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Correva l'anno ****.
Correva, come tanti suoi fratelli, nemmeno più veloce di altri.
Semplicemente, come tutti gli anni, era imprendibile, anche se come al
solito, vecchio difetto degli anni del tempo, s'era impigliato in un lungo e
rigido inverno e sembrava non riuscirsene a liberare.
Nico mi guardava, da dietro i
suoi occhiali piccoli e sporchi, poggiato scomodamente sul sedile della mia
utilitaria, con gli occhi rossi dalla stanchezza.
--Sono le tre, che vogliamo
fare?
Lo guardai con un timido
sorriso, tanto non valeva la pena rispondere. L’indomani era pure una
giornata lavorativa ed almeno io mi sarei comunque dovuto svegliare alle
7.00, massimo le 7 e 30. Nico ancora studiava all’università, e sugli orari
poteva essere un po’ più elastico, bastava che stesse attento a non tenderlo
troppo e a spezzarlo. Io invece dovevo andare a lavorare in ufficio, mica
cazzi. In ufficio se non ero attento e vigile, mi fottevano in un
microsecondo.
Accertata la mia mancanza
usuale di decisione, Nico aspettò un altro po’, tirò una boccata dalla sua
sigaretta, sillabandosi in silenzio pensieri dentro la testa, da bravo
filosofo quale era.
Poi espresse la sua massima
tradizionale.
--Ok, ho capito. Portami a
casa e semmai ci vediamo domani.
Diedi un accelerata lieve al
gas della macchina, quasi di liberazione.
Nico aprì il finestrino, e
gettò il mozzicone di sigaretta ancora acceso.
--Però domani, che cazzo,
inventiamoci qualcosa, che così non si sopporta.
--Eh? E con chi te la vuoi
prendere? La colpa è la nostra. Per esempio, è appena uscito un film
italiano fatto da un bravo regista giovane. E’ la storia di un trentenne
quasi normale, che ha quasi tutto ma all’improvviso si butta in una
avventura per evadere… e così, fa un disastro, solo per vedere se c’è
qualcosa di più o di meno, tanto per vedere e rischiare e allora poi…
--Eh, la tua malattia fa
progressi, ormai sei incurabile. Da quando in qua ti sei messo a fare film e
soprattutto da quando in qua i tuoi film li proiettano al cinema?
Non risi affatto a quella
uscita, anzi.
I miei amici mi dicevano
sempre che ero malato. Di una malattia in alcune particolari stagioni anche
contagiosa. Si chiamava malinconitudine. E nessuno l’aveva ancora contratta
tranne me. Loro non volevano contrarla.
Decisi allora che era il caso
di accendermi una sigaretta. E soprattutto, la prossima volta che andavo a
giocare a biliardo insieme con Nico contro Blak Velvet e suo cugino, dovevo
impegnarmi di più per permetterci una vittoria importante. Altrimenti, al
ritorno, Nico era insopportabile e mi guastava il gusto di accendermi la
sigaretta a cinque minuti da casa. In quel mondo di guerre fatte di pace, di
lavori fatti di disoccupazione, di sentimenti catatonici e di automobili
catalitiche, di ambizioni paralitiche e di cibi inquinati, bisognava almeno
vincere, una volta, una partita al biliardo. Altrimenti, rimaneva solo il
cinema. E al cinema non riuscivamo ad andare mai, nonostante che a volte la
vita, senza essere in un film, pareva roba per attori.
Il fatto era che le cose
continuavano a finire, e noi cercavamo ancora, disperatamente, di non
volerlo capire.
**************
Forse in un‘altra vita diceva
lei.
Una volta, credo ancora,
riuscii persino a parlarle seriamente.
Ricordo che il cuore mi
batteva fortissimo, temevo di esplodere ed in realtà non vedevo l’ora di
disintegrarmi e dividermi in miliardi di invisibili molecole, magari di
ossigeno, almeno così, per una volta, lei mi avrebbe respirato.
La guardai fissa, fiero e
coraggioso come non mai, feci tutto d’un fiato:
-- Ma perché sempre le cose
stanno così, ferme e rigide, perché almeno una volta le cose non si adeguano
a noi, a me e te, tanto da farci sentire in armonia, perché dobbiamo sempre
noi piegarci ed adeguarci alle cose quasi fossimo di gomma?
--Perché se succedesse
significherebbe che noi siamo di un altro mondo, e invece, amico mio, siamo
solo umani.
--Allora? Per una volta
possiamo diventare di un altro pianeta, che ne dici, potrebbe anche essere
bello!
--E no caro mio, troppo
facile.
Prima che il cuore mi
spezzasse il petto, o che le cose in quel momento mi sentissero e magari per
affetto cominciassero ad adeguarsi a me, scomparve, timida e fuggitiva, come
le mie parole che la inseguivano solo per tenerla un secondo fra le mia mani
ardenti come fuochi purtroppo fatui, parole certo, e sì, distratte, ma
gonfie della mia poesia che cercava una realtà da proteggere, niente di più.
--Dimmi almeno come ti chiami,
allora, così, per sapere
-- Cosa conta un nome quando
ancora non sai se ne hai uno? Facciamo finta che non ne ho di nomi, e
nemmeno cognomi, e nemmeno…nemmeno niente, facciamo finta che forse in
un’altra vita.
************
Le notizie su Jey Blonde
erano poche e non del tutto attendibili, come d’altronde i sorrisi che
talvolta le distendevano la bocca e le aprivano gli occhi vivaci ma spesso
come impauriti. Era una bella ragazza. O magari no. Ma la bellezza e la
bruttezza non erano poi così importanti o perlomeno non fornivano notizie
necessarie a saperne di più su di lei, perché bellezza e bruttezza sono
soggettive.
