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"Conoscere a fondo la propria città significa cogliere l'essenza della sua storia senza lasciarsi impressionare troppo dal monumento importante, ma osservando anche le cose più semplici, le espressioni artistiche più spontanee" (Bruno Zevi) "A causa della loro mirabile permanenza, le opere d'arte sono le più intensamente mondane tra le cose tangibili" Hannah Arendt (Vita Activa)
COLLEZIONE DI MADONNELLE ROMANE (di Maria Cristina Giammetta) Edicole sacre a Roma: le più belle MadonnelleItinerario artistico storico e devozionale Questo testo non vuole presentarsi come un pedante elenco di monumenti, una mera enumerazione di opere d’arte, ma ha l’intento e l’ambizione di trasmettere, a chiunque abbia occasione di sfogliarlo e leggerlo, lo stesso affascinato interesse vissuto da chi scrive per la scoperta di un tema inconsueto e affascinante. Quindi, la forma scelta per illustrare le singole Madonnelle – questo l’argomento fondante questo testo - è sembrata a chi scrive non una semplice, superficiale sequenza cronologica o una catalogazione tipologica, che probabilmente avrebbero il solo antipatico effetto di rendere monotona e arida una materia così viva e varia, bensì lo sgranarsi articolato di una raccolta, di una collezione di modelli figurativi dalle mille varianti attraverso un reale e coinvolgente itinerario, raccontato come io stessa l’ho seguito quando, per la prima volta e senza un preciso fine, ma solo per il piacere della scoperta, ho deciso di andare alla ricerca di questi piccoli gioielli disseminati lungo le strade e i vicoli della vecchia Roma. Ho immaginato allora un ideale e straordinario percorso - da seguire metaforicamente “a volo d’uccello” - che dall’altura di Trinità dei Monti conduca giù, giù per il fitto di stradine dei rioni romani, seguendone lo snodarsi tortuoso e apparentemente caotico e labirintico fuso nel tessuto cittadino più antico, spingendosi poi fin alle sue propaggini: Isola Tiberina, Trastevere e Testaccio; fin nel rione Borgo che attornia la Basilica di S. Pietro. Le soste davanti alle Madonnelle che si incontrano via via rappresentano l’occasione per conoscerle nei loro aspetti tipologici e cronologici; il pretesto per narrare gli aneddoti e le storie piccole e grandi che le riguardano; per considerare la loro secolare integrazione negli spazi urbanistici; oltre naturalmente ad ammirarne la sontuosa ricchezza o la bellezza più modesta e popolare ma non per questo meno fascinosa e interessante. Ho scelto infatti, tra le moltissime edicole sacre che popolano (è proprio il caso di dire poiché di presenze ancora ben vive si tratta) ogni angolo di Roma, quelle che per la loro poetica bellezza o per la loro autorevole e imprescindibile presenza rispetto all’ambiente circostante hanno suscitato la mia attenzione e ammirazione. Il loro succedersi e avvicendarsi nelle pagine del testo può sembrare apparentemente casuale, al contrario è fonte, a mio parere, di maggiore stimolo alla comprensione delle singole, peculiari creazioni a cui ci si trova di fronte di volta in volta, che, per l’indubbia originalità si rendono ancora più sorprendentemente interessanti. Ognuna di esse ha infatti la sua propria particolare caratteristica che la rende distinguibile da ogni altra (una sola l’eccezione, come vedremo) essendo ciascuna un vero e proprio “pezzo unico”: non esistono infatti a Roma due edicole sacre perfettamente uguali; la loro singolarità può risiedere negli attributi a loro pertinenti: nella cornice più o meno elaborata che le contiene; nel tipo di baldacchino che le ricopre; nell’apparato devozionale che le completa (targhe dedicatorie, epigrafi, preghiere popolari, altari, inginocchiatoi, lampade per l’illuminazione notturna); più semplicemente nella tecnica artistica scelta per la realizzazione. Lo stucco romano è comunque la materia preferita per la creazione delle diversissime e immaginifiche figure d’angeli che fanno da indiscusse protagoniste nelle scenografiche “invenzioni” barocche; non mancano però Madonnelle dalle architetture più sobrie e misurate: in mosaico policromo, in terracotta, in ceramica o maiolica, in marmo, sebbene la variante del dipinto su tela o in affresco sia diffusissima. Anche le dimensioni variano dal tipo imponente e grandioso, all’esemplare più minuto. Le più sfarzose e spettacolari sono senz’altro le Madonnelle barocche: dal Seicento fino a parte del secolo successivo esse infatti assumono aspetti maestosi e esuberanti con doviziose, bizzarre e capricciose artificiosità che ben riflettono il carattere e lo spirito del cosiddetto grand siécle e il suo gusto per l’illusionismo visionario e per tutto ciò che è eccessivo ed effimero. Le edicole sono documenti storici perché avvenimenti religiosi eccezionali ne hanno sollecitato l’edificazione o la modificazione nel corso del tempo e la devozione popolare ha trovato in esse lo strumento d’espressione, commento e partecipazione sociale anche a importanti vicende civili e storiche che nei secoli hanno coinvolto e agitato la città. Dal Rinascimento ad oggi (vi sono anche esempi di edicole contemporanee, anche se non altrettanto belle e originali delle antiche) le Madonnelle fanno quindi parte integrante del paesaggio romano tradizionale. Le ho ritratte a colori e in bianco/nero proprio perché ad ognuna può adeguarsi un modo o l’altro di tecnica della visione; le angolazioni e i punti di vista devono tenere conto non solo della posizione dell’opera d’arte ma anche del contesto architettonico che le circonda e con cui formano un tutt’uno inscindibile ormai da secoli. Circa venti di esse sono d’autore; se ne conosce cioè con sicurezza o per attribuzioni di studiosi autorevoli sia il pittore che ha dipinto l’effigie, sia lo scultore che ha disegnato la spesso elaboratissima cornice. Ma anche le numerosissime Madonnelle che non hanno autori illustri hanno tutte l’aspetto di piccole preziosità, talora talmente eleganti e raffinate tanto che anche i proprietari di antichi e prestigiosi palazzi le hanno commissionate e fatte “appuntare” sulle facciate o in posizione d’angolo molto spesso in forma di medaglioni, come fossero un gioiello di famiglia. Le più umili e popolari, che vantano o vantarono una notevole considerazione perché ritenute particolarmente miracolose, sono per questo ricche di ornamenti donati dai devoti, ed emanano una grazia poetica tutta speciale alla quale è difficile sottrarsi. La mia iniziale curiosità ha preso avvio così, ammirando con sorpresa cosa poteva nascondersi tra le pieghe di una città tanto ricca di storia e opere d’arte; e quelle che sono state definite di volta in volta “opere minori”, “artigianato artistico”, “decoro urbano”, con formule che tentano di descriverle, secondo me inadeguatamente e forse con un pizzico di sufficienza per sminuirne il valore e l’importanza e che io preferisco chiamare “tesoro di antiquariato popolare”, sono in realtà delle delizie che appartengono a tutti i cittadini che vogliano e sappiano vederle e apprezzarle. Questa del resto è una cosa facile da farsi, dal momento che esse sono sempre lì esposte al nostro sguardo. - Madonnelle d’autore - ¨ Via dei Coronari - Edicola di Ponte – Incoronazione della Vergine - di Antonio da Sangallo il Giovane (Antonio Cordini, 1483-1546) e Perin del Vaga (Pietro Bonaccorsi, 1501-1547) - 1523 - ¨ Via di San Sebastianello - Madonna col Bambino - altorilievo marmoreo della scuola del Sansovino (Jacopo Tatti 1486-1570) - sec. XVI - ¨ Piazza Farnese - Madonna con Bambino e S. Filippo Neri - attribuita alla scuola del Barocci (Federico Fiori , Urbino 1535-1612) - sec.XvI-XVII - ¨ Via Corsini - Madonna col Bambino e Santi - di Dionigi Alberti - 1635 - ¨ Via S. Maria dell’Anima - Madonna in Maestà - affresco del sec. XV attribuito ad Antoniazzo Romano(Antonio Aquilio, attivo dal 1461 al 1508) - prospetto architettonico di Carlo Rainaldi del 1653 - ¨ Piazza dell’Orologio - Madonna della Vallicella - mosaico policromo su disegno di Pietro da Cortona (Pietro Berrettini 1597-1669)e Francesco Borromini (1599-1667) - 1657 - ¨ Piazza della Consolazione - Madonna delle Grazie - di Niccolò Berrettoni da Montefeltro (1637-1682) - 1658 - ¨ Via del Pellegrino - Madonna col Bambino e S. Filippo Neri - altorilievo in stucco di Francesco Moderati (Milano, 1680-1722) - 1716- ¨ Via dei Cappellari/Piazza Campo de’ Fiori - Immacolata - attribuita ad Antonio Bicchierai (Roma 1688-1766) - sec. XVIII- ¨ Piazza dell’Orologio(cantonale con via del Governo Vecchio)- Madonna con Bambino e Angeli - affresco di Antonio Bicchierai (Roma, 1688-1766), cornice di Tommaso Righi (Roma, 1727-1802) - 1756 - ¨ Piazza del Collegio Romano - Immacolata - dipinto di Antonio Concioli, cornice di Francesco Toma - 1796 – ¨ Via dell’Arco della Ciambella - Madonna del Rosario prospetto architettonico dei maestri marmorari Capparucci - 1796- dipinto di Pietro Campofiorito -1895 - ¨ Via dell’Arco della Pace - Madonna con Bambino - altorilievo in marmo dello scultore bavarese Peter Schoepf (1805-1875) - 1865 - ¨ Piazza Campitelli, Palazzo Lovatelli - Madonna con Bambino - dipinto di Giulio Bargellini(Firenze, 1875-1936) - sistemazione della cornice del mastro muratore Stefano Conte - 1899- ¨ Piazza in Piscinula/via della Lungarina -Madonna col Bambino - bassorilievo in terracotta di Alceo Dossena (1878-1937)- primo Novecento - ¨ Via Franklin/via Ferraris - S. Maria Liberatrice - riproduzione eseguita dal Prof. Capanni nel 1926 di un’antica immagine del 1653. ¨ Isola Tiberina - Madonna della Lampada (rifacimento di un’antica immagine) edicola in legno dell’arch. Cesare Bazzani (Roma 1873-1939) - 1930 - ¨ Torre di Porta Pia – Madonna col Bambino - opera musiva della Scuola del Vaticano (1936) riproducente il dipinto precedentemente situato sulla torre del pittore Silverio Capparoni (Roma 1831-1907) che lo eseguì nel 1862. ¨ Porta Castello - Mater Misericordiae - opera musiva a cura del Prof. Onori della Scuola del Vaticano - 1953 - ¨ Piazza del S. Uffizio - Madonna delle Grazie (detta delle bombe) - dipinto a fresco del Sette-Ottocento, composizione scultorea di Silvio Silva - 1954- Secondo una stima attuale attendibile le edicole sacre a Roma sarebbero cinquecento; il primo catalogo redatto nel 1853 da Alessandro Rufini ne contava migliaia, mentre circa un secolo più tardi, nel 1939, Publio Parsi ne censiva un numero ridotto a un sesto. La mia ricerca fotografica e testuale ha preso spunto principalmente dal bellissimo saggio - di ineguagliata fascinosa poesia, risalente ormai a quasi trenta anni fa - di John S. Grioni.
Il trionfo delle mille varianti delle immagini devozionali Risultato di secoli di realizzazioni l’intero corpus di Madonnelle romane esprime un copioso repertorio di forme che è stato felicemente descritto come la manifestazione di “un’infinita variazione dell’identico”. Alcune di esse presentano forme dalla sintassi limpida, essenziale e rigorosa; altre esibiscono invenzioni deliziose o sontuose; tutte rappresentano doviziose allegorie del sublime. La loro scena - aperta sul mondo - si circonda di nuvole lussuose o di cieli turbinosi, di vortici di luce o di morbide ombre; si costruisce su raffinate modulazioni di colori o vellutate sfumature en grisaille; si cimenta in aerei illusionismi o in virtuosismi prospettici dagli scorci vertiginosi. La terrazza di Trinità dei Monti è un luogo magico: da essa lo sguardo può spaziare velocemente sul labirinto di strade che si distende snodandosi dai piedi della celeberrima scalinata addentrandosi fin nelle viscere della città. La Barcaccia di Pietro Bernini giace semi-affondata e abbandonata nel bel mezzo di piazza di Spagna; la fantasia s’immagina di rivivere una scena frequente in antico, prima della costruzione degli altissimi argini progettati per imbrigliare definitivamente le acque del fiume, quando barche come questa, ormeggiate al vicino porto di Ripetta potevano essere trasportate fin qui dalla furia del Tevere durante una delle sue ricorrenti inondazioni.Non c’è invito migliore ad intraprendere un viaggio straordinario - perché effettuato anche nel tempo, oltre che nello spazio della città - alla ricerca di oggetti d’arte dalle multiformi sembianze disseminati per le strade e viuzze di Roma.Nelle più diverse varianti che l’estro di un artista può produrre e che un popolo attento e curioso in antico apprezzava e richiedeva, oggi si riscopre un piccolo tesoro sottovalutato: quello delle Madonnelle; il loro numero, elevatissimo - praticamente non c’è angolo di via nel centro storico che non ne abbia una - determina necessariamente una scelta fra loro: ecco che allora è possibile tracciare un itinerario tra le più belle fra esse che inizi qui, dalle edicole che sono sulla piazza accanto alla chiesa, per proseguire poi seguendo un immaginario volo sulla città.
