sono sicura che questo, effettivamente, possa essere il segnale del mio richiamo. A volte, se ascolto questo nome rispondo, a volte no, ma non capisco la differenza. Della risposta, intendo. Magari è il nome di un‘altra che non sono io, magari è solo il nome di qualcuna che prima o poi sarò io, vedremo

D'un tratto poi lei sorrise senza sorridere, ancora più intensamente del solito, e poi disparve, con un cenno strano della sua mano, quasi a significare con le sue indimenticabili movenze "Forse in un altra vita".

Mi dispiacque capire immediatamente che quello non era un arrivederci. E purtroppo, o magari per fortuna, neanche un addio.

Il suo sguardo mi rimase stampato sul viso come un’ustione fino a sera.

E nel frattempo, anche nonostante una disastrosa prestazione del cugino di Blak Velvet, io e Nico eravamo già sotto di due partite e la terza si stava mettendo male.

Il mio bicchiere di birra s’era vuotato come se fosse stato bucato e il prezioso liquido fosse scivolato via. Tutto finiva, non c’era niente da fare.

Meno male che la Ceres, a volte, bastava per dormire.

 

****************

 

                                                 

Si pensava fosse muta, eppure faceva parlare chi non aveva mai parlato, anche coloro i quali si erano ripromessi di non parlare più a nessuno, nemmeno a sé stessi.

Voci incontrollate e incontrollabili su di lei continuavano instancabili a ruotare vorticosamente.

A volte addirittura si arrivava a parlare di magia bianca e nera, di strani esoterismi. Il problema era che Jey Blonde rimetteva in vita chi ancora non aveva capito o aveva scordato di vivere. Ciò poteva destare qualche sospetto, qualche dubbio sulla liceità delle sue tattiche impertinenti, delle sue incertezze vagabonde, delle sue inconcludenti furiose esuberanze, della sua fame di conoscenza, dalla sua sete di certezza, dalla sua invincibile indecisione.

Jey Blonde sulla storia della magia però, a quanto pare, non intervenne e continuò nelle sue impadroneggiabili scorribande.

E la storia sulla magia finì anche quella, come tutte le altre cose.

 

************

 

     Avevo una bottiglia di birra Ceres in mano.

Blak Velvet mi stava guardando con gli occhi gonfi e dilatati, pareva si fosse fatto qualche droga pesante come di sicuro anche il gestore della birreria.

--Ci siamo. Ho conosciuto una. Domani ci vediamo. Pensa tu, gli piace il biliardo.

--Eh?

--E ricorda, non ti innamorare mai. E’ pericoloso.

Mi raccontò come era andata. Navigava senza meta tra pagine silenziose di Internet, s’era impigliato per caso in una chat,  aveva trovato una luce guizzante ed invitante che lo trascinò via oltre Internet, il computer, il mondo. Era la tizia.

Prese poi ad avere licenze poetiche. Si ingarbugliò il suo animo semplice con una teoria fra Internet e Cristoforo Colombo.

Mi parlò quasi di getto.

--Sai, nell’anno 1492 un italiano, Cristoforo Colombo, al servizio del re di Spagna, scoprì l’America. Navigando, con delle barche, tre per la precisione Dal 1492 così la vita non fu più la stessa. Si scoprì che quel paese lontano, l’America, era ricco e che c’era la possibilità di lavorare e guadagnare. Magari utilizzando mano d’opera a basso costo, sul luogo. Poi trasportando le merci dove ce ne era bisogno, per venderle a costo più basso rispetto a tutti quelli che continuavano a produrre nello stesso posto dove vendevano. Con il tempo poi si scoprirono nuove vie di navigazione, nuovi prodotti, nuove zone ricche o bisognose di qualcosa.

Molti secoli dopo si naviga ancora, alla scoperta di qualche America. Ma non in barca, bensì su Internet. Si rimane fermi sulla propria sedia, ma si dice navigare perché il “sistema” Internet è come andare in barca. Al posto del mare ci sono cavi telefonici, invece di isole si trovano siti, che potremmo anche chiamare stazioni di servizio, come quelle delle autostrade.

Tale processo sembra non si possa più arrestare. Come Colombo certo non si arrestò, anche quando i marinai delle sue tre navi cominciarono a dubitare del loro capo e pensarono magari di liberarsi di lui, con le buone o le cattive.