Aveva sicuramente un tipo di
lavoro di pubbliche relazioni o giù di lì. Ben remunerato così come lei era
assolutamente sfruttata, in piena linea con quelle che erano le linee guida
delle Nazioni Unite in tema di politiche del lavoro. Lavoro. Una bella
parola, se ci fossero state linee guida anche in tema di vacanze,
divertimento, relax, amore, eccetera.
Aveva sicuramente meno di
trenta anni e qualcosa in più di venti. Pesava circa cinquanta chili quando
era grassa, quando per deficienza di dolcezza aveva bisogno di abbondanza di
cioccolata..
Manolo, un muratore dei
quartieri bassi della cittadina, diceva di essere stato insieme a lei una
settimana, circa, anche qualche cosa di più, quando ancora entrambi facevano
la scuola superiore. Ma non era una storia di quelle importanti.
Manolo non aveva una grande
facilità di comprensione ed era abbastanza greve nel linguaggio. Tuttavia
era, almeno così si diceva, un bel ragazzo, con la pelle olivastra, gli
occhi quasi verdi e lontane origini isolane.
Su Jey Blonde ripeteva solo:
non me l’ha data. Cosa e come non si sapeva. Qualcuno però, sorridendo
sotto i baffi, diceva di sapere cosa.
***************
Il sole, silenzioso e
sconfitto come al solito, si preparava a scomparire ed il buio sornione
stava per apparecchiare un’altra notte. Le ultime briciole di luce
s’andavano auto-disintegrando.
Nico stava avvicinandosi a
casa. Viveva da solo, in una casa dei suoi lasciatagli generosamente in
gestione con la promessa di terminare, almeno una volta nella vita, un corso
di laurea.
Viveva ? Più che altro non
moriva, se si intende per morte la cessazione delle funzioni vitali (le più
elementari e necessarie, ovviamente: respirare, bere, mangiare, dormire e,
se liberi da turbe o impedimenti psico-fisici, fare l'amore). In parole
semplici c'erano solo tracce di vita, anzi, più che tracce, macchie
nell'esistere di Nico Mattan, ovvero l'eremita senza eremo, un tipo che non
chiedeva mai e che sognava spesso, uno che non finiva più di studiare perché
senza motivi umanamente comprensibili aveva cambiato quattro corsi di
laurea, uno che soprattutto poi non avrebbe mai imparato a vestirsi. Mai
una camicia indossata decentemente, mai un paio di scarpe che si facevano
notare, mai un abbinamento lontanamente gradevole.
Nonostante ciò, Nico era il
nostro filosofo. Le sue ardite speculazioni erano il nostro faro, anche
quando lui di sicuro era spento come una lampadina fulminata.
Sollevò ansimante la busta
della spesa, con la splendida prospettiva di avere davanti a sé un’altra
sera invadente senza alcuna cosa da fare.
Magari poteva dedicarsi ad
approfondire le incerte fondamenta della sua riflessione metabiliardica.
Sosteneva di essere un venditore di pezzi d’amore congelato, per salvare il
mondo dalla anoressia sentimentale e dalla carestia di emozioni. In verità,
personalmente, non sapevo come andava la sua attività di venditore, ma avevo
la netta, limpida impressione che sicuramente non riusciva a sfamarlo
nemmeno materialmente, visto che la sera la birra spesso dovevo offrirgliela
io.
Con la sua andatura incerta e
irregolare, ora saliva verso casa. E continuava a pensare. D’altronde si
sentiva profondamente un filosofo, di una sua filosofia sconosciuta e
particolare. E si disperava, perché il nodo cruciale e ancora irrisolvibile
perseverava, lo incatenava a rimanere fermo ad una certezza dubbiosa: le
cose continuavano a finire, finire, finire.
Non che questo fosse di per sé
un bene o un male. Bene e male erano facce della stessa realtà. Il problema
era di capire se veramente ci fosse la realtà o invece fosse tutto solo un
sogno o peggio un incubo, e allora era meglio svegliarsi presto e smettere
di dormire. Dormire. Che bello. Eppure lui si sentiva sveglio. Sveglissimo.
E mentre apriva la porta di casa, sentì lo squillo del cellulare. Ero io che
lo chiamavo.
--Che si fa?
--Mah, non so.
Si potrebbe...
--Ok. Alle nove e trenta in
piazza. Biliardo?
--Biliardo.
**********
Eppure almeno una volta ero
riuscito ad incastrare Nico Mattan.
Eravamo al mare, poggiati con
i gomiti su una ringhiera e di fronte una mare verde e un po’ inquinato,
mosso dalle onde, e con il vento che ci dava un po’ fastidio perché non ci
faceva accendere le sigarette, il nostro estremo vizio che però era di utile
contorno a tutti gli altri.
--Sai, è stata inaugurata una
mostra bellissima. Ci sono i quadri più famosi dell’espressionismo. Colori e
forme che sono talmente reali che deformano le figure della realtà più
importanti fino a diventare un’altra cosa che non si vede ma che è solo
calcare i toni di quello che c’è e che ti colpisce. Potrebbe essere
interessante, che dici?
Mi guardò turbato.
--Allora andiamo. Quando si
va?