LE EDICOLE DI PIAZZA TRINITA’ DEI MONTISono tra loro profondamente diverse queste due edicole, vicine nello spazio ma non nel tempo, poiché rappresentano due epoche e due stili molto lontani. Sul grigio muro di un’ala dell’Hotel Hassler la prima Madonnella, che J. Grioni data al XIX secolo, ha riuniti in sé diversi elementi: la raggiera di stucco dorato con cherubini a corona dell’immagine di una Madonna e un Bambino dipinti nello stile di Carlo Dolci (1616-1686), racchiusi in un medaglione, il baldacchino a spicchi e nappe inserite nel bordo orlato dal tenue colore rosato ed infine un lampioncino brunito dal lungo stelo. L’insieme è armonioso e gradevole nonostante la commistione di stili ed elementi. Poco più avanti, l’altra edicola, più severa e allo stesso tempo originale è costituita da un cippo marmoreo con altorilievo posato su un prezioso capitello corinzio. Il timpano bilobato alla sommità del cippo racchiude un giglio di Francia, chiaro riferimento ai committenti della scala e della chiesa, ai cui piedi si trova questa edicola seicentesca dal fascino di reperto archeologico.
La strada che da qui si parte verso il Pincio ad un certo punto si amplia un poco aprendosi per dare respiro alla austera ed elegante facciata di Villa Medici sede dell’Accademia di Francia fin dal 1666 quando Colbert la fondò. La più antica delle accademie straniere a Roma permette ai giovani artisti d’oltralpe di soggiornarvi e studiare le opere d’arte, vivendo il clima culturale della città. La via di S. Sebastianello precipita ripida appena sulla sinistra della bella fontana, ed ecco visibile, appoggiata al muro di contenimento del terrapieno, una silenziosa e appartata
MADONNA COL BAMBINOSimile ad una edicola campestre questa Madonnella è addossata al muro sbrecciato lungo la scoscesa rampa di S. Sebastianello, perpendicolare ascensione verso il Pincio. Questa inconsueta sistemazione pone senz’altro in risalto le raffinate forme rinascimentali della cornice a tempietto – realizzata nel XVIII secolo – entro la quale si trova l’altorilievo ben modellato e molto più antico (attribuibile al XVI secolo) di una Madonna col Bambino. Il marmo bianco spicca sul ruvido intonaco grigio dal quale affiora l’agglomerato di pietre e laterizi sottostante. E’ un vero peccato che questa creazione cinquecentesca così armoniosa nelle sue morbide linee – esempio felice di sintesi di classicità e naturalità rinascimentali, per alcuni forse addirittura ascrivibile alla scuola del Sansovino (Jacopo Tatti 1486-1570) – e suggestiva per il luogo in cui si trova, resti lontana dagli sguardi e dalle attenzioni dei passanti che raramente percorrono quest’erta disagevole. Chiunque però ha occasione di passare di qui rimane senz’altro piacevolmente sorpreso di trovare, appoggiato con apparente noncuranza ad un anonimo muro, un ornamento di tanta eleganza.
Percorrendo tutta la discesa si scopre in fondo, sulla sinistra, una inquadratura monumentale creata nei primi anni del XVIII secolo (1733); questa struttura architettonica è quel che resta di una cappella al cui interno era stato posto un dipinto raffigurante la vita di S. Sebastiano, ora perduto; il sarcofago romano che vi si trova (rinvenuto sul Colleoppio e poi abbandonato a Villa Lante di Bagnaia ) è stato aggiunto nel 1967 ed è del IV sec. D.C.. Sarebbe interessante immaginare che - come suggeriva il prof. Carlo Pietrangeli nella sua introduzione al bellissimo saggio di J.S. Grioni sulle Madonnelle - un artista contemporaneo dipinga a fresco su questa parete un’opera che ben si armonizzi con l’insieme richiamandosi alle antiche edicole.
La via Bocca di Leone è una strada tipica della Roma più caratteristica. Poco più che un vicolo si dirama dalla più nota via della Croce, la strada che un tempo gli artisti sceglievano come sede dei loro studi-abitazione - Artemisia Gentileschi è vissuta qui - e giornalmente ospita un pittoresco mercatino; ma, se capita di alzare lo sguardo all’angolo con vicolo del Lupo si noterà una
MADONNA DELLA PIETA’Questa edicola dal carattere popolare ripropone un modello barocco molto diffuso: il medaglione con l’immagine protetta da un padiglione velato da un pesante drappo a frange, che un putto robusto allontana per permettere la vista dell’icona.Forse questa edicola, il cui dipinto dai toni vivaci è datato ai primi anni del secolo XIX, posta sulla casa che fu abitata dai poeti Robert Browning ed Elizabeth Barrett, sua moglie, sarebbe piaciuta ai due artisti per il suo carattere romanticamente plebeo, non particolarmente raffinato, anzi pittoresco e tipicamente romano. Raggiungendo da qui la vicina via Mario dè Fiori - dedicata al pittore secentesco Mario Nuzzi (1603-1673)- al n.86 sorprende, per la dimensione quasi sproporzionata all’ampiezza della strada, un’edicola dalle caratteristiche massicce e vistose: un’esplosione di raggi a modello delle glorie degli altari barocchi circonda un tempietto dalle forme classiche che custodisce un’immagine della Madonna dell’Archetto posta qui dopo i prodigi verificatesi nel 1796. L’aerea leggerezza suggerita dalla grande corona a raggiera di stucco dorato e dalle testine angeliche svolazzanti risulta però gravemente smorzata dai due enormi modiglioni ricciolati posti a sostegno della mensola portafiori. Lungo la stessa strada, al n.92, si trova un’altra Madonnella, dall’aspetto più originale e raffinato: occupa il vano di una finta finestra un’icona dell’Immacolata che sembra affacciarsi come un antico trompe-l’oeil. La tradizione popolare ha sempre attribuito questo delicato affresco al pittore a cui è intitolata la via, autore principalmente di opere caratterizzate da temi floreali e che in questa strada viveva. Le rigogliose ghirlande di rose, create molto probabilmente da un abile artigiano romano, sono forse l’allusivo richiamo o un omaggio all’artista, autore insieme a Carlo Maratta delle scenografiche “specchiere dipinte” della Galleria Colonna: tele di grandi proporzioni con la raffigurazione di composizioni di fiori circondate da puttini; qui, in questa edicola, s’intrecciano ad altri fiori e frutti andando a formare l’inusuale cornice, oggi purtroppo mancante della corona floreale apicale visibile oramai solo in fotografie d’epoca. Andando per via della Vite si arriva all’incrocio con via del Gambero chiamata così da un’antica insegna. Qui al n.5 all’altezza del primo marcapiano è possibile vedere una particolare Madonnella, semplice ma inusuale risalente al XIX secolo. La scultura in stucco bruno è modellata dalla mano sicura di un artista ignoto che ha raffigurato la Vergine e il Bambino in modo naturale e verosimile, come si trattasse di due figure familiari comparse sul vano di una delle tante finestre che affacciano sulla strada. Molto interessante il trattamento in bicromia delle decorazioni riemerso dopo il recente restauro: il candore della cornice, completa di peducci e di riccioli laterali, armonizza elegantemente con il rosato della conchiglia (il simbolo di accoglienza che i pellegrini avevano come loro emblema) ornata, in questo caso, di nastri serpeggianti e posizionata in alto al centro del timpano e del cartiglio che in basso si sovrappone alla cornice. La lampada con il braccio dal disegno a spirali, quasi un accenno allo stile Liberty dell’epoca, è del tipo a cerniera, per facilitarne l’accensione da parte degli inquilini. sullo sperone convesso di Palazzo Ottoboni, un’edicola del XVIII secolo campeggia dall’alto sulla”strada più bella dell’universo”, come definiva ai suoi tempi Stendhal il Corso, che però agli occhi contemporanei appare purtroppo aver perduto l’antico smagliante fascino per averlo sostituito con un ben più moderno caos. In questo punto sorgeva - prima del 1662, anno in cui Alessandro VII lo fece demolire per dare definitivo assetto alla strada, come ricorda la lapide di marmo a scritta latina posta di lato all’edicola - il cosiddetto Arco del Portogallo che restringeva l’arteria cittadina. La sistemazione dell’intero isolato su cui poggiava l’arco comportò inoltre l’abbattimento della chiesa della Madonna della Carità o Collegio del Letterato. Già allora comunque su un canto dell’Arco del Portogallo si trovava una Vergine Annunciata, probabilmente quattrocentesca, conosciuta come “dell’epoca del Pinturicchio” che andò perduta; la successiva edicola che la sostituì fu realizzata mantenendo il tema - l’Annunciazione - rendendo così tangibile la volontà di continuità nel passaggio da un’icona all’altra. Lo scudo ovale su cui un bassorilievo in stucco rappresenta la scena sacra, dalla inconsueta prospettiva e dalla vivace resa plastica delle figure, è racchiuso da una cornice in pietra modellata in forma di blasone o arme principesca, come la vistosa corona posta in apice lascia apparire. Colpisce lo sguardo il baldacchino con pendenti trilobati decorati da una stella a otto punte e nappe dal curioso aspetto “cinese” tipico del gusto e della moda dell’epoca per i dettagli esotici, orientalizzanti. Attraversato il Corso in piazza S. Lorenzo in Lucina proprio accanto alla magnifica chiesa ricca di stupende opere d’arte (fra cui uno straordinario Cristo crocifisso di Guido Reni sull’altare maggiore e un magnifico quadro di Simon Vouet, “La tentazione di San Francesco”, in una delle cappelle)è sistemata sul muro una Madonnella contemporanea ritraente la Madonna del Divino Amore. L’opera in mosaico policromo è un esempio delle molte edicole sacre realizzate con questa tecnica comparse un po’ ovunque per la città dopo la seconda guerra mondiale. Questa in particolare, una tra le migliori, ricorda l’affidamento della città, durante il conflitto, alla miracolosa Madonna da parte della popolazione romana per la protezione dai bombardamenti e rammenta che dal 23 febbraio all’11 marzo 1944 l’antica immagine è stata ospitata qui, in questa chiesa, per essere ringraziata dello scampato pericolo prima di essere riportata nella sua sede: il santuario di Castel di Leva distante 16 km da Roma. L’effigie, ritenuta miracolosa fin dal 1740 per aver salvato un viandante che percorreva le desolate campagne intorno alla città dall’assalto di cani inferociti, era stata, dopo il prodigio, spostata dalla torre di Castel di Leva dove si trovava e sistemata in un santuario appositamente costruito per ospitarla. In piazza Colonna , o meglio a uno degli angoli di Largo Chigi una MADONNA COL BAMBINOappare in un semplice ma elegante medaglione ovale, da cui traspare ancora l’antica lumeggiatura d’oro, ornato solo di un grande fiocco a tralci fioriti; questo è il castone per una delicata immagine ad altorilievo, un biscuit candido e nitido sullo sfondo azzurro simulante un cielo appena increspato da piccolissime, quasi impercettibili nubi. Realizzata come una terracotta invetriata dei Della Robbia, questa edicola probabilmente del XIX secolo, poggia sul bugnato d’angolo di Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ed è sorretta da una bella mensola a volute con una decorazione a foglie d’acanto. Una lampada molto grande e dal braccio sinuoso l’illumina nottetempo, creando un punto di luce inaspettato in un luogo solitamente testimone di altri avvenimenti. La via Uffici del Vicario porta all’incrocio con via di Campo Marzio dove spicca protetta all’interno di un particolare guscio una settecentesca IMMACOLATA un delicatissimo rilievo in stucco, vera e propria statua in miniatura che il recente restauro ci mostra nell’insolita bicromia delle vesti. Emerge dal fondo di una mandorla blu cielo circondata da morbide nubi e cirri leggeri, testine angeliche e puttini, uno dei quali - librato in volo - regge come fossero ali, i bordi ripiegati di un pesante mantello posto a fondale dell’edicola e a sua protezione. E’ il pesante drappeggio a formare infatti il baldacchino, che solitamente si stacca dalle composizioni, facendo invece qui un tutt’uno con l’edicola. Arricchita di rami fioriti e da un elegante lampione dallo stelo lievemente ondulato, questa fastosa ideazione barocca dalle linee piene e raccolte, in crescente dinamismo verso l’alto, rappresenta una variante insolitamente originale rispetto ai modelli coevi. La