Forse Cristoforo Colombo non pensava a tanto, più di seicento anni fa. Anzi, come raccontano le cronache di quei tempi, lui cercava semplicemente una nuova via, attraverso il mare per arrivare all’India ed alla Cina, i mercati più appetitosi di allora. Non è colpa sua se si trovò di mezzo l’America e cambiò la storia del mondo. Può darsi anche che la storia si ripeta. L’importante, si sa, è navigare. Io questa l’ho conosciuta su Internet!

Io mi ero perso nel mare delle sue acrobatiche ricostruzioni storiche. Lui continuò.

-- Innamorarsi? Perché? Non c’é perché. E’ come volersi spiegare il fatto che nonostante ci siano le strisce pedonali sulle strade, quando la gente attraversa nessuna macchina, se non per un improvviso guasto, si ferma.

Risposi a Blak.

-- Minchia, Velvet, non hai capito un cazzo. Innamorarsi è la bellezza di andare a 180 quando la tua macchina si e no può arrivare a 90. Prima o poi il motore si fonde e sono cazzi ritornare a casa a piedi.

--Sei tu che non hai capito un cazzo.. Pensa che le strisce pedonali rimangono sempre sull’asfalto, ma talvolta nessuno ci passa. Né le macchine, né i pedoni.. Perché tutti sono a casa a farsi la cena, oppure a guardare la tv, o a pensare disperatamente di rimanere se stessi quando sempre e comunque qui, in  questa terra, si è sé stessi, anche attraversando le strisce pedonali, non si può fuggire da questo, non si può.

   I suoi occhi ormai, fuori dalle orbite, facevano una galassia solare a sé stante, magari senza strisce pedonali e nessuno avrebbe potuto spiegaglierlo, ora.                                                           

Qualcosa cominciava a cambiare. Solo noi rimanevamo uguali, con le cose che intanto continuavano a finire.     

-- Ma almeno gli hai chiesto come si chiama?

-- No. Me lo ha detto lei. Anzi, in verità mi ha detto che non riesce ad avere un nome a cui rispondere. Nel senso che… nel senso boh che ne so. Ha detto che lei passa, e non smette di passare… ha detto che rimane ma che odia rimanere, ha detto… beh insomma ha detto che si chiama Jey Blonde, o qualcosa del genere

--Senti Velvet, perché non ti rilassi, magari che ne so, ti leggi un bel libro. Io ne ho finito uno da poco, parla di uno che per non accettare le convenzioni sociali e morali scritte e non scritte, fugge sugli alberi e  lì si costruisce una vita tutta sua, per esistere e resistere. Dico, hai capito, non per terra, ma sugli alberi.

--Da quando in qua tu scrivi libri? Hai cambiato lavoro? Ma non sarà un effetto collaterale della tua inguaribile malattia?

Già. Dimenticavo. Per loro avevo una patologica e inguaribile malattia, la malinconitudine.

-- Dimmi, magari ti ha detto che… che forse in un’altra vita…insomma?

 

**************

 

Anche se disperse in un mare di guai e problemi e parole distratte lasciate cadere come massi da improbabili cime di pensieri, le notizie sulla imperdibilità folgorante di Jey Blonde giravano incontrollate.

Pur se sfuggente e volitiva, inespansa irremovibile ma sempre in movimento,  era stata spesso avvistata nei paraggi. Qualcuno l’aveva scambiata per un Ufo. Ma non si era potuto sapere qualcosa, qualcosa di più. Pareva che fossero intervenuti persino i servizi segreti americani, allertati dalle autorità competenti. Questo intervento tempestivo ma indebito fu probabilmente la causa di una sorta di incidente diplomatico fra la realtà e la fantasia, le quali, ciascuno per la propria parte di competenza, reclamavano la propria giurisdizione inappellabile sul caso Jey Blonde.

A tutt’oggi non è dato sapere se questo contrasto politico sia stato risolto o meno.

 

******************

                                                             

Nico tornava in auto dall’università.

Aveva incassato la nona bocciatura consecutiva all’esame di filosofia.

Ormai era quasi un caso nazionale e rischiava di essere convocato dal Ministero della Pubblica Istruzione. Non ebbe il tempo a capacitarsi di nulla. Si trovò infatti all'improvviso a procedere lentamente sul lato destro della strada, seduto comodamente con le mani sul volante sul suo rombante quattroruote di grossa cilindrata.