Non andammo mai. Eravamo
troppo impegnati a perdere partite di biliardo, e per cercare di perdere il
più possibile alla fine la mostra si chiuse e i colori che vedevamo
quotidianamente, belli o brutti che fossero, rimasero gli stessi, né calcati
né sfumati. Forse un po’ scoloriti, ecco.
Un’altra volta con Nico
sentimmo di condividere un destino simile, anche se le nostre diversità ci
facevano spesso distanti, specie in materie importanti quali il tifo
calcistico e l’inconfutabile, assoluta differenza fra la birra Ceres e la
birra Adelscott.
Eravamo, incredibilmente, al
biliardo. Nico mi guardò sconsolato, con la stecca in mano e le mani
tremanti e deluse, per aver fallito una facile palla sulla buca centrale in
una mitica sfida fra noi due e Blak Velvet e un suo cugino.
--Mi dispiace, ho sbagliato di
brutto
--Dont’worry Nico, sarà alla
prossima.
--Prossima, sempre prossima.
Sai che ti dico? La verità è che noi non siamo abbastanza. Questa è la
verità. Non siamo né buoni né cattivi, né ricchi né poveri, né diversi né
uguali. Siamo poco, non siamo abbastanza.
Posai la mia stecca al suo
posto. Guardai Blak Velvet, il cugino che chiedeva consigli per farsi la
palla numero quattro al centro o al numero sei all’angolo su in alto, Nico
che aveva il suo inguaribile aspetto di filosofo.
Dissi
--Ok ragazzi, per me oggi va
bene così. Non sono in forma e ne ho già perse tre. Vi concedo la riperdita
domani.
Nico non so perché mi guardò
come folgorato.
Disse
--Ok, come vuoi, stasera vada
per una Ceres, ma che non si ripeta più, ok?
Gli altri non risposero e
continuarono a giocare fino a notte tarda, mentre io ero già a casa sdraiato
sul letto a sorseggiare lentamente la settima birra della serata senza avere
voglia di smettere anche se ormai avevo finito le scorte casalinghe.
Al solito, le cose finivano.
Capii comunque che se
continuavo così mi sarebbero rimaste solo notti infinite riempite di buio,
un po’ poco per raccontare in giro di essere vivi anche noi e che prima o
poi, forse poi, avremmo fatto qualcosa, magari incontrando una donna che ci
avrebbe strappato un farfugliamento sommesso ma comprensibile al nostro
cuore rotto da troppi inutili, futili, inavvertiti balbettii.
**************
Nessuno la conosceva e tutti
sapevano di lei. Parenti, amici, gente che non l’aveva mia nemmeno
sfiorata. Non si ammalava mai ed era sempre raffreddata. Però non gli veniva
la tosse, ma solo il mal di gola.
Credeva solo in se stessa, a
suo dire. Però amava poi ripetere non credo più a niente.
La chiamavano Jey Blonde, ma
chissà quale era il suo vero nome.
In una birreria fumosa e
analcolica, assolutamente alla moda, tra la voci della gente ai tavoli e la
musica rock in sottofondo, si carpirono brandelli di una conversazione.
Probabilmente qualcuno di sesso maschile parlava di lei.
--Sai ho sbagliato, le ho dato
troppo. Troppe carezze, troppe attenzioni, troppo tutto. Perché è così sai,
più dai e meno ottieni.
--Ma dici davvero? Ma allora
quando una ti piace, ma che devi fare?
Purtroppo all’improvviso la
musica si alzò e parti un frastuono infernale, che non permise di ascoltare
di più.
Quella sera, in quella
birreria, a quell’ora, c’era lo spettacolo di karaoke.
**************
Blak Velvet aveva un solo
obiettivo ragionevole nelle serate lunghe e appiccicose della sua esistenza:
la ricerca di un tavolo da biliardo libero per potersi giocare una partita.
Blak Velvet era
insopportabile, perlomeno per chi voleva una amicizia senza limiti. Oltre il
suo aspetto burbero e inquietante, torturava tutti con la sua fissa di
mettere l’orologio due minuti avanti. Così, diceva, una volta vista l’ora
sapeva di avere almeno due minuti in più da vivere. Tuttavia, regolarmente,
quei due minuti li ometteva di vivere.
Blak Velvet era peloso e
poetico, con un’insaziabile appetito di solitudine perché la compagnia,
diceva, gli portava solo crampi allo stomaco, non riusciva a digerirla.
Eppure era uno sempre in giro, sempre assieme a gente, sempre contento di
non rimanere a casa. Strana, la sua cura per guarire la sua malattia con
complicanze di natura gastrica. Ma la coerenza non gli apparteneva, a lui
come a tutti noi.
Sgridava Nico perché si
innamorava troppo spesso, e troppo a lungo.
--Vedi Nico, io non ti vedo
mai in difficoltà, tranne quando ti innamori. Perché non la pianti? Le donne
sono un mondo estraneo, troppo estraneo. Lasciamo perdere!
Nico lo guardava. Poi
allargava le braccia, a dire che ci posso fare io se sono fatto così?
Blak peraltro aveva sicuro
bisogno d’amore come lui. Però preferiva continuare nel suo massacrante
lavoro di resettare e ricompattare tutti i computer della provincia, senza
mai fermarsi e senza mai fermare. Faceva il venditore porta a porta e
talvolta raccontava di mirabolanti avventure erotico caserecce al sapore di
pasta all’amatriciana.