scena di piazza della Rotonda è senza dubbio alcuno appannaggio della immensa mole di uno degli edifici più straordinari della Roma antica, il Pantheon, tanto che comunemente essa viene riconosciuta proprio dal nome del grandioso tempio; ma su un lato della piazza , al n.5,la facciata di un palazzetto mostra - come fosse una pala d’altare - l’immagine monumentale di una bellissimaIMMACOLATA CONCEZIONEprobabilmente risalente alla fine del secolo XVIII. Questa magnifica edicola sostiene senza risentirne, anzi esibendo tutta la sua eleganza, la vicinanza di un monumento maestoso e importante come il Pantheon, contribuendo notevolmente alla scenografia della bella piazza. La ricca cornice in stucco di grandi dimensioni inquadra l’affresco con equilibrata riuscita estetica: la figura della Madonna dalle belle proporzioni di disegno marattesco è circondata da un putto alato e testine d’angeli, come vuole l’iconografia tradizionale. In evidenza il fastoso cartiglio che posto alla base sembra sorreggere questa inconsueta “pala d’altare”: riporta un passo del Cantico dei Cantici: “ TOTA PULCHRA ES/ AMICA MEA/ ET MACULA NON EST/ IN TE” inciso fra rami di palma e gigli. Un acquerello di Ippolito Caffi, pittore ottocentesco, ritrae la piazza e mostra l’edicola com’era: provvista di una bella e grande lampada, ora sostituita da un più modesto lume. In piazza dei Caprettari viene trattato un tema inconsueto per le Madonnelle, la CIRCONCISIONE, che infatti si ravvisa solo in quest’unico esemplare: L’usuale tipologia a raggiera che caratterizza molte edicole romane - particolarmente raffinata in questa versione barocca (datata tra il XVII e il XVIII secolo) - si accompagna al soggetto normalmente poco frequentato visibile nel dipinto. E’ qui infatti raffigurata la presentazione al Tempio e la circoncisione di Gesù: dove la Madonna e il Bambino sono ritratti accanto al Sommo Sacerdote, riconoscibile dai paramenti sacri e dal copricapo tipico, che il recentissimo restauro (2000) rende ben evidente. Il tempietto che racchiude l’immagine al centro della raggiera erompente suggerisce il richiamo, per accordo consonante dell’incorniciatura e delle mensole, alle linee tracciate dai severi particolari architettonici di Palazzo Lante, fra le cui finestre del primo piano si trova sistemata l’edicola. A pochi passi da qui in un vicolo apparentemente non molto diverso dai moltissimi che costituiscono l’intricatissimo dedalo romano di strade una delle più straordinarie fra le edicole sacre romane, una MADONNA DEL ROSARIO, è sistemata tra via de’ Cestari e via di Torre Argentina, sull’Arco della Ciambella - questo il curioso toponimo della strada - datole da una vetusta presenza. Uno sperone laterizio volgarmente chiamato “ciambella” è infatti il lacerto archeologico di ciò che era l’esedra centrale delle colossali Terme di Agrippa: l’ampia sala circolare dell’antico calidario diede il nome infatti, fin dal 1502, ad una antica hostaria nella strada. Oggi, come è ancora visibile, il rudere funge da sostegno pagano a una delle più suggestive e venerate tra le edicole romane. La storia della sua edificazione è interessante da narrare, perché rappresenta un esempio di come un luogo possa essere indissolubilmente legato alle singole vicende degli oggetti architettonici che lo caratterizzano e ai rapporti tra loro intercorrenti nel corso del tempo. Originariamente in questo luogo si trovava l’icona di una Madonna del Rosario racchiusa semplicemente in una cornice di stucco. L’immagine nel luglio del 1796 iniziò – come altre in città – a muovere gli occhi prodigiosamente. In seguito allo straordinario evento i devoti decisero di dare adeguato rilievo al dipinto miracoloso. Una famiglia di marmorari, i Capparucci, che avevano bottega al n.8 e che abitarono per oltre cent’anni in questa via, si occuparono di sistemare il tabernacolo così come ora appare. Con antichi reperti – forse cinquecenteschi – provenienti dal loro stesso laboratorio, composero l’edicola, con gusto popolano ma anche con una certa sensibilità stilistica, assecondando il gusto antiquario in uso a quel tempo che conferisce all’insieme un aspetto architettonico caratteristico e unico, pittoresco e popolare ma allo stesso tempo pregevole. Dall’insolito mosaico degli elementi compositivi emergono per delicatezza di forme la cornice rinascimentale a fregi floreali inquadrante l’icona, i pilastrini ornati dai ricchi capitelli del tempietto classico e il suo architrave, sul quale due angeli in stucco – riparati da un baldacchino ligneo a frange intagliate – reggono una corona di fiori. La mensa di marmo affiancata da due lampade in ferro, dotate di cerniera per facilitarne l’accensione, sostenuta da due mensole a forma di foglie d’acanto nasconde una testa di cherubino. A completamento di questa complessa edicola: un inginocchiatoio di travertino, sovrastato da una lapide che recita una preghiera di semplice religiosità popolare:” T’innalza o Vergine - Casti pensieri - Chi pensa e medita - ne tuoi misteri - E tu nell’anima - Gli accendi amore - Allor che ingenuo - Ei t’offre il cuore”. Il dipinto che ora si vede non è però più l’immagine miracolosa di duecento anni fa, che nel 1830 fu restaurata dal pittore Marcucci. I Capparucci, dopo alcuni atti vandalici perpetrati a danno della sacra effigie, dal 1873 riponevano ogni notte l’immagine finché, trasferendosi in piazza di Pietra, la portarono definitivamente con loro. Il quadro che si vede ora è una copia eseguita nel 1895 dal pittore Pietro Campofiorito. Poco lontano di qui, in vicolo della Minerva un’altra grande edicola dedicata alla MADONNA COL BAMBINO e Ss. PIETRO E PAOLO decora il fianco sinistro della chiesa di S. Giovanni della Pigna in forma di un bell’affresco seicentesco dai colori ancora vividi raffigurante la Madonna e il Bambino che benedice.Entrambi sorretti morbidamente da soffici nubi rivolgono lo sguardo ai Santi Pietro e Paolo che compaiono sulla destra. Il dipinto è protetto da un tabernacolo a forma di tempietto, le cui lesene laterali dai capitelli ionici riecheggiano le maggiori della chiesa stessa. Un timpano spezzato con al centro una testina alata circondata da ghirlande e nastri culmina l’edicola, mentre al di sotto della mensola un cherubino ad ali spiegate sembra sostenerla a fatica fra i due modiglioni a riccio. Due piccole pigne scolpite sulle lesene del tempietto fanno riferimento, insieme alla più grande che si trova al di sopra dell’edicola, all’emblema del rione. Dal prospetto di via delle Ceste si scorge, ad un angolo della luminosa piazza della Pigna, un’altra edicola, circondata di verde. Di forme neoclassiche, probabilmente del primo Ottocento, racchiude una Madonna ammantata. E’ illuminata da una lanterna pendente dall’alto appesa ad un braccio ricciuto. Alla fine del Settecento a Roma si diffonde il fenomeno della sistemazione di edicole anche su palazzi e palazzetti nobiliari in conseguenza dei fatti prodigiosi che vedono protagoniste alcune immagini sacre cittadine; ciò è storicamente da porre in relazione con gli avvenimenti politici che stavano sconvolgendo l’Europa e che avrebbero investito anche la capitale dello Stato Pontificio con la costituzione della pur brevissima Repubblica d’ispirazione giacobina (1798-99). Le edicole di Palazzo Doria: la Madonna di via del Plebiscito e l’Immacolata di via della Gatta Il 12 luglio 1796 gli inquilini del Palazzo Doria Pamphilj al Corso chiedono al principe Andrea IV di “porre nelle mura del suddetto Palazzo una SS. Immagine di Maria SS.ma e propriamente nel mezzo dei due portoni, cioè sopra la Bottega del Sellaro”, sulla via del Plebiscito, quasi al centro dell’ala del palazzo costruita da Paolo Ameli nel 1741-44. Tre giorni prima – il 9 luglio – si erano verificati in città alcuni avvenimenti eccezionali. Come riporta G. Marchetti nel suo libro sui processi di accertamento che seguirono i prodigi: “A cominciare dal 9 luglio 1796 Roma fu per più mesi consecutivi spettatrice di fatti meravigliosi. Molte sacre immagini, specialmente della Vergine, nelle chiese, nelle pubbliche vie, nelle case private, mostrarono manifesti e prodigiosi movimenti degli occhi, producendo sentimenti di reverenza, di pietà, di commozione universale nella cittadinanza. Il fatto, di cui fu testimone un intero popolo, venne da molti acuti osservatori assoggettato al più rigido esame e alle verifiche più convincenti”. Gli inquilini del complesso familiare dei Doria Pamphilj commissionano quindi – con il permesso del principe, che partecipa alle spese e ne diviene proprietario – l’opera per quanto riguarda i lavori di stucco e scultura, probabilmente affidati al muratore in quegli anni al servizio della famiglia, Giovanni Battista De Dominicis. La tela, acquistata sul mercato antiquario dal sellaro, raffigura una Madonna a mezzo busto con le mani giunte e lo sguardo rivolto verso il basso, di chiara ispirazione batoniana, circondata da una corona o “gloria” di raggi solari e putti, testine di cherubini e un angelo, che richiama molto l’uso barocco delle decorazioni sugli altari, di cui i più importanti esempi sono in Santa Maria in Campitelli – ideazione di Carlo Rainaldi realizzata da G. A. De Rossi con Ercole Ferrata e Gian Paolo Schor nel 1667 – e la precedente (1657-1666) famosissima creazione di G. L. Bernini per la cattedra di San Pietro. Nello stesso 1796 il principe Andrea IV commissiona al pittore Antonio Concioli (allievo di Pompeo Batoni e sin dal 1781 accademico di San Luca, nonché direttore dell’Accademia del Disegno dell’Ospizio di S. Michele a Ripa Grande) l’immagine dell’Immacolata, realizzata dall’artista ad olio su tela, da porre in angolo tra via della Gatta e la piazza del Collegio Romano. Lo scultore Francesco Toma sarà incaricato di realizzare la bella e ricca cornice ovale, la cui forma a medaglione è messa in risalto dalla leggera inclinazione che la rende simile ad un prezioso decoro d’arredo interno, normalmente esposto nella galleria di famiglia, che – eccezionalmente dimensionato alla grandezza del palazzo – appare come un oggetto devozionale privato offerto alla vista dei passanti resi così partecipi di un culto mariano familiare. Perciò queste due edicole pur così diverse nella tipologia costruttiva relativamente alle cornici in stucco, sono accomunate dalla omogeneità stilistica dei dipinti, entrambi d’impostazione classicistica nell’interpretazione tendente a recuperare la tradizione barocca. Chi non conosce Piazza Navona? Si tratta della più famosa delle piazze romane, come tutti sanno: ma forse sarà sfuggita all’osservazione del passante la presenza -sul fronte di un palazzetto situato su uno dei lati brevi della bellissima ellisse - di una edicola sacra piuttosto interessante raffigurante una MADONNA COL BAMBINO E’ normale infatti che a Roma, soprattutto in un luogo come questo, ricchissimo di trionfi architettonici e scenografici, una piccola opera seppure interessante come questa non venga notata. Al n.52, sul lato nord della celeberrima piazza, un’edicola seicentesca spicca sulla parete di fondo, ora dipinta di un caldo e solare colore. A vederla fino a poco tempo fa era comprensibile immaginare come sfuggisse alla vista, lasciata come era al suo stato di antica reliquia patinata dai secoli su di un muro altrettanto délabrer. Il restauro della elaborata cornice di stucco bianco a tortiglione e dei decori, sempre in stucco, che la contornano - fra cui una ghirlanda trattenuta da nastri posta sulla cima della riccioluta modanatura e due cartigli – pone in risalto il dipinto: la morbidezza del disegno, i colori delicati e trasparenti, che erano da troppo tempo offuscati. Questa edicola è giunta fino a noi con tutti gli elementi costitutivi originari: dal baldacchino ligneo a drappelloni e nappe, alla lampada in forma di bocciolo dal lungo stelo, oltre i pregevoli stucchi. Non sempre ciò accade, e questo sia motivo per avere nei suoi riguardi una maggiore attenzione. Ci sono altre due Madonnelle “nascoste” nei pressi immediati della piazza: al vicolo Arco della Pace e nella via dell’Anima; entrambe possono vantare di essere opere di autori illustri.