Era a cento metri da un semaforo. Un uomo camminava sul marciapiede accanto, un altro anche, un uomo con un bambino attaccato alla sua mano callosa idem, più in là un gatto, un mattino come altri. Tutto fluiva nel gran mare della banale consuetudine.

Lo sguardo di Nico incrociò quello che forse non doveva vedere, ma che forse valeva la pena di essere visto. Era impossibilmente bella, nuda perché vestita dei suoi colori, immateriale. Lo salutò, invitandolo, con aria saputa. Nico lasciò la filosofia, i pezzi surgelati d’amore nel frigorifero, tutto. Scese dall'automobile come un forsennato, prese a scuotere l'automobile che precedeva la sua ed urlò con quanto fiato aveva in gola, animato dalla convinzione di non essere impazzito.

--  La vede, la vede ? Mi saluta ! -- e poi, infischiandosene altamente dello sguardo smarrito dell'anziano conducente all'interno della malcapitata vettura, si diresse verso lei. Davanti ad una vetrina, in piedi ma sospesa nell'aria come un arcobaleno, corposa ma leggiadra. Sembrava dovesse volare via al primo impercettibile soffio di vento e fu per questo e non per altro che Nico si era catapultato fuori dalla sua macchina, piantandola con il motore acceso nella fila immobile per il semaforo rosso, correndo a trattenere lei per non farla sparire tra le pieghe del vento.

Si piantò nel mezzo del marciapiede ad osservarla. Lei sorrideva superbamente d'un sorriso magnetico, quasi assurdo. Non sarebbero bastate mille parole per darle un nome, una seppur vaga comparazione minima per fissarla in mente e non lasciarla esposta troppo a lungo alle deformazioni capziose della mente, che combinano e scombinano senza sosta l'accumularsi del tempo e non danno respiro al desiderio di poter incastrare una lei, quella lei, nella prigione di una definizione.

-- Ehi, come ti chiami, splendida?

L’attracco disinibito non sortì grandi effetti.

Silenzio.Poi suoni. Articolati.

--Jey. Jey Blonde.

--Eh? Complimenti, bel nome. Sei straniera?

--Forse. Forse in un'altra vita. Forse in un altro nome. Forse.

Nico, da filosofo compiuto e nullo, sapeva bene ciò e nemmeno tentò una minima ricerca lessicale e non si impaurì né ebbe il minimo moto di stupore quando, come solo una così poteva essere era capace,  si dileguò.

Non pensò a nulla.

Per nulla scomposto quindi, rientrò subito nella densità della realtà dove abitava, chiamato a gran voce da diversi automobilisti inferociti e stressati e disse a denti stretti eh, che maniere, ma quant'è che non vi fate una sega? .

Il giorno dopo tornò a farsi bocciare all’esame di filosofia. Ripercorse la stessa strada.

Si trovò, neanche tanto per caso, nello stesso posto di quell' incontro memorabile, ancora con le stesse vaghe necessità, nello stesso mondo almeno in apparenza, con una comprensibile quantità indefinibile e indefinita di giganteschi dettagli relativi in più che riempivano la vita di un uomo qualunque con una storia qualunque che qualunque strada di qualunque città di qualsiasi mondo avrebbe potuto ospitare. Sarebbe inutile e puerile dire che l'aveva dimenticata o che non ci aveva pensato.

Nico non la rivide allo stesso punto.

Rifletté rapidamente. Ok, le cose finivano. Ma bisognava pur cominciare, che cazzo. Si chiese se non era il caso di scongelare dal freezer un pezzo di amore tutto per lui. E decise di non dire niente a nessuno né di quel giorno né di quello precedente.

E così, stanco della dura giornata di bocciature e della imminente solitudine, una volta a casa si addormentò. Senza nemmeno farsi sfiorare dal dubbio che magari poteva essere che non si era mai svegliato.

 

******************

 

Era un mondo dove bisognava risparmiare ed c’era qualcuno che spendeva tutto quello che guadagnava. Ma perché tanto riso forzato e grasso invece di un timido ed asciutto pianto? Perché dilapidare l’allegria quando invece c’era tristezza?

Un tizio che sostiene di aver inseguito e cercato per mesi Jey Blonde, nonostante più volte l’avesse raggiunta e superata dice ancora oggi sospirando che una volta ha detto a lei

--Dai, andiamo a Vienna per tre giorni, che importa.