Chissà se aveva una qualche
ragione, sull’amore. Comunque tra lui e Nico il dissidio rimaneva. Nico
Mattan d’altronde era uno capace di stare con dodici o tredici donne
assieme, a volte anche quattordici. Tanto lo sapeva solo lui, le altre non
erano a conoscenza di nulla, né di Nico, né di altro. Ma Nico rimaneva fermo
sulle sue posizioni e nessuna di queste, in realtà, sapeva di stare con
Nico. Lui sornione sornione sosteneva, dai, tanto che lo sappiano o no,
non conta. Basta che lo sappia io, già potrebbe essere importante.
**************
Jey Blonde scorrazzava
imperterrita per l’intera provincia, cercando solo di non cercare e di
finire il prima possibile il suo eterno lavoro quotidiano che talvolta la
rapiva per interi mesi e di lei non sapevano più nulla i parenti, gli amici,
gli affetti.
Una sua collega, che vuole
mantenere l’anonimato, dice
--E’ una gran lavoratrice.
Peccato che è scorbutica.
La collega con le guance
flosce e pallide, lo sguardo spento, sembra avere però un pizzico di
rammarico a pensare a Jey Blonde.
Ma si sa come sono le
colleghe. Lavorano. Di fantasia.
******************
Questo in sintesi quello che
succedeva in quell’anno che correva.
E poiché il mondo non era del
tutto fermo, da quelle storie varie ed eventuali e giornate scivolose e
timide, qualcosa cambiò come d’improvviso.
Continuavamo a tormentare la
sera con le nostre partite, tanto per vedere se riuscivamo a ravvivarla un
po’. In fondo tutti speravamo che magari con qualche miracolo virtuale di
Blak Velvet o qualche razionalizzazione di Nico Mattan, si riusciva a dare
addirittura un po’ di luce alla notte.
Tornando a casa, era un
venerdì, ero invaso da immensi interrogativi esistenziali di profondità non
misurabile con misure umane.
Avevo infatti finito le
sigarette e nel mio cazzo di paese dopo una certa ora trovare le sigarette
era come trovare una donna. Praticamente non si fumava più.
Viaggiavo a velocità modesta,
spiazzato e deriso dalle beffe dell’universo che mi faceva terminare le cose
proprio quando invece dovevano non terminare e guardando allo specchietto
retrovisore vidi due occhi. Ecco, non erano proprio due occhi ma mi
guardavano come tali.
Qualcosa cambiò dentro di me.
O forse io ero cambiato e tornai quello che ero.
Gli occhi erano di una tipa
alla guida della macchina che mi seguiva. Sentii una turbolenza in agguato,
colpito da quella tristezza alle spalle che però non era una vera e propria
tristezza.
Non so perché alzai la mano e
la salutai. Lei mi sorrise.
Cominciò la più grande storia
d’amore di tutti i tempi. Cioè, a dire il vero, iniziò a finire. Ci fermammo
come due pazzi alla prima piazzola disponibile. Ci guardammo, come se ci
fossimo sempre visti. Ci parlammo, come se ci fossimo sempre parlati. E non
ci fu più spazio per nulla.
Io non feci menzione di nulla
di quell’incontro a nessuno né il giorno dopo, né i giorni successivi quando
ebbi altri incontri.
Forse in un'altra vita diceva
lei. E poi sorrideva, senza sorridere. E io andavo via da dove ero senza
però arrivare in nessun altro posto.
Era più di una
presenza, ma si presentava come una assenza. Una insomma troppo lei per un
qualsiasi me. Ma non era mia deficienza, ma assoluta invincibile costanza di
umana persistenza.
Sulle rotaie lucide di
impietosi calendari diversi giorni, poi forse mesi, due almeno, nella
migliore delle ipotesi. Qualcosa poi dovette accadere anche agli altri. Come
una magia o un fastoso puzzle che si andava componendo.
-- Allora dimmi almeno come ti
chiami…
--- Cosa serve? Non ho nome, o
comunque non so ancora a quale nome devo rispondere, facciamo così, facciamo
forse in un'altra vita.
***************
Era un mondo di donne lucide e
ciniche, decise come il semaforo quando diventa rosso, ma imprevedibili e
fuggitive, fragili come le coerenze di Blak Velvet, crude, acide, spietate,
ma insostituibili e in balia del vento, irresistibili e senza resistenza.
Era la solita sera, con Nico
che tornava a casa con la sporta della spesa, il sole che se ne andava via
silenzioso e sconfitto, la notte che già si apparecchiava tronfia e grassa
abbuiando quelle poche luci che rimanevano.
Nico ebbe quasi l’istinto di
fare qualcosa di nuovo, ma poi si arrese, attorcigliato al solito grande
problema che le cose continuavano a finire. Lo chiamai io sul cellulare, ed
organizzammo la solita sconfitta al biliardo per la sera.
Nico mi disse
--Vedrai, stasera proviamo a
vincere, così. Per cambiare. E non sognarti che cedo ad una tua Ceres. La
birra è vita, e la vita è un’altra cosa, caro.
Quando ci vedemmo al
circoletto degli anziani dove a quell’ora c’era sempre un solito tavolo
sdrucito e contuso dalle bestemmie di poveri pensionati che davano la colpa
al biliardo del tempo che passa, arrivarono puntuali nel loro ritardo Blak
Velvet e suo cugino
Il cugino, un abnorme silenzio
attorniato da capelli lunghi e un po’ unti, quella sera aveva uno guardo più
acceso negli occhi e le guance meno incavate.
Era un tipo geometrico,
angolare, ad angolo ottuso per la verità, ma pieno di buone maniere e colpi
fenomenali a quel cavolo di gioco a cui giocavamo da anni senza mai imparare
a giocarlo.