MARIA MADRE DI DIO è un’opera neoclassica.Peter Schoepf nacque a Monaco di Baviera nel 1805 da una famiglia di scultori e fu allievo del famosissimo Thorvaldsen. Venne a Roma in giovane età restandovi per ben quarant’anni fino alla morte, avvenuta nel 1875. Nel 1865, nella sua piena maturità artistica, Schoepf realizzò l’edicola sacra che è collocata su un fianco della chiesa di S. Maria dell’Anima, tempio della nazione tedesca. Probabilmente donato dal re Luigi I di Baviera in occasione della sua ultima visita a Roma questo tabernacolo in marmo bianco, imitante stilemi rinascimentali, è costituito da una nicchia inquadrata da paraste scolpite a candelabre all’interno della quale si trova una Madonna dal delicatissimo modellato di chiara ispirazione neoclassica. Al di sopra dell’edicola è ancora presente un braccio di ferro battuto al quale era appesa una lampada per l’illuminazione notturna ora andata purtroppo perduta e mai ripristinata. Il candido bagliore del marmo appena restaurato è fonte d’inaspettato contrasto col severo muro in modesti laterizi che fa da fondale; mentre l’angustia del vicolo, quasi sempre in ombra, e che conduce alla vicina piazzetta della Pace, restituisce a questa opera un’aura di particolare misticismo. La MAESTA’ DI MARIA (LA MADONNA DI S. AGNESE) è un capolavoro riscoperto. La realizzazione o il restauro di alcune importanti edicole sacre fra Cinquecento e Ottocento rientra nel programma culturale, religioso e politico delle principali famiglie nobiliari romane. Gli anni del pontificato di Innocenzo X Pamphilj coincidono con il periodo di maggior splendore della famiglia durante il quale le floride finanze consentono di avviare un nutrito programma di rinnovamento urbanistico che comprende la sistemazione di piazza Navona con la costruzione di un nuovo palazzo e la ristrutturazione della chiesa di S. Agnese. La chiesa-cappella di famiglia che affianca il palazzo diviene oggetto di numerosi interventi: Borromini e Rainaldi sono i nomi più noti legati alla sua sistemazione. La Madonna di S. Agnese fu per volere della committenza, i principi Doria Pamphilj, conservata e ricollocata nell’antica posizione dopo i restauri della chiesa. La bellissima immagine della Madonna e del Bambino attribuita ad Antoniazzo Romano – (Antonio Aquilio) attivo a Roma dal 1461 al 1508 e fecondo artista interprete tra i più noti della tradizione religiosa della Roma quattrocentesca - ha da poco riacquistato tutto il suo splendore all’interno dell’elegante castone del prospetto di Via dell’Anima. Fu Carlo Rainaldi, architetto della fabbrica, a progettare nel 1653 questa austera ma raffinatissima edicola e a dirigere l’operazione di recupero e la nuova collocazione dell’affresco molto venerato che già si trovava sulla facciata dell’antica chiesa di S. Agnese, che aveva il suo ingresso in questa via. Dal 7 al 12 ottobre 1652 si svolsero le fasi di recupero con la sistemazione il 9 ottobre di un “telaro” intorno all’affresco, costituito di alcune tavole di olmo per avvolgere l’immagine e per il suo successivo trasporto. Temporaneamente, infatti – per consentire i lavori di rifacimento della facciata, che sarebbe divenuta la parte posteriore della chiesa – l’affresco fu ricoverato nella chiesa stessa. L’affresco venne sistemato nella sua sede definitiva il 23-28 giugno del 1653 e la famiglia Doria Pamphilj si incaricò di assicurare l’illuminazione dell’immagine, provvedendo a pagare le spese per la lampada più volte restaurata. L’edicola assume un valore primario nella definizione architettonica dell’intero prospetto: posta al centro dell’abside rivela una struttura dall’impianto classico; due putti alati porgono una corona poggiandosi sull’arco di foglie che circonda l’affresco. Un altro cherubino si affaccia al di sotto del dipinto, fra due gigli, emblema Virginale oltre che simbolo araldico dei Doria insieme alla colomba che campeggia in alto sul prospetto. Le severe lesene scanalate dagli ornatissimi capitelli sorreggono un timpano interrotto al centro da un cartiglio lobato, che con i peducci a foglie d’acanto a sostegno del tabernacolo, rappresenta la sola fantasia barocca concessa a questa rigorosa edicola sacra. Un primo importante restauro dell’intero complesso, oltre che dell’edicola e dell’affresco, fu eseguito nel 1867 dall’architetto Andrea Busiri Vici, come risulta dall’iscrizione dipinta sopra una fascia al di sotto della Madonna venuta alla luce nel maggio 1974 quando fu sostituito il vetro:
“ Vetusta Matris Dei / Imago anno MDCCCLXVII/ instaurata”
A più di centotrenta anni di distanza, l’ultimo ripristino effettuato consente di valorizzare appieno e quindi di apprezzare un elemento artistico di alta qualità e raffinata bellezza. La vicinissima piazza di Tor Sanguigna - diseguale e anonimo spazio se non per la presenza nascosta, ad un livello più basso dell’attuale sede stradale, dei resti dello Stadio di Domiziano - acquista una certa personalità e risalto proprio grazie ad una delle Madonnelle più sontuose di Roma: l’ ASSUNTA, racchiusa in un ricchissimo altare rococò. Tardo esempio della poetica barocca, la cui tendenza ad enfatizzare i canali di comunicazione dell’immagine del colore e dell’illusionismo facilitava la percepibilità del messaggio religioso, ha il temerario compito di rendere grandiosa l’architettura reale in cui si inserisce amplificando lo spazio prospettico circostante.Alla fine del Settecento a Roma la costruzione di edicole sacre ha una improvvisa fioritura. Le cause non sono solo di carattere devozionale, ma probabilmente connesse agli avvenimenti politici che di lì a poco avrebbero sconvolto l’Europa e che avrebbero inevitabilmente interessato anche la capitale dello Stato Pontificio. Su palazzi e palazzetti nobiliari o borghesi i tabernacoli realizzati per volere sia dell’aristocrazia che del popolo divengono numerosissimi come reazione all’incombente clima rivoluzionario. La cura per le Madonnelle diviene assidua e sollecita e in alcuni casi si tratta di un vero e proprio salvataggio. Questo è stato il caso dell’edicola di piazza di Tor Sanguigna, presa a selciate durante l’invasione francese del 1798. Il proprietario del palazzo - su cui è tuttora posta - si trovò costretto a drastici provvedimenti: “Per toglierla da novelli insulti, la fece collocare dove è oggi con grande pompa poco dopo il glorioso ritorno a Roma della S. a me. di Pio VII” (A. Rufini, 1853). Dopo il ritorno del papa nel giugno del 1800 il tabernacolo dell’Assunta viene collocato infatti tra le due finestre del primo piano nella posizione che ancora oggi occupa. Tornata all’antico splendore dopo un recente restauro appare alla vista sospesa con irreale leggerezza nelle elaborate forme di piccolo altare barocco che la caratterizzano. La cornice a tempietto dalla ricchissima decorazione racchiude l’affresco come si trattasse di una pala d’altare. Angeli e cherubini circondano l’immagine: sui bordi della mensola due di essi, bellissimi, indicano in aereo equilibrio la Vergine a chi guarda; più in alto, emergendo da nubi e raggi solari, un altro porge una corona che di notte s’illumina. Un amplissimo e solenne baldacchino frangiato con nappe pendenti, decorato a motivi alternati del crescente lunare e della stella a otto punte, ombreggia il tabernacolo che una coppia di candelabri a tre braccia posti ai lati e un lampione centrale dal lungo stelo ornato provvedono ad illuminare. Questa composizione dal forte impatto scenografico, soprattutto nelle ore della sera quando le sue luci fanno da richiamo visivo efficacissimo, riecheggia cerimonie devozionali lontane nel tempo, divenendo senza alcun dubbio - su una piazza altrimenti poco interessante – l’assoluta protagonista del luogo.
Dalla piazza inizia la via dei Coronari che sgrana - lungo tutto il suo percorso - una eccezionale teoria di edicole sacre. In piazza S. Simeone, dove si trova il Palazzo Lancellotti, c’è il primo straordinario insieme di esse: il fronte del principesco palazzo porta agli opposti angoli due edicole simmetriche dalla grazia classica ed elegante, quanto mai adatte ad alleggerire il severo disegno di questo edificio rinascimentale.