Si rese conto immediatamente che senza volerlo, in quell’attimo, aveva racchiuso la sua vita ed un eventuale destino in appena nove parole, lui che era noto negli ambienti politici e mondani per una affascinante e inarrestabile facilità di parola. Parole. Distratte. Ma lei, comunque, non rispose.

Il parere del tizio è che lei non sapesse rispondere e talvolta nemmeno domandare. Chissà perché.

Il tizio, in ogni caso, ha preferito declinare le sue generalità e nessuno l’ha visto mai più.

 

****************

                                                               

L’inoccupazione mentale mondiale continuava a mietere vittime. Intere famiglie di pensieri scomparivano senza lasciare traccia di sé, mentre interi sistemi filosofici finivano sul lastrico e  lasciavano sul tavolo debiti insoluti, quesiti irrisolti.

Forse in ossequio a Blak Velvet ed ad Internet, magari per essere ragazzi alla moda, navigammo. Naufragammo. Ci perdemmo di vista continuando a vederci. E quell’anno ****ancora correva, continuando ad impigliarsi, ma anche lui sarebbe finito.

Io da parte mia avrei voluto morire, confondendomi nell'aria come solo i morti sanno fare.

Avevo l’impressione che l’unica donna che degnasse della stessa attenzione me ed i miei amici fosse semplicemente e incredibilmente un sola, con il nome di Jey Blonde. Magari non era il suo vero nome, magari lo sarebbe stato a pieno titolo in un’altra vita. Lei, comunque, o forse probabilmente, continuava a sorridere senza sorridere e a dire forse in un’altra vita. Ed io cercavo di vincere una partita a biliardo.

Quella sera noi, per esempio, non c’eravamo dati appuntamento. Io ero uscito solo, come una bestia affamata  ed attratta dall’odore del nulla. Avevo fame, ma il mio stomaco reclamava qualcosa che non c’era.

Blak Velvet, l’unico che avevo sentito telefonicamente, mi aveva assicurato che stavolta c’era cascato, era fatta, andava a farsi una partita al biliardo con la donna della sua vita. Era ancora quella di Internet, e lui pareva proprio estasiato.

Nico Mattan non lo chiamavo più da un po’, pensando che avesse fatto fortuna con la sua vendita di pezzi d’amore surgelato o che finalmente una delle sue dodici, a volte tredici se non quattordici donne con cui stava si fosse accorto di lui e allora dai, era fatta.

Comunque, invece, eccoli lì. 

Al  tavolo, al circoletto degli anziani, grigio e crepuscolare come gli stadi più acuti della mia presunta malattia, la malinconitudine.

Blak Velvet con la stecca in mano, Nico stravolto su una sedia, il cugino di Velvet a scegliere una stecca adatta alla sua invincibile geometria.

Quattro anonimi giocatori di biliardo, per cominciare una partita mai iniziata e già finita.

E Jey Blonde a scorazzare per tutte le strade della provincia, senza che nessuno la possa fermare anche se lei è ferma, a cercare chissà chi, chissà cosa, magari nulla in più o forse, chissà, può darsi, un me o un altro o un’altra vita.

--Eh, che dite, e se l’amore fosse come scrivere un racconto e mentre scrivi ti perdi miliardi di frasi che ti vengono in mente solo perché ne stai già scrivendo altre che ti erano venute e ti sembravano giuste o magari stai semplicemente rimettendo a posto quello che hai scritto e alla fine fai un racconto come avresti potuto farne cento milioni di diversi e comunque sempre tuoi?

Il cugino di Blak Velvet guardò trionfante la dodicesima stecca che aveva provato, scegliendo finalmente quella.

--Chi comincia allora la partita? Vai tu Nico?

Avevo voglia di inondarlo di Ceres. O chiedergli se tra le sue tredici quattordici probabili storie improbabili c’era pure una che lontanamente, assai lontanamente, si chiamava, magari anche per scherzo, Jey Blonde.

-- Boh, non so. Vuoi cominciare te?

Interrogato, non risposi subito. Mi sentivo a disagio, solo, incompreso e con un nome che non conoscevo e che volevo chiamare ma avevo paura. Un nome che mi chiamava ma che sembrava non chiamare mai, a volte.

-- Forse, forse in un’altra vita. Dai, comincia te

 

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