Io e Nico, che a geometria
eravamo stati puntualmente rimandati a settembre al tempo delle scuole
superiori, avvertimmo all’unisono quella vivacità negli occhi e interrogammo
con un sospiro quel pazzo scatenato di Blak Velvet.
--Ragazzi-- disse --stasera
c’è mio cugino che sta un po’ storto, e mi sa che ci fate a pezzi, anzi, a
palle. C’è una donna di mezzo, tanto per cambiare, io lo dicevo, che cavolo,
lo dicevo.
Il cugino sorrise. Io
neanche tanto. Nico affogò nei suoi pensieri densi di filosofia. E dire che
il cugino di Velvet era uno che appena passava una tipa interessante amava
sospirare profondamente e dire
--Ah, come mi piace mettere la
palla in buca
Ora però lui sembrava la palla
e la buca un buco nero che lo avrebbe centrifugato via nell’universo
misterioso.
Una donna. Che bello.
-- E racconta, racconta, come
l’hai conosciuta?
-- E che ne so. Ero alla mia
autocarrozzeria, d’un tratto viene lei che aveva un problema di carattere
elettrico e allora… boh, credo di averla guardata o forse mi ha guardato
lei… e poi qualcuno ha parlato, credo… insomma, sapete. Come si chiama? Non
lo so. Però dice che si ammala facilmente, però non tossisce mai,
starnutisce Come si chiama? Non lo so. Dice che … insomma il suo nome non è
importante… dice, dice, non fa che dire
Era stata di nuovo lei.
Aveva dismesso la sua
geometria, il cugino di Blak. Ora era una figura poligonale senza né capo né
coda. Avevo voglia di spiegargli che la Ceres poteva, la Ceres voleva, ma
poi magari Nico avrebbe preso il tutto a male.
E provai un indefinibile
terrore. Avevamo la necessità di qualcosa, e qualcosa stava avendo la
necessità di trovarci. Sorseggiai la poca birra rimasta nel bicchiere e
cercai vanamente di non farla finire. Ripensai al mio mattino, di cui
nessuno sapeva nulla, ovviamente.
*****************
Avevo preso a cercarla, con
l'ostinazione di un cane da caccia sapientemente ammaestrato dalla incivile
civiltà insensata del secolo.
-- Non ora, ma forse in
un'altra vita !-- diceva. Minchia, io faticavo già in questa e non credevo
nella reincarnazione.
--Ehi, però, che cazzo, dammi
almeno un minuto-- avevo detto quasi strappandomi le parole dai polmoni.
Lei si era voltata, sorridendo
senza sorridere. Si concesse per giusto premio, come solo le donne sanno
premiare, dando e dandosi la sensazione di avere in un pugno tutto
l'universo, polvere di stelle ed esplosioni termonucleari comprese, tanto da
soddisfarmi delle mille insoddisfazioni che si erano accumulate in me negli
ultimi dieci secondi prima dell'abbraccio.
Tuttavia fu un abbraccio
simile ad una morsa che mi elettrificò fino all'ultimo centimetro delle
inesplorate vastità dell'animo di un uomo comune. Però prima o poi la
corrente elettrica, magari a causa di un improvviso e furioso temporale,
poteva venire a mancare, e finisce la scossa. Le cose d’altronde finiscono.
Lei poi mormorò, assordandomi:
--Dai, non ora, forse in
un’altra vita.
Sapevo che non avrei potuto,
anche volendo, colmare l'assoluta distanza, quella che separa l'odio
dall'amore, ma d'altronde lei mi inebriava e nulla sembrava potesse ancora
esistere oltre quel consumarsi senza darsi e senza aversi a vicenda.
Forse, forse in un'altra
vita. La mia spasmodica corte era stata inefficace.
Ora devo andare disse
poi.
--Ma perché? Dimmi solo
perché.
--Perché sono coerente.
Ed allora a quelle parole ebbi
bisogno di uno specchio per specchiarmi. Non avevo purtroppo uno specchio,
ma riuscii a specchiarmi lo stesso.
E compresi. Tutto. O quasi. O
perlomeno quello che bastava. L’amore era incoerenza. E io ero innamorato.
-- Dimmi allora almeno come ti
chiami. Magari dammi un nome qualsiasi, così. Tanto per dire
-- Io non riesco a chiamarmi.
Ci provo, con sterile e infruttuosa pazienza ci provo, ma non riesco.
Qualcuno dice che il mio nome è Jey Blonde, ma non farci affidamento, non
sono sicura che questo, effettivamente, possa essere il segnale del mio
richiamo. A volte, se ascolto questo nome rispondo, a volte no, ma non
capisco la differenza. Della risposta, intendo. Magari è il nome di un‘altra
che non sono io, magari è solo il nome di qualcuna che prima o poi sarò io,
vedremo
D'un tratto poi lei sorrise
senza sorridere, ancora più intensamente del solito, e poi disparve, con un
cenno strano della sua mano, quasi a significare con le sue indimenticabili
movenze "Forse in un altra vita".
Mi dispiacque capire
immediatamente che quello non era un arrivederci. E purtroppo, o magari per
fortuna, neanche un addio.
Il suo sguardo mi rimase
stampato sul viso come un’ustione fino a sera.
E nel frattempo, anche
nonostante una disastrosa prestazione del cugino di Blak Velvet, io e Nico
eravamo già sotto di due partite e la terza si stava mettendo male.
Il mio bicchiere di birra
s’era vuotato come se fosse stato bucato e il prezioso liquido fosse
scivolato via. Tutto finiva, non c’era niente da fare.