Sugli speroni bugnati che robustamente tracciano le angolature del cinquecentesco Palazzo Lancellotti – austero, bellissimo edificio al quale lavorò anche Carlo Maderno – si affacciano maestose e imponenti, due edicole, pressoché gemelle, di grande eleganza. Entrambe le cornici modellate in morbido stucco mostrano tramite un raffinato gioco di immagini speculari – unico esempio tra le edicole romane – la medesima figura di grande angelo che con lieve volo si adagia col fianco su un’edicola a sostenere un ramo di giglio, mentre sul suo pendant, il gemello si appresta ad annodare il lungo fiocco del medaglione. Questo insolito, aereo e fascinoso sdoppiamento del personaggio sidereo valorizza efficacemente le due immagini racchiuse nelle edicole e attira gli sguardi sorpresi e incuriositi di ogni osservatore. In una – che affaccia in vista di via della Maschera d’oro - la Madonna Addolorata appare a mezza figura nella consueta iconografia che la vede con le mani giunte e gli occhi rivolti al cielo; il dipinto attribuibile al filone della pittura devozionale di ambito romano è databile al tardo settecento o agli inizi dell’Ottocento. Gradevolissima la fattura e le dominanti cromatiche del fondo bruno-arancio e del mantello azzurro, il cui lembo spicca sulla spalla della Madonna. Una irregolare raggiera – intorno alla quale tra soffici nuvole sono disposte testine di cherubini – contorna l’immagine mariana, nell’identica tipologia ornamentale che caratterizza la cornice dell’altra edicola che - guardando dallo spigolo di via dei Coronari - mostra la figura del Redentore. Probabilmente coeva, quest’ultima immagine ha avuto vicissitudini complesse. Opera di bottega del notissimo pittore neoclassico Raphael Mengs (1728-1799) fu desunta da un dipinto che il maestro aveva donato al suo confessore a Roma. Verso la metà dell’Ottocento fu distaccata dal supporto ligneo per essere trasferita su tela. Quindi nel corso del restauro effettuato nel 1979 venne eseguita una copia in affresco dal restauratore L. Maranzi appositamente per essere posta nell’edicola. La tela di proprietà dei principi Lancellotti – come entrambe le edicole del palazzo – pervenne alla famiglia verso la metà del secolo XIX. Queste due edicole, realizzate molto probabilmente a poca distanza di tempo l’una dall’altra seguendo un preciso programma, oltre al carattere esornativo di elementi architettonici unici e originali, esprimono la volontà dei committenti di destinare lo spazio urbanistico di loro pertinenza a sede privilegiata di comunicazione sociale nella dimensione religiosa popolare che nei secoli dominati dallo stile barocco - movimento artistico comunicativo per eccellenza – coinvolgeva però anche le classi nobili. Di fronte all’edicola dell’Addolorata, posto su Palazzo Cesi, un tabernacolo secentesco si fa notare per il disegno classicheggiante della sua architettura: dal timpano con una testina di cherubino, alla fittissima, elegante, grata di protezione, che J. S. Grioni riferisce essere stata un tempo d’argento e posta come riparo di un’antica immagine miracolosa rimossa nella prima metà dell’Ottocento. Invece sullo spigolo del palazzo una volta Monte di Pietà, tra via dei Coronari e vicolo di Montevecchio, spicca un medaglione appeso allo scabro bugnato per il nastro annodato a grande fiocco grazie ad un chiodo borchiato, come fosse su una parete domestica. La Madonna della Pietà è dipinta al suo interno con grazia e delicatezza. Una modesta edicola lignea al n. 199 della via rammenta che anche i più umili tabernacoli hanno un rilievo storico artistico: questa infatti - che accenna nel disegno a lesene laterali e ad un curioso timpano a tenda - è stata recuperata nella campagna di restauri del 2000. Ma la più importante Madonnella della via si trova più giù, in angolo con il vicolo Domizio: L’EDICOLA DI PONTE con l’INCORONAZIONE DELLA VERGINE “Instaurata fuit quam cernis Pontis Imago” (l’immagine di Ponte, che tu vedi, è stata rifatta) si legge sul fregio del timpano che conchiude le classiche linee di tempio rinascimentale dell’edicola opera di Antonio da Sangallo il Giovane (1484-1546), il quale progettò – come ricorda Vasari nelle Vite – “un tabernacolo molto ornato…e molto onorevole per farvi dentro di pitture qualcosa di bello”. Già in antico in questa contrada - dove si affollavano i venditori di rosari o “corone” da cui ha preso nome la via - si poteva ammirare l’ ”Immagine di Ponte”, ovvero quell’effigie che i pellegrini – in passaggio obbligato verso l’unico ponte esistente per S. Pietro – veneravano e avevano tra loro popolarissima. Sangallo, su commissione del cardinale Alberto Serra di Monferrato, Protonotaro Apostolico che in questa casa abitava e in cui morì, probabilmente di spavento l’anno del Sacco di Roma, realizzò – ispirandosi ai sacelli del Pantheon - questa elegantissima edicola restaurando la più antica già presente. Il piccolo tempio sorge alto su un basamento emergente dal bugnato d’angolo della via con il vicolo Domizio, dando notevole risalto allo scorcio prospettico dell’edificio. Al di sopra del timpano una finestra cieca ad arco, gli stemmi del committente finemente intagliati e un’altra finta finestra architravata, danno respiro verticale e insieme imponente eleganza a tutta l’opera. A dipingere l’affresco, in sostituzione della primitiva immagine, fu scelto – come ci dice ancora Vasari – il fiorentino Perin del Vaga (1501-1547), da Sangallo stesso. “Con vividi colori, il pittore illustrò sul fondo della nicchia la Madre dei Cieli a capo chino onorata dal Cristo sopra un trono di nubi, fra un coro d’angeli e serafini ed altri putti bellissimi e vari che spargono fiori; e nelle brevi facce laterali i Santi Antonio e Sebastiano miranti l’accaduto, che gli anni e le intemperie hanno deteriorato nonostante i restauri numerosi” (J.S. Grioni). Anche se ora con difficoltà si leggono i frammenti pittorici in essa conservati, questa edicola, dal fascino severo ed autorevole, viene considerata il più alto esempio a Roma di questa forma d’arte. Nota per l’autrice: tra le opere del Sangallo a Roma (Palazzo Farnese, S. Maria di Loreto al Foro Romano, S. Giovanni dei Fiorentini, Basilica di S. Pietro) Perin del Vaga decora in monocromo lo zoccolo sotto La Scuola d’Atene di Raffaello nella Stanza della Segnatura in Vaticano; realizza gli affreschi (con la sua bottega) nell’appartamento di Paolo III in Castel Sant’Angelo (1544-48). L'EDICOLETTA DI VIA DI PANICO al n. 29 è un’edicola settecentesca che conserva ancora gli originali attributi: il cupolino a spicchi, ciondoli e frange, il mensolone in legno e il caratteristico lume a cerniera. L’antico medaglione con l’immagine coronata della Madonna della Pietà è stato ricollocato dopo l’ultimo restauro (2000) tornando così alla sistemazione originaria, sebbene priva della cornice a tortiglione con putto e cherubini fra nuvolette, come la descrive e mostra Grioni nella sua foto d’epoca. Il recupero filologico di questa edicola - che per lungo tempo aveva ospitato una copia di Madonna trecentesca non adatta a questa tipologia di Madonnella – ha ripristinato un’opera deliziosa dai tratti popolari ma anche leziosamente barocchi. Proseguendo la via all’incrocio di vicolo di S. Celso s’incontra un’edicola d’angolo, tra le moltissime a Roma dedicate anche a S. Filippo Neri, l’amatissimo apostolo dei poveri. Spicca sul muro rosso di questo palazzetto dove va ad incastonarsi nello spigolo d’angolo: la cornice di marmo semplice, come fosse quella di un quadro, poggia su un sottostante pannello in marmo colorato graffito in alto da un cuore su tralci fioriti. L’immagine della Madonna col Bambino e S. Filippo Neri inginocchiato in adorazione dinanzi a loro è tipica delle numerose edicole a lui dedicate. L’influenza del santo era diffusa soprattutto nei rioni più poveri e malfamati, come Parione e Regola, ma anche qui nel rione Ponte se ne sente la presenza fin nel 1867 anno dell’edificazione di questa Madonnella. Il rotolo di pergamena che si svolge al di sotto della piccola mensola riporta infatti una invocazione che rammenta e celebra l’apostolato del santo: EXALTAVIT HUMILES - vi si legge - poco più sotto un’altra piccola targa sollecita elemosine che verranno prelevate grazie ad un curioso sportellino ferrato. In cammino su per la via di Panico si arriva all’altura di Monte Giordano nei pressi del Palazzo Taverna - originariamente dimora fortificata degli Orsini - dove una MADONNA COL BAMBINO e SAN GIOVANNINO compare sistemata sul poderoso muro esterno costruito a grandi blocchi lineari del quattrocentesco palazzo. E’ subito visibile per la sua grandezza, questa bella edicola, severa nelle linee rinascimentali della cornice in legno: al suo interno una immagine della Madonna col Bambino; il S. Giovannino è scarsamente leggibile a causa purtroppo della perdita di una parte dell’opera dai tratti delicati e raffinati tipici dell’arte rinascimentale. Sul fondo del dipinto s’intuisce, ad una attenta lettura, la presenza di un paesaggio che dà profondità alla scena, denunciando l’abilità dello sconosciuto artista autore di questa Madonnella. Seguendo la via degli Orsini ci si trova nella vasta piazza dell’Orologio dove una grandissima edicola con la MADONNA COL BAMBINO e angeli sorprende per la sua bellezza: il gesso, lo stucco romano, mette qui in forma e in scena sia la materia impalpabile, soffice e inconsistente delle nuvole sia l’impossibile - perché irreale, virtuale - apparenza di presenze alate, ospiti straordinari, sorpresi in una loro spericolata incursione nel mondo. La subitanea comparsa di questo universo numinoso, lattescente e splendido, non può quindi che far stupire chi transita qui. Questo fastoso tabernacolo affascina l’osservatore per più di una ragione. La sua collocazione ad una altezza non eccessiva sulla strada ne consente la visione agevole e soddisfacente in tutti i suoi particolari: dal baldacchino a nappe e pendagli che lo ricopre, alla elegante plastica delle figure che lo animano. La creazione - di grandioso dinamismo - lascia supporre all’immaginazione di chi guarda cosa avverrebbe se i due magnifici angeli che sembrano appena giunti a sorreggere lateralmente l’affresco durante un loro strepitoso volo - temporaneamente bloccato nella staticità dello stucco - animandosi di nuovo e improvvisamente, portassero a termine il loro celestiale compito. Fu posta sul cantonale tra la piazza e via del Governo Vecchio, inserendola nello spigolo concavo della sobria cortina laterizia all’angolo nord-ovest del palazzo dei Padri Filippini, nel 1756, opera sfarzosa di due artisti romani: il pittore Antonio Bicchierai (1688-1766) e lo scultore Tommaso Righi (1727-1802). Questa realizzazione elegante ed equilibrata pur nella cornice di grandi proporzioni - che sorprendentemente non soffoca, anzi esalta il dipinto dai toni intensi, caldi e smorzati - sottolinea il riuscito accostamento tra la candida cornice e l’affresco; felice connubio tra opposti. Mentre il gesso esclude da sé i colori rivelando nel gioco allusivo di luce-ombra ogni sfumatura, le calde tonalità del dipinto dai tratti pieni e dolcemente morbidi bilanciano e riscaldano l’algido nitore dello stucco. La leggerezza e levità suggerita dal moto ascensionale dell’intera composizione - rispettante in pieno i canoni barocchi di grazia festosa delle tradizionali pale d’altare elaborate per le chiese romane - la rendono appropriato complemento del magnifico complesso architettonico borrominiano dell’Oratorio della Congregazione di San Filippo Neri. La base in pietra sottostante l’edicola è ciò che resta di una fontana prevista in questo angolo fin dal 1641, iniziata nel 1650, ma interrotta per l’opposizione della famiglia Boncompagni. La bella lampada in ferro battuto che illuminava quest’opera - e che era andata nel tempo perduta - è stata ripristinata nel corso del recentissimo restauro che ha reso splendida questa Madonnella rinnovandone l’ammirazione dei passanti. Dall’alto dell’imperiosa torre dell’orologio dell’Oratorio Filippino uno splendido mosaico raffigurante la versione più luminosa della MADONNA DELLA VALLICELLA domina la piazza sottostante rendendola luogo inconfondibile, definendo - in virtù del suo ruolo di elemento architettonico simbolico - uno spazio aperto di significativa rappresentazione. Questa edicola secentesca, è opera collegiale di due straordinari artisti veri e propri geni del barocco romano: Francesco Borromini (Bissone 1599-Roma 1667), che ne progettò l’inquadratura, volle a coronamento del suo progetto per l’Oratorio un’opera disegnata da Pietro da Cortona (Pietro Berrettini, (Cortona 1597- Roma 1669). L’icona fu realizzata in mosaico policromo, luminosissimo, per il contributo finanziario di Padre Virgilio Spada oratoriano insigne, consigliere artistico del papa, nonché amico e valido sostenitore del grande architetto di Bissone. L’originalissima cornice borrominiana, caratterizzata da volute e pendenti inquadra una mandorla con l’effigie della Madonna assisa in trono e frontale, come Kyriotissa o Regina, avente in grembo il Bimbo benedicente e sorreggente con lui la sfera con la croce, nella iconografia che riproduce la venerata immagine della “Madonna della Vallicella”. L’effigie quattrocentesca originaria si trovava esposta sulla strada, affrescata su una parete esterna del bagno pubblico denominato “stufa”, luogo malfamato esistente nel rione Parione nelle immediate vicinanze della chiesetta di Santa Maria in Vallicella. Nell’anno 1535 l’immagine fu oltraggiata da un sasso lanciato da mano sacrilega e iniziò a sanguinare; la devozione popolare suscitata dall’evento prodigioso da allora circondò il luogo e fece sì che l’immagine fosse successivamente segata dal muro e collocata all’interno della chiesetta – che secondo Cesare Baronio era, in Roma, la più antica dedicata alla natività di Maria – e veniva anche denominata in Puteo Albo, dal nome della contrada Pozzo Bianco di cui era sede parrocchiale. Quando poi nel 1575 questo luogo di culto ormai in rovina fu inglobato nella costruzione della Chiesa Nuova voluta da S. Filippo Neri, i Padri Filippini decisero di salvaguardare l’affresco ponendolo sull’altare