Meno male che la Ceres, a
volte, bastava per dormire.
****************
Si pensava fosse muta, eppure
faceva parlare chi non aveva mai parlato, anche coloro i quali si erano
ripromessi di non parlare più a nessuno, nemmeno a sé stessi.
Voci incontrollate e
incontrollabili su di lei continuavano instancabili a ruotare
vorticosamente.
A volte addirittura si
arrivava a parlare di magia bianca e nera, di strani esoterismi. Il problema
era che Jey Blonde rimetteva in vita chi ancora non aveva capito o aveva
scordato di vivere. Ciò poteva destare qualche sospetto, qualche dubbio
sulla liceità delle sue tattiche impertinenti, delle sue incertezze
vagabonde, delle sue inconcludenti furiose esuberanze, della sua fame di
conoscenza, dalla sua sete di certezza, dalla sua invincibile indecisione.
Jey Blonde sulla storia della
magia però, a quanto pare, non intervenne e continuò nelle sue
impadroneggiabili scorribande.
E la storia sulla magia finì
anche quella, come tutte le altre cose.
************
Avevo una bottiglia di
birra Ceres in mano.
Blak Velvet mi stava guardando
con gli occhi gonfi e dilatati, pareva si fosse fatto qualche droga pesante
come di sicuro anche il gestore della birreria.
--Ci siamo. Ho conosciuto una.
Domani ci vediamo. Pensa tu, gli piace il biliardo.
--Eh?
--E ricorda, non ti innamorare
mai. E’ pericoloso.
Mi raccontò come era andata.
Navigava senza meta tra pagine silenziose di Internet, s’era impigliato per
caso in una chat, aveva trovato una luce guizzante ed invitante che lo
trascinò via oltre Internet, il computer, il mondo. Era la tizia.
Prese poi ad avere licenze
poetiche. Si ingarbugliò il suo animo semplice con una teoria fra Internet e
Cristoforo Colombo.
Mi parlò quasi di getto.
--Sai, nell’anno 1492 un
italiano, Cristoforo Colombo, al servizio del re di Spagna, scoprì
l’America. Navigando, con delle barche, tre per la precisione Dal 1492 così
la vita non fu più la stessa. Si scoprì che quel paese lontano, l’America,
era ricco e che c’era la possibilità di lavorare e guadagnare. Magari
utilizzando mano d’opera a basso costo, sul luogo. Poi trasportando le merci
dove ce ne era bisogno, per venderle a costo più basso rispetto a tutti
quelli che continuavano a produrre nello stesso posto dove vendevano. Con il
tempo poi si scoprirono nuove vie di navigazione, nuovi prodotti, nuove zone
ricche o bisognose di qualcosa.
Molti secoli dopo si naviga
ancora, alla scoperta di qualche America. Ma non in barca, bensì su
Internet. Si rimane fermi sulla propria sedia, ma si dice navigare perché il
“sistema” Internet è come andare in barca. Al posto del mare ci sono cavi
telefonici, invece di isole si trovano siti, che potremmo anche chiamare
stazioni di servizio, come quelle delle autostrade.
Tale processo sembra non si
possa più arrestare. Come Colombo certo non si arrestò, anche quando i
marinai delle sue tre navi cominciarono a dubitare del loro capo e pensarono
magari di liberarsi di lui, con le buone o le cattive.
Forse Cristoforo Colombo non
pensava a tanto, più di seicento anni fa. Anzi, come raccontano le cronache
di quei tempi, lui cercava semplicemente una nuova via, attraverso il mare
per arrivare all’India ed alla Cina, i mercati più appetitosi di allora. Non
è colpa sua se si trovò di mezzo l’America e cambiò la storia del mondo. Può
darsi anche che la storia si ripeta. L’importante, si sa, è navigare. Io
questa l’ho conosciuta su Internet!
Io mi ero perso nel mare delle
sue acrobatiche ricostruzioni storiche. Lui continuò.
-- Innamorarsi? Perché? Non
c’é perché. E’ come volersi spiegare il fatto che nonostante ci siano le
strisce pedonali sulle strade, quando la gente attraversa nessuna macchina,
se non per un improvviso guasto, si ferma.
Risposi a Blak.
-- Minchia, Velvet, non hai
capito un cazzo. Innamorarsi è la bellezza di andare a 180 quando la tua
macchina si e no può arrivare a 90. Prima o poi il motore si fonde e sono
cazzi ritornare a casa a piedi.
--Sei tu che non hai capito un
cazzo.. Pensa che le strisce pedonali rimangono sempre sull’asfalto, ma
talvolta nessuno ci passa. Né le macchine, né i pedoni.. Perché tutti sono a
casa a farsi la cena, oppure a guardare la tv, o a pensare disperatamente di
rimanere se stessi quando sempre e comunque qui, in questa terra, si è sé
stessi, anche attraversando le strisce pedonali, non si può fuggire da
questo, non si può.
I suoi occhi ormai, fuori
dalle orbite, facevano una galassia solare a sé stante, magari senza strisce
pedonali e nessuno avrebbe potuto spiegaglierlo,
ora.
Qualcosa cominciava a
cambiare. Solo noi rimanevamo uguali, con le cose che intanto continuavano a
finire.
-- Ma almeno gli hai chiesto
come si chiama?
-- No. Me lo ha detto lei.
Anzi, in verità mi ha detto che non riesce ad avere un nome a cui
rispondere. Nel senso che… nel senso boh che ne so. Ha detto che lei passa,
e non smette di passare… ha detto che rimane ma che odia rimanere, ha detto…
beh insomma ha detto che si chiama Jey Blonde, o qualcosa del genere
--Senti Velvet, perché non ti
rilassi, magari che ne so, ti leggi un bel libro. Io ne ho finito uno da
poco, parla di uno che per non accettare le convenzioni sociali e morali
scritte e non scritte, fugge sugli alberi e lì si costruisce una vita tutta
sua, per esistere e resistere. Dico, hai capito, non per terra, ma sugli
alberi.
--Da quando in qua tu scrivi
libri? Hai cambiato lavoro? Ma non sarà un effetto collaterale della tua
inguaribile malattia?
Già. Dimenticavo. Per loro
avevo una patologica e inguaribile malattia, la malinconitudine.
-- Dimmi, magari ti ha detto
che… che forse in un’altra vita…insomma?
**************
Anche se disperse in un mare
di guai e problemi e parole distratte lasciate cadere come massi da
improbabili cime di pensieri, le notizie sulla imperdibilità folgorante di
Jey Blonde giravano incontrollate.
Pur se sfuggente e volitiva,
inespansa irremovibile ma sempre in movimento, era stata spesso avvistata
nei paraggi. Qualcuno l’aveva scambiata per un Ufo. Ma non si era potuto
sapere qualcosa, qualcosa di più. Pareva che fossero intervenuti persino i
servizi segreti americani, allertati dalle autorità competenti. Questo
intervento tempestivo ma indebito fu probabilmente la causa di una sorta di
incidente diplomatico fra la realtà e la fantasia, le quali, ciascuno per la
propria parte di competenza, reclamavano la propria giurisdizione
inappellabile sul caso Jey Blonde.
A tutt’oggi non è dato sapere
se questo contrasto politico sia stato risolto o meno.
******************
Nico tornava in auto
dall’università.
Aveva incassato la nona
bocciatura consecutiva all’esame di filosofia.
Ormai era quasi un caso
nazionale e rischiava di essere convocato dal Ministero della Pubblica
Istruzione. Non ebbe il tempo a capacitarsi di nulla. Si trovò infatti
all'improvviso a procedere lentamente sul lato destro della strada, seduto
comodamente con le mani sul volante sul suo rombante quattroruote di grossa
cilindrata.
Era a cento metri da un
semaforo. Un uomo camminava sul marciapiede accanto, un altro anche, un uomo
con un bambino attaccato alla sua mano callosa idem, più in là un gatto, un
mattino come altri. Tutto fluiva nel gran mare della banale consuetudine.
Lo sguardo di Nico incrociò
quello che forse non doveva vedere, ma che forse valeva la pena di essere
visto. Era impossibilmente bella, nuda perché vestita dei suoi colori,
immateriale. Lo salutò, invitandolo, con aria saputa. Nico lasciò la
filosofia, i pezzi surgelati d’amore nel frigorifero, tutto. Scese
dall'automobile come un forsennato, prese a scuotere l'automobile che
precedeva la sua ed urlò con quanto fiato aveva in gola, animato dalla
convinzione di non essere impazzito.
-- La vede, la vede ? Mi
saluta ! -- e poi, infischiandosene altamente dello sguardo smarrito
dell'anziano conducente all'interno della malcapitata vettura, si diresse
verso lei. Davanti ad una vetrina, in piedi ma sospesa nell'aria come un
arcobaleno, corposa ma leggiadra. Sembrava dovesse volare via al primo
impercettibile soffio di vento e fu per questo e non per altro che Nico si
era catapultato fuori dalla sua macchina, piantandola con il motore acceso
nella fila immobile per il semaforo rosso, correndo a trattenere lei per non
farla sparire tra le pieghe del vento.
Si piantò nel mezzo del
marciapiede ad osservarla. Lei sorrideva superbamente d'un sorriso
magnetico, quasi assurdo. Non sarebbero bastate mille parole per darle un
nome, una seppur vaga comparazione minima per fissarla in mente e non
lasciarla esposta troppo a lungo alle deformazioni capziose della mente, che
combinano e scombinano senza sosta l'accumularsi del tempo e non danno
respiro al desiderio di poter incastrare una lei, quella lei, nella
prigione di una definizione.
-- Ehi, come ti chiami,
splendida?
L’attracco disinibito non
sortì grandi effetti.
Silenzio.Poi suoni.
Articolati.
--Jey. Jey
Blonde.
--Eh? Complimenti, bel nome.
Sei straniera?
--Forse. Forse in un'altra
vita. Forse in un altro nome. Forse.
Nico, da filosofo compiuto e
nullo, sapeva bene ciò e nemmeno tentò una minima ricerca lessicale e non si
impaurì né ebbe il minimo moto di stupore quando, come solo una così poteva
essere era capace, si dileguò.
Non pensò a nulla.
Per nulla scomposto quindi,
rientrò subito nella densità della realtà dove abitava, chiamato a gran voce
da diversi automobilisti inferociti e stressati e disse a denti stretti
eh, che maniere, ma quant'è che non vi fate una sega? .
Il giorno dopo tornò a farsi
bocciare all’esame di filosofia. Ripercorse la stessa strada.
Si trovò, neanche tanto per
caso, nello stesso posto di quell' incontro memorabile, ancora con le stesse
vaghe necessità, nello stesso mondo almeno in apparenza, con una
comprensibile quantità indefinibile e indefinita di giganteschi dettagli
relativi in più che riempivano la vita di un uomo qualunque con una storia
qualunque che qualunque strada di qualunque città di qualsiasi mondo avrebbe
potuto ospitare. Sarebbe inutile e puerile dire che l'aveva dimenticata o
che non ci aveva pensato.