maggiore, dando così continuità alla tradizione devozionale dell’antica chiesa - di cui mantennero il titolo – e assumendo a simbolo della Congregazione il dipinto in essa conservato. Pietro Paolo Rubens (Siegen 1577-Anversa 1640) nel 1608 fu incaricato dai Padri di realizzare una composizione pittorica che comprendesse la venerata immagine. L’artista dipinse un tabernacolo su tre lastre di ardesia con la raffigurazione di una moltitudine di angeli e cherubini adoranti che circondano e sorreggono una mandorla girevole di rame – su cui lo stesso Rubens dipinse la Madonna e il Bambino benedicente a similitudine dell’effigie originaria – la quale per mezzo di un ingegnoso e complesso meccanismo copre o svela, a seconda delle esigenze liturgiche, l’antica icona conservata al disotto e inglobata con la sua cornice nella lastra di lavagna. A conferma della continuità iconografica Pietro da Cortona quasi cinquanta anni dopo, nel 1657, riprodusse in immagine musiva una versione del prototipo rubensiano che - elaborato e arricchito di ulteriori elementi dalla densa simbologia (la mandorla irradiante luce si riferisce alla natività della Vergine mentre il crescente lunare è una rappresentazione dell’Immacolata) - era divenuto l’emblema dell’ordine di S. Filippo Neri e quindi posto su ogni oggetto o arredo riguardante gli Oratoriani e assurto a genius loci del rione. Questa splendida edicola assume quindi anche il ruolo di segnale topografico indicante la presenza di un sito notevole per importanza storica e cultuale, stabilendo una continuità con il passato – anche quello più remoto – e conservando fondamentali tracce di memoria tramite la cura e il rispetto sia delle antiche collocazioni iconografiche che dei riferimenti iconologici tradizionali. Dalla piazza della Chiesa Nuova attraversando il Corso Vittorio Emanuele II si approda ad una porzione della vecchia Roma ricca di particolare fascino: la via del Pellegrino ne fa parte integrante e ne è il punto di partenza; essa va seguita per un lungo tratto poi…..improvvisamente….appare una gigantesca MACCHINA PROCESSIONALE BAROCCA che fa rimanere chi guarda di…stucco. Lo sperimentalismo barocco con creatività e immaginazione prova a rivalutare tecniche e materiali insoliti così che l’artista possa giungere a soluzioni impreviste quanto decisamente convincenti. Il gesso, usualmente adoperato per fare calchi di opere di bronzo o di marmo, qui trasfigura divenendo la materia d’elezione per la creazione di un’opera d’arte unica e originale. Molte Madonnelle hanno elementi decorativi in stucco che le completano, ma questa - temerariamente - è interamente realizzata così, in stucco romano. Immagine scultorea ovvero materializzazione della metafora buio-luce, assenza-presenza, il gesso qui tenta l’ardua incarnazione dell’invisibile. Questa materia duttile, morbida e allo stesso tempo tenace e compatta, si presta ad evocare apparenze immaginose, ineffabili sembianze addensate in una materia concreta ma anche irreparabilmente astratta. Il gesso sa rendere la soprannaturale visibilità di esseri metafisici grazie alle raffinate e delicate modulazioni delle ombre, ora in taglienti e nette variazioni nelle pieghe dei tortuosi anfratti dei modellati, ora nella lucentezza degli intensi bagliori che le figure astrali rimandano nella notte. Il gesso è dunque perfetto: vaporoso e leggero, una docile farina che si rapprende in una pasta friabile ma incorruttibile; la sua transitoria solidità di neve fa supporre e temere un suo improvviso dissolversi….e questo lo rende preziosamente fragile, precariamente straordinario. Qui l’accesa religiosità barocca scopre la possibilità di raggiungere una nuova dimensione dove terra e cielo, umano e divino, realtà e illusione inusitatamente s’incontrano: e la scena è questa, dove i pellegrini inaspettatamente sorprendono l’immagine della Madonna che animandosi scende dai cieli inaccessibili nello spazio incerto della vita. IMMACOLATA CONCEZIONE CON S. FILIPPO NERI Chiamata nel Seicento via degli orefici per le numerose botteghe di questi artigiani, l’antica via Peregrinorum (l’attuale via del Pellegrino) conduceva i romei verso il Vaticano e la basilica di S. Pietro. All’incrocio della via con l’Arco di S. Margherita, al n.53, s’innalza un grandioso tabernacolo in altorilievo opera di Francesco Moderati (1680-1722) che lo eseguì nel 1716 (per 139 scudi) con trionfo di stucchi, suggestioni devozionali e omaggi alla committenza, come richiedevano i canoni dell’epoca. La data 1716 è significativa per la rappresentazione dell’Immacolata Concezione, poiché Clemente IX aveva appena esteso la festa dell’8 dicembre alla chiesa universale. Le poderose aquile bicipiti – alludenti araldicamente al cardinale Pietro Ottoboni che volle quest’opera proprio di fronte al suo studio alla Cancelleria - sostengono ad ali spalancate la base di ciò che rammenta molto una macchina processionale barocca, di quelle in legno, cartapesta e stucco che erano il soggetto centrale delle festività religiose popolari del Sei-Settecento. L’edicola, altissima sulla strada - occupa due piani del palazzo su cui è collocata - presenta una maestosa Madonna atteggiata a mostrare il Bambino, il quale ha nei confronti di chi guarda “un gesto sovrano e infantile insieme” (J.S. Grioni). La Vergine evoca, nella sua posa avvitata, l’immagine dipinta da Caravaggio nella pala della Madonna di Loreto(1604): “La Madonna dei pellegrini” della chiesa di S. Agostino, alla quale forse Moderati si è ispirato per la sua creazione. Le aquile araldiche che sembrano aver trasportato qui a volo l’imponente composizione artigliano, sorreggendolo con le poderose zampe, ciò che forse è un frutto o un mondo o meglio ancora un cuore esploso, lacerato, i cui lembi squarciati sono tenuti sollevati dai becchi delle aquile per mostrarne l’interno, da cui emerge una melagrana con l’immagine di San Filippo Neri. In alto un’invenzione di cielo con un’esplosione di raggi e nuvolette fa da sfondo alla corona e alla colomba, mentre in cima ai bordi della cornice due vivaci e spericolati puttini si agitano sporgendosi, accrescendo se possibile ancora di più il già straordinario effetto complessivo di vertigine di questa soluzione plastica, tanto da farla definire: “Composizione ventosa, quasi drammatica”(J.S.Grioni). Questa scenografica apparizione, creata appositamente per suscitare stupore e meraviglia nei devoti di trecento anni fa, ottiene senza dubbio lo stesso risultato anche nei più disincantati contemporanei. Via del Pellegrino porta con facilità in piazza Campo dè Fiori, dove appare - sul lato che usualmente è occupato dalle bancarelle dei fiori, un poco nascosta all’inizio della stretta via dei Cappellari che purtroppo ne impedisce alquanto una soddisfacente visione prospettica - ricchissima nel suo decoro pienamente barocco, una immagine della IMMACOLATA CONCEZIONE Forse Pietro Trapassi, meglio conosciuto come Metastasio (1698-1782), raffinatissimo innovatore del teatro musicale italiano, che in questa via nacque (visse poi sempre lontano da Roma prima a Napoli quindi dal 1730 a Vienna dove fu poeta di corte e dove morì), non l’ha mai veduta questa edicola che J. S. Grioni definisce “pienamente settecentesca”. Fanciullo prodigio ma di umili origini, Metastasio inizia gli studi sotto la protezione proprio del committente della Madonnella di via del Pellegrino, il cardinale Pietro Ottoboni (1667-1740) mecenate delle lettere e delle arti nonché nipote di papa Alessandro VIII. Ricchissima nell’ideazione, al limite dell’opulenza perché affollata di spunti decorativi - come del resto il gusto barocco esigeva, nell’esplodere di tutte quelle ardite invenzioni che si vanno affermando nel giro d’anni tra la fine del XVI e lo svolgersi del XVII secolo e la cui efficacia è talmente trionfante da protrarsi ben oltre il secolo – di modo che l’occhio si perde dietro le volute, le ghirlande, gli intrecci. Il piccolo tempio che contiene l’immagine ritenuta miracolosa (da alcuni attribuita ad Antonio Bicchierai) ha lesene ornate di fiori con ricchi capitelli a sostegno del frontone curvilineo. Come magnifico fondale un rettangolo ornatissimo, lievemente incavato e dai contorni mistilinei, suggerisce a chi guarda un’infinita continuità spaziale dotato com’è di festoni di fiori in alto e tralci di foglie trattenuti da conchiglie e riccioli ai lati, che paiono volersi dilatare oltre i limiti concessi dalla sottile incorniciatura, che infatti a stento sembra contenerli. Dopo il restauro del 2000, testimoniato da una piccola targa, l’immagine ha riacquistato i suoi ornamenti: la corona e i cuori votivi che l’attorniavano, segni tangibili della devozione popolare ma anche indispensabili dettagli che rendono preziose le più antiche icone romane. Proprio sulla piazza Campo de’ Fiori una MADONNA DELL’ORAZIONE in mosaico policromo assiste al quotidiano vociare dell’animatissimo mercato che si raccoglie attorno alla statua di Giordano Bruno. Le tessere dai vivaci colori sfavillano sul dorato fondale del medaglione ottocentesco in forma di guscio di conchiglia decorato a foglie e leggermente proteso – posato com’è, su un modiglione ricciuto e molto ornato - verso la piazza. Un’articolata lampada in ferro battuto a volute in stile floreale denuncia il gusto predominante tra la fine del secolo XIX e gli inizi del seguente. Questo è forse il primo esempio moderno di edicola musiva, tipologia che soprattutto in anni recenti, a partire da quelli dopo la seconda guerra mondiale, si è molto diffusa soprattutto nei quartieri di più recente costruzione ma anche sugli spigoli di abitazioni popolari del centro storico. Nella piazza del Biscione, appartato spazio contiguo a Campo dè Fiori, una MADONNA ORANTE o DEL LATTEemerge sul fronte del palazzetto al n. 89 istoriato da una fitta decorazione graffita ottocentesca con un curioso motivo a teste di cavallo forse indicante la funzione di rimessa dei cavalli d’uso del vicino Palazzo Orsini. Questa edicola ha fornito in anni abbastanza recenti una significativa scoperta: un restauro effettuato a ridosso dell’Anno Santo 1975 ha infatti permesso di ritrovare non solo tracce dell’antica doratura settecentesca della cornice ma, cosa ben più interessante, di riportare in evidenza, nascoste da una banale immagine ad olio assai guasta e di mediocre esecuzione, le preziose tracce di un preesistente dipinto di ottima fattura. L’affresco emerso nelle linee tracciate col “chiodo” è stato infatti ricondotto all’opera della scuola del Sassoferrato (GiovanBattista Salvi 1609-85). Sebbene la figura della Vergine emergente da nubi appaia piatta - a causa della perdita delle velature originali - la delicatezza di fattura delle mani affusolate sembrerebbe confermare la pregevolezza dell’opera. L’individuazione di una immagine inaspettata come questa dà conferma, qualora ce ne fosse bisogno, dell’opportunità ed efficacia di un corretto restauro in grado di rivalutare e riaffermare l’importanza di questo patrimonio unico e singolare della città. Piazza Farnese è splendida nelle giornate di sole: ci si può sedere sui divani di pietra che si appoggiano al meraviglioso palazzo dalla mole immensa. Qui, chi percorre le strade della città in visita trova un momento di riposo e di pace in una quieta atmosfera, lontano dal traffico e dai rumori. All’angolo destro della piazza, dove si affaccia la chiesetta di Santa Brigida, si trova, sullo spigolo del palazzo che delimita le vie di Monserrato e via dei Farnesi, un vetusto gioiello da poco tornato ad un biancore di neve per merito di un accorto restauro: è la MADONNA COL BAMBINO E S. FILIPPO NERI Emana un incanto e un fascino tutto particolare questa edicola in forma di medaglione sospeso in delicato equilibrio sullo spigolo di Palazzo de Cadilhac, tra via Monserrato e via dei Farnesi. Datata tra la fine del secolo XVI e l’inizio del XVII conserva nell’ovale in stucco romano una tempera su lastra d’ardesia di alta qualità attribuita alla scuola del Barocci (Federico Fiori 1535-1612) la cui arte fu particolarmente cara a S. Filippo Neri che nella raffigurazione dell’opera si china a baciare il piedino del Bambino sotto lo sguardo di una dolcissima Madonna. Prima del restauro - avvenuto nell’anno giubilare 2000 - questa immagine, simile ad una miniatura patinata dal tempo, lasciava appena intravedere la vivace ricerca espressiva dell’autore unita ai delicati quasi evanescenti effetti coloristici tipici dell’arte manierista. Smantellata e poi ricollocata in sito negli anni Venti del XX secolo, assume il valore d’importante riferimento storico trovandosi vicino a San Girolamo della Carità, luogo in cui visse Filippo Neri dal 1551 al 1583 e dove si formò il primo nucleo degli Oratoriani, l’importante Congregazione fondata da colui che i poveri chiamavano con affettuosa familiarità “Pippo Buono”. Il disegno semplicissimo di questa edicola la rende unica e incomparabilmente elegante: il restauro l’ha riportata ad un nitore originario che spicca sullo scuro cornicione d’angolo del palazzo; i due puttini che sorreggono il medaglione sono stati risarciti delle parti mancanti, mentre la pittura su lavagna ha riacquistato sia le linee del disegno che le cromie trasparenti pressochè scomparse, consentendo la lettura delle figure. E’ andata però per sempre perduta - pur se necessariamente, date le condizioni in cui l’edicola versava - la sembianza di antica icona che la rendeva così peculiare e fascinosa. Solo vecchie foto rammentano il suo aspetto consunto e patinato di oggetto che, nonostante tutto, ha attraversato i secoli. Seguendo la via Monserrato su un caseggiato poco lontano dalla chiesa della nazione spagnola troviamo una MADONNA COL BAMBINO Come compressa e costretta nell’esiguo spazio tra le finestre della casa su cui posa - le quali sembrano contrastare con la loro rigida fissità lo slancio luminoso della raggiera solare che l’avvolge - questa edicola del settecento tenta l’esplosione plastica definita da J. Grioni “ vera spiritualizzazione della materia” caratterizzante molte Madonnelle romane, senz’altro le più scenografiche tra quelle barocche. Il dipinto dai toni azzurrati sostituisce una precedente Madonna