Nico non la rivide allo stesso
punto.
Rifletté rapidamente. Ok, le
cose finivano. Ma bisognava pur cominciare, che cazzo. Si chiese se non era
il caso di scongelare dal freezer un pezzo di amore tutto per lui. E decise
di non dire niente a nessuno né di quel giorno né di quello precedente.
E così, stanco della dura
giornata di bocciature e della imminente solitudine, una volta a casa si
addormentò. Senza nemmeno farsi sfiorare dal dubbio che magari poteva essere
che non si era mai svegliato.
******************
Era un mondo dove bisognava
risparmiare ed c’era qualcuno che spendeva tutto quello che guadagnava. Ma
perché tanto riso forzato e grasso invece di un timido ed asciutto pianto?
Perché dilapidare l’allegria quando invece c’era tristezza?
Un tizio che sostiene di aver
inseguito e cercato per mesi Jey Blonde, nonostante più volte l’avesse
raggiunta e superata dice ancora oggi sospirando che una volta ha detto a
lei
--Dai, andiamo a Vienna per
tre giorni, che importa.
Si rese conto immediatamente
che senza volerlo, in quell’attimo, aveva racchiuso la sua vita ed un
eventuale destino in appena nove parole, lui che era noto negli ambienti
politici e mondani per una affascinante e inarrestabile facilità di parola.
Parole. Distratte. Ma lei, comunque, non rispose.
Il parere del tizio è che lei
non sapesse rispondere e talvolta nemmeno domandare. Chissà perché.
Il tizio, in ogni caso, ha
preferito declinare le sue generalità e nessuno l’ha visto mai più.
****************
L’inoccupazione mentale
mondiale continuava a mietere vittime. Intere famiglie di pensieri
scomparivano senza lasciare traccia di sé, mentre interi sistemi filosofici
finivano sul lastrico e lasciavano sul tavolo debiti insoluti, quesiti
irrisolti.
Forse in ossequio a Blak
Velvet ed ad Internet, magari per essere ragazzi alla moda, navigammo.
Naufragammo. Ci perdemmo di vista continuando a vederci. E quell’anno
****ancora correva, continuando ad impigliarsi, ma anche lui sarebbe finito.
Io da parte mia avrei voluto
morire, confondendomi nell'aria come solo i morti sanno fare.
Avevo l’impressione che
l’unica donna che degnasse della stessa attenzione me ed i miei amici fosse
semplicemente e incredibilmente un sola, con il nome di Jey Blonde. Magari
non era il suo vero nome, magari lo sarebbe stato a pieno titolo in un’altra
vita. Lei, comunque, o forse probabilmente, continuava a sorridere senza
sorridere e a dire forse in un’altra vita. Ed io cercavo di vincere una
partita a biliardo.
Quella sera noi, per esempio,
non c’eravamo dati appuntamento. Io ero uscito solo, come una bestia
affamata ed attratta dall’odore del nulla. Avevo fame, ma il mio stomaco
reclamava qualcosa che non c’era.
Blak Velvet, l’unico che avevo
sentito telefonicamente, mi aveva assicurato che stavolta c’era cascato, era
fatta, andava a farsi una partita al biliardo con la donna della sua vita.
Era ancora quella di Internet, e lui pareva proprio estasiato.
Nico Mattan non lo chiamavo
più da un po’, pensando che avesse fatto fortuna con la sua vendita di pezzi
d’amore surgelato o che finalmente una delle sue dodici, a volte tredici se
non quattordici donne con cui stava si fosse accorto di lui e allora dai,
era fatta.
Comunque, invece, eccoli lì.
Al tavolo, al circoletto
degli anziani, grigio e crepuscolare come gli stadi più acuti della mia
presunta malattia, la malinconitudine.
Blak Velvet con la stecca in
mano, Nico stravolto su una sedia, il cugino di Velvet a scegliere una
stecca adatta alla sua invincibile geometria.
Quattro anonimi giocatori di
biliardo, per cominciare una partita mai iniziata e già finita.
E Jey Blonde a scorazzare per
tutte le strade della provincia, senza che nessuno la possa fermare anche se
lei è ferma, a cercare chissà chi, chissà cosa, magari nulla in più o forse,
chissà, può darsi, un me o un altro o un’altra vita.
--Eh, che dite, e se l’amore
fosse come scrivere un racconto e mentre scrivi ti perdi miliardi di frasi
che ti vengono in mente solo perché ne stai già scrivendo altre che ti erano
venute e ti sembravano giuste o magari stai semplicemente rimettendo a posto
quello che hai scritto e alla fine fai un racconto come avresti potuto farne
cento milioni di diversi e comunque sempre tuoi?
Il cugino di Blak Velvet
guardò trionfante la dodicesima stecca che aveva provato, scegliendo
finalmente quella.
--Chi comincia allora la
partita? Vai tu Nico?
Avevo voglia di inondarlo di
Ceres. O chiedergli se tra le sue tredici quattordici probabili storie
improbabili c’era pure una che lontanamente, assai lontanamente, si
chiamava, magari anche per scherzo, Jey Blonde.
-- Boh, non
so. Vuoi cominciare te?
Interrogato, non risposi
subito. Mi sentivo a disagio, solo, incompreso e con un nome che non
conoscevo e che volevo chiamare ma avevo paura. Un nome che mi chiamava ma
che sembrava non chiamare mai, a volte.
-- Forse, forse in un’altra
vita. Dai, comincia te
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