Addolorata entro un ovale di stucco circondato di stelle e testine alate. In epoca lontana un baldacchino piccolissimo e un lume in ferro completavano questa edicola: decori oggi scomparsi per incuria e decadenza o per indebita appropriazione. Nella vicina piazza dè Ricci sullo spigolo di via di S. Aurea la MADONNA DELL’ORAZIONE appare come sospesa al bugnato d’angolo del cinquecentesco Palazzo Ricci che ha la facciata interamente ornata ad affreschi e graffiti di due allievi di Raffaello: Maturino da Firenze e Polidoro da Caravaggio. Il medaglione ovale di stucco dorato a rigogliose ghirlande di fiori e nastri - tipica opera del Seicento barocco - è riparato dal baldacchino a frange nella forma di ombrello processionale sovrastante una delicata coroncina di rose. Via Giulia è una bella e silenziosa strada; costeggia con il suo chilometrico rettifilo il corso del Tevere tracciando dagli inizi del cinquecento - quando fu aperta da Giulio II Della Rovere come primo vero intervento urbanistico moderno nel dedalo di contorte viuzze e vicoli degli antichi rioni - con il suo disegno ampio e arioso un razionale ma allo stesso tempo affascinante percorso nella città. Sono molti gli architetti che qui impiegarono il proprio ingegno nella costruzione di chiese e palazzi, veramente notevoli, ma per una volta, l’attenzione di chi passeggia qui potrà rivolgersi ad una più piccola opera, una inusuale edicola sacra posta circa a metà della lunga via. MADONNA DELLE GRAZIE Accanto ai cosiddetti sofà di via Giulia - grandi blocchi di travertino ora adibiti a sedili, imponenti resti di quello che doveva essere il basamento del Palazzo di Giustizia progettato da Bramante e interrotto per la morte sia del papa committente, Giulio II, che del suo architetto – si nota, molto in alto, circondata da finestre, un’edicola tardo-barocca dai tratti interessanti. Questo tabernacolo è stato realizzato in legno e stucco dipinti a finto marmo – un vero e proprio trompe-l’oeil del Settecento – come settecentesco è il dipinto su tela che conserva al suo interno. Il ricco insieme dagli inaspettati chiaroscuri determinati dalle colonne sorreggenti un timpano spezzato, entrambi inquadranti una nicchia prospettica con al centro l’immagine sacra, delinea una movimentata e complessa architettura ingentilita alla base da piccole ghirlande appese elegantemente ai modiglioni di sostegno. Scendendo per via Giulia giunti all’altezza di vicolo del Polverone si arriva ad un piccolo largo proprio di fronte a Palazzo Spada; qui di nuovo - protette da minuscoli spazi e vicoli stretti tra Campo dè Fiori e piazza Farnese - si trovano molte edicole sacre; scegliendo tra le più significative : I MEDAGLIONI DI S. MARIA DELLA QUERCIA in Via dei Balestrari La piazzetta della Quercia delimita uno spazio in miniatura (sorprendentemente antitetico rispetto alle enormi vastità di piazza Farnese e Campo de’ Fiori che lo incastonano) che ha per scenografico fondale l’imponente, decoratissimo Palazzo Spada, esempio tra i più doviziosi di architettura barocca (fu restaurato da Francesco Borromini, del quale al suo interno si conserva la famosa galleria prospettica). La chiesetta di S. Maria della Quercia occupa la gran parte di questo angusto luogo con le sue forme rococò disegnate dall’architetto Raguzzini. Il palazzetto accanto alla chiesa, che guarda sul piccolo sagrato, porta sulla facciata e lungo i suoi lati - quelli che danno su via dei Balestrari - alcuni medaglioni con dipinti raffiguranti la Madonna a cui è dedicata la chiesetta. Quest’ultima, come il palazzetto, era di proprietà della potente e influente Confraternita dei Macellai che nel settecento provvide alla sistemazione dei bei medaglioni. Al n.29 l’immagine della Madonna si staglia tra i rami frondosi dell’albero di quercia a ricordo dell’antica pianta che si trovava (ora sostituita) a ombreggiare il ridottissimo, delizioso spazio a cui dava il nome. Una stradina vicina - vicolo dei Venti - ospita una Tra piazza Farnese e piazza Capodiferro una buia stradicciola, sempre fresca d’aria, come il suo nome lascia intendere, ospita molto in alto fra le finestre di un palazzetto e quindi invisibile a chi non sappia della sua esistenza, un’edicola molto particolare. Datata 1864, la sua fattura, che rimane unico esempio tra le edicole romane, richiama il primo Rinascimento per le fitte decorazioni su modello delle grotte quattrocentesche. La nicchia eseguita in stucco è interamente “incrostata” di candelabre fiorite, pannelli simmetrici con fregi e testine in bassorilievo, in un ossessivo horror vacui per cui ogni più piccolo spazio è stato ornato. L’immagine - una Madonna col Bambino e S. Giovannino - è incastonata al di sotto di una volta a conchiglia, mentre la larga mensola in basso porta in uno scudo lo stemma gentilizio dei Della Rovere. All’altezza di ponte Sisto - capolavoro di ingegneria ed estetica rinascimentale commissionato all’architetto Baccio Pontelli in occasione del Giubileo del 1475 dal papa Sisto IV, da cui prende nome - si apre la via dei Pettinari, dove si susseguono una dopo l’altra Madonnelle appartenenti ad ogni epoca: LE EDICOLE DI VIA DEI PETTINARI Questa strada del rione Regola si snoda nel cuore della Roma più popolare e antica tra il bellissimo Ponte Sisto e Campo de’ Fiori mostrando un gran numero di edicole sacre. Percorrendo la via ad iniziare dal ponte al n.53 s’incontra un bell’affresco raffigurante la Madonna il Bambino e S. Giovannino: I colori luminosi e lo sfondo ricco di vegetazione rendono la composizione piacevole e di vaga ispirazione raffaellesca. La cornice, semplicissima, poggia su un marcapiano e ha al fianco la caratteristica lampada dal braccio a cerniera per facilitarne l’accensione dalla vicina finestra. La curiosa particolarità di questa edicola è data dalla iscrizione – con le date 1705 e MCMXXXII sistemata sotto la targa viaria - che porta incisa una preghiera in versi, possibile dialogo tra un devoto che passa e la Madonna, che recita in un vivace rimando di frasi: ”Vi offro il mio cuore e insieme l’alma mia, per me pregate o Vergine mia./ Se tu dirai di cuore Ave Maria, in cielo tu vedrai la faccia mia”. Proseguendo, all’angolo con via delle Zoccolette, un antico affresco, della fine del Seicento, piuttosto sbiadito e mal conservato, lascia individuare le figure della Madonna e del Bambino attorniati da Santi. La cornice di stucco riccamente decorata sottolinea l’insolito sviluppo rettangolare, come si trattasse semplicemente di un quadro, di questa edicola. Ai nn.39/40 sopra un balcone di un edificio moderno si trova un altorilievo contemporaneo considerevole sia per grandezza che per modellato. Seduta all’interno di una mandorla solare la Madonna con il Bambino sulle ginocchia sembra assistere al passaggio delle persone nella strada sottostante. L’originale forma del baldacchino, a tredici spicchi notevolmente schiacciati, e una lampada dal braccio fogliato completano questa singolare composizione. A metà circa della via, al n.36, una moderna edicola (1944) in forma di tempietto, contiene una Madonna del Divino Amore in rilievo, che, come dice la targa sottostante “il popolo del rione di S. Filippo dedicò alla Madre per la salvezza della città durante l’ultima guerra”. Più oltre al n.87 un’altra immagine della Madonna, questa volta del Buon Consiglio, di dimensioni minutissime si affaccia sulla via protetta da un baldacchino di legno a pendagli. Da una finestrina vicina viene assicurata l’accensione della lampada posta su un braccio girevole a volute di ferro battuto.
Da via dei Pettinari attraversando l’antico Ghetto - dove dal XVI secolo fino a metà dell’Ottocento furono costretti a vivere, limitati, controllati e chiusi da cancelli gli ebrei romani - per il minuscolo spazio della piazzetta Mattei - dove si può sostare un po’ accanto a quel piccolo gioiello del tardo rinascimento, splendida fusione tra architettura, scultura e delizie di rinfrescanti zampilli d’acqua che è la fontana delle Tartarughe di Giacomo Della Porta - si arriva in piazza Campitelli dove una MADONNA COL BAMBINO guarda i passanti dal suosemplice medaglione sostenuto da una testina alata, “appuntato” come una spilla preziosa sul cantonale bugnato di Palazzo Lovatelli. L’immagine raffigura una Madonnina dal volto severo ma dolce, teneramente abbracciata dal suo Bambino. L’azzurro predominante dei panneggi e il bianco delle aureole rendono luminoso e nitido il dipinto opera di Giulio Bargellini (1875-1936) che lo realizzò alla fine dell’Ottocento sottolineando efficacemente l’affettuosità e la pacatezza della scena rappresentata, in sintonia con la tranquilla e quasi nascosta piazza, sorprendente riparo dal cuore caotico di Roma, a due passi dal Campidoglio. Accanto alla firma dell’autore c’era (ne fa riferimento Publio Parsi) una scritta minuta, ora scomparsa, che diceva: ”Madonna benedetta, prega Iddio per noi operai e per i ricchi che ci porgono aiuto col darci il lavoro”. Costeggiando la bellissima chiesa di Santa Maria in Campitelli che ha al suo interno il più bell’altare barocco di Roma : una “gloria” strepitosa d’oro rilucente, disegnata da Carlo Rainaldi nel 1667- fonte d’ispirazione per la creazione di numerose Madonnelle - e superando poi un’altra famosissima fontana del Della Porta in fondo alla piazza, si arriva nei pressi del teatro di Marcello; dopo aver percorso l’ultimo tratto della via omonima, all’incrocio, proseguendo sulla sinistra si scopre, dopo una breve salita, piazza della Consolazione, dove nella chiesa è custodita sull’altare maggiore una bellissima Madonna con Bambino(Madonna della Consolazione)opera quattrocentesca di Antoniazzo Romano che sembra essere stata - prima di essere qui ricoverata dopo la costruzione del tempio- una delle prime edicole sacre della città. Secondo antiche cronache(S. Infessura, 1890)l’immagine era dipinta su una “costa di muro appresso Santa Maria delle Grazie de sotto al monte di Campidoglio”: l’edicola era luogo di devozione e i condannati a morte vi sostavano dinanzi prima di andare al patibolo. Accadde poi che una madre si rivolse a quest’immagine per la salvezza del figlio ingiustamente condannato a morte e miracolosamente la ottenesse; da quell’avvenimento eccezionale l’effigie divenne oggetto della devozione popolare e fu rinominata Madonna della Consolazione. Dal 26 giugno del 1470 - giorno dell’evento miracoloso - la confraternita di Santa Maria delle Grazie diede avvio alla costruzione, che si concluse in solo quattro mesi, di una cappellina intorno all’edicola, che venne consacrata il 3 novembre 1470. Poiché i devoti si affollavano in gran numero si procedette nel corso del XVI secolo alla costruzione di un tempio ben più grande ove ospitare la Madonna miracolosa. Sisto IV, con la bolla Stella maris del 3 giugno 1472, intervenne a caldeggiare l’edificazione della nuova chiesa per dare una sistemazione più adatta all’effigie protetta fino ad allora solo dalla modesta cappellina. L’affresco, che conserva tuttora la forma ovale denunciante la sua destinazione esterna, fu trasferito e definitivamente collocato sull’altare maggiore della chiesa in un’edicola a marmi policromi disegnata da Martino Longhi il Vecchio solo nella seconda metà del Cinquecento(come conferma l’epigrafe del 1585 collocata nell’abside) per volere del cardinale Alessandro Riario. ( cfr. foto)
All’esterno dell’abside della chiesa di S. Maria della Consolazione - che trovandosi ai piedi del Campidoglio è in vista del Foro Romano - in un’edicola secentesca posta per ricordare una terribile pestilenza dalla quale la città era stata liberata, è custodito un affresco con la MADONNA DELLE GRAZIE opera di Niccolò Berrettoni da Montefeltro (1637-1682) uno dei migliori allievi di Carlo Maratta.La data della sua edificazione “Anno Salutis 1658” è incisa sulla cornice in marmo che racchiude l’immagine definita “Consolatrix Afflictorum”. Una piccola lapide più in basso, posta subito al disotto della lampada votiva, recita:” Chro Redemptori ac Sanctissimae Eius Genitrici Mariae Urbe a Pestilenzia Liberata Gloria Sempiterna”. La figura della Madonna ha fattezze piene, matronali e veste panni dai delicati e luminosi colori; sulle sue ginocchia il Bambino ha un gesto benedicente. Entrambi furono posti a protezione del vicino quattrocentesco Arcispedale di S. Maria della Consolazione (ora sede di uffici dei Vigili Urbani) che vide passare nelle sue corsie molti personaggi illustri. Rinomati chirurghi e medici oltre a notissimi santi si avvicendarono nella cura degli infermi. Luigi Gonzaga vi morì giovanissimo per aver contratto la peste trasportando sulle spalle un malato; Filippo Neri e Ignazio di Loyola vi prestavano la loro opera. Anche Caravaggio, ammalato di febbre malarica, vi trovò assistenza e rifugio. Originariamente l’edicola era circondata quasi interamente da una corona di raggi, nubi e cherubini che decoravano la tribuna, dipinti direttamente sul muro. Ora si può scorgerne una pallida traccia all’intorno di un’altra targa che ricorda un restauro effettuato nel 1787 in occasione del quale fu aggiunta l’iscrizione: “ Qui con dimessa fronte/ O passegger t’arresta/ Qui delle grazie è il fonte/ Di Dio la Madre è questa/ Mirala piangi e prega/ Che Ella a’ devoti suoi grazie non nega”. La Roma del Seicento è assillata da un susseguirsi di eventi drammatici: la carestia del 1648, il passaggio di eserciti armati, le epidemie ricorrenti di peste più o meno devastanti : quella meno grave degli anni Trenta e quella disastrosa del 1655-56 che mieterà ben 16.000 vittime nella città. La popolazione, che si sente assediata, inerme e indifesa di fronte a simili assalti, reagisce cercando nella pietà religiosa quella protezione e quell’aiuto che i tempi gravosissimi sembrano negarle. E dunque è proprio il Seicento il secolo che vede il maggiore rigoglio di edicole sacre: il loro potere taumaturgico insieme alle loro caratteristiche vivaci ed elaborate - i voli d’angeli e le esuberanti, a volte bizzarre decorazioni - sembrano voler allontanare le oscure e pressanti vicende umane assecondando, soprattutto nella popolazione più umile, il desiderio di ascesa spirituale come antidoto alle perpetue afflizioni.
Sulla piazza della Consolazione dalla cima delle scalette laterali è bene in evidenza un’edicola, databile al secolo di cui si parla, posta all’angolo con via dei Fienili; questa Madonnella ha una curiosa particolarità: ha una gemella in via Franklin al rione Testaccio, non molto lontano di qui.
La versione che si trova sullo spigolo smussato del palazzo in angolo tra via dei Fienili e piazza della Consolazione differisce dall’altra – coeva - per avere all’interno del medaglione, anziché un dipinto, un rilievo in stucco. L’identica tipologia della cornice dall’elaborata fattura, solo meno dilatata di quella di via Franklin, si raccoglie qui attorno ad una nicchia contenente il busto della Vergine dalle forme piene e ammantate in una riuscita composizione dal gradevole e armonico gusto barocco. Le due edicole rappresentano così l’unica e straordinaria eccezione alla regola - peraltro non codificata ma inderogabilmente rispettata - che vuole che a Roma non esistano due edicole sacre identiche, essendo ognuna di esse dei veri e propri “pezzi unici”. L’edicola barocca di via Franklin si trovava un tempo in via delle Zoccolette; consiste, come l’altra, in un medaglione tondo circondato da riccioli intrecciati a foglie di palma trasformate in nastri avvolgenti gigli in boccio: questo è il castone entro il quale è conservata ora la riproduzione di un dipinto secentesco (1653) - eseguita dal Prof. Capanni nel 1926 - della venerata Madonna Liberatrice, che il rione Testaccio ha come protettrice.
L’isola della città - dalle forme di mitica nave (la cui presumibile poppa è ancora rintracciabile in un piccolo tratto verso ponte rotto)che ancora oggi “naviga” il “flavus”, il terroso e giallastro Tevere, era sacralmente dedicata in antico al dio Esculapio il cui culto si officiava in un tempio ora sostituito, nello stesso luogo, dalla chiesa di San Bartolomeo - possiede un’edicola dall’origine antica, sebbene ora quella che si vede sia una sua moderna “rappresentanza”. E’ la MADONNA DELLA LAMPADA Si trova infatti all’interno della chiesa di S. Giovanni Calibita all’isola Tiberina, l’antica immagine miracolosa della cosidetta Madonna della Lampada, dalla narrazione leggendaria che ne rievoca la prodigiosità. Durante una piena del Tevere, avvenuta nel 1577, il lumicino che ardeva dinanzi all’icona sacra - pur sommerso dalle acque - rimase straordinariamente acceso. Subito riconosciuta come miracolosa l’effigie fu ricoverata all’interno della chiesa dove è ancora possibile vederla. Al posto che essa occupava originariamente è ora sistemata una copia protetta da un grazioso tabernacolo ligneo creato su disegno dell’architetto Cesare Bazzani nel 1930. I lumi sempre accesi che nell’arco dei secoli sono stati posti agli angoli delle strade o sulle facciate dei palazzi accanto alle immagini sacre hanno sempre avuto la funzione di proteggere e guidare nottetempo il cammino dei passanti, rendendo quanto più facile possibile percorrere le malsicure strade di Roma totalmente immerse nel buio fino al 1838, anno in cui fecero la loro comparsa i primi fanali pubblici. Attraversando il ponte Cestio si raggiunge la sponda destra del Tevere, ovvero “trans Tiberim”: Trastevere, l’antico rione che vanta la presenza per le sue strade di numerosissime Madonnelle. In piazza in Piscinula s’incontra per prima un’edicola moderna dalle linee particolarissime, chiaro omaggio al barocco romano, qui depurato delle sue più vivaci “intemperanze”. Poco lontano infatti, su un contrafforte di Palazzo Mattei era in antico sistemata un’edicola, ora perduta, che presentava le ben note caratteristiche: una gloria di raggi avvolgeva l’immagine mariana sorretta da un putto alato, un baldacchino a pendenti e la lampada la completavano. E’ rimasta ora la sola, preziosissima, documentazione pittorica di E. Roesler Franz che in uno dei suoi famosi acquerelli ha fermato per sempre quell’immagine. MADONNA CON BAMBINO Finalmente un ottimo recente restauro ha ridato leggibilità al delicato bassorilievo in terracotta raffigurante la Vergine col Bambino - creazione dello scultore cremonese Alceo Dossena (1878-1937) – opera fino a poco tempo fa resa invisibile da una fitta reticella protettiva che la occultava totalmente all’interno del tabernacolo che la accoglie, collocato ai margini del rione Trastevere in prossimità dell’isola Tiberina. Sul lato estremo di Palazzo Castellani le forme a eleganti volute dalle lesene in marmo policromo di questa piccola edicola richiamano - nel decoro della simbolica conchiglia alla sommità e del cartiglio alla base - esuberanti fantasie barocche: chi transita non può fare a meno di notare questo insolito particolare posto sul muro, incuriosirsi ad esso ed ammirarne la ricercata bellezza.
La MADONNA DEL CARMELO(ASSUNZIONE)in via della Scala si presenta come il più grande tabernacolo di TrasteverePercorrendo via della Scala verso piazza S. Egidio compare frontalmente con notevolissimo spicco, sulla parete vermiglia della seicentesca chiesa della Beata Vergine del Monte Carmelo, una grandiosa edicola, in tutto simile ad una pala d’altare. Questo tabernacolo – il più grande tra le numerosissime Madonnelle del rione Trastevere – con la sua imponente cornice di stucco romano dalle linee raffinate del candido modellato, fa da elegante sostegno e riparo all’affresco settecentesco, raffigurante un’Assunzione, purtroppo in parte mutilo: i brani mancanti non impediscono però di apprezzarne la bellezza data dal disegno e dai toni caldi dei colori. Nell’ottocento questa immagine era molto venerata e l’edicola era dotata di un inginocchiatoio per le orazioni dei devoti posto subito al di sotto del grande cartiglio.
Un esempio delizioso di edicola popolare lo troviamo in vicolo del Cinque, dove una MADONNINA DELLA PIETA’ al n.2 del vicolo – offre una versione miniaturizzata di tipologie più ricche e fastose – mostrando una immagine della Vergine incoronata e circondata di cuori votivi. La cornice mistilinea di candida e semplice eleganza, completata da una mensolina per i fiori e dal classico cherubino, sembra far notare che anche la più semplice devozione popolare sa rendere, in una forma artigianalmente ricercata, la sua spontanea religiosità.
Si deve immaginare come in antico la vita nei quartieri più popolosi, come appunto Trastevere, si svolgesse principalmente nelle strade rionali: le case precarie, insalubri e anguste spingevano la gente a trascorrere la maggior parte del tempo nei vicoli, dove le numerose botteghe artigiane vivacizzavano gli incontri fra i passanti. Le edicole sacre, accanto alle quali durante il giorno molti devoti si raccoglievano in preghiera, erano sentite come un elemento di identità ed appartenenza al rione, un luogo dove si intrecciava la vita sociale e religiosa della popolazione che poteva manifestare liberamente il proprio sentimento verso il soprannaturale. Le Madonnelle erano anche punti di orientamento importantissimi dal punto di vista topografico: tappe fondamentali per muoversi facilmente nei rioni quando ancora non era in uso la numerazione stradale. Per il viandante che rischiosamente nottetempo si fosse avventurato per le malsicure strade - totalmente immerse nel buio - erano indispensabili e imprescindibili approdi i lumi che le ravvivavano, gli unici ad illuminare i percorsi cittadini. In piazza S. Giovanni della Malva, una delle piazze tipiche di Trastevere, un medaglione con l’ ADORAZIONE DEI PASTORI occhieggia dalla parete di un modesto edificio. Possiamo fantasticare sull’atmosfera tipica in un luogo come questo: tutti coloro che passavano di qua certo non avranno trascurato di rivolgere uno sguardo all’edicola sacra, qualcuno fermandosi a dire una preghiera, qualcun altro a deporre dei fiori. Forse il tema trattato in questa Madonnella avrà, durante le feste natalizie, sollecitato frequenti visite, soprattutto da parte dei bambini che usavano adornare di ghirlande le edicole sacre come si vede in un famoso acquerello di E. Roesler Franz.
Dal 1936 al 1942 ebbe luogo nei quartieri vicini alla Basilica di S. Pietro e al Vaticano la demolizione della “Spina dei Borghi”, ovverosia quella zona caratterizzata dai quattro assi viari maggiori (Borgo Vecchio, Borgo Nuovo, Borgo Santo Spirito, Borgo Sant’ Angelo) e dai vicoli adiacenti, che formavano il tessuto urbanistico di questa parte della città. Il progetto della nuova arteria di via della Conciliazione - ideato dagli architetti Marcello Piacentini e Attilio Spaccarelli - portò necessariamente alla perdita della maggior parte delle edicole sacre di cui il rione era ricchissimo e delle quali non è rimasta più alcuna traccia. Un caso eccezionale è rappresentato dal tabernacolo con la Madonna Addolorata che si trova ancora là - in vicolo dell’Orfeo - dove l’ha documentata in uno dei suoi acquerelli - datato 1936 - il pittore Giuseppe Fammilume (1896-1952). Marchigiano di nascita ma romano d’adozione, artista versatile noto soprattutto per aver eseguito dal vero una serie di acquerelli ritraenti i luoghi più caratteristici dell’antico rione Borgo, Fammilume ci ha lasciato una preziosa documentazione sulla città prima dei mutamenti urbanistici. L’edicola di vicolo dell’Orfeo pur non essendo più circondata dall’ambiente pittoresco che caratterizzava questi luoghi ancora ai primi del secolo XX, conserva tuttora un’ammirabile dignità ed eleganza.
ADDOLORATASotto un arco del “passetto” di Borgo S. Angelo – l’antico corridoio coperto fortificato voluto da Alessandro VI Borgia alla fine del quattrocento e usato dai papi per poter raggiungere in sicurezza e velocemente dai Palazzi Vaticani la fortezza di Castel Sant’Angelo – è collocata un’edicola settecentesca molto interessante. Essa è stata uno tra i soggetti preferiti del pittore acquarellista Giuseppe Fammilume (1896-1952) che dedicò tutto il suo lavoro a ritrarre e documentare angoli tipici della Roma dei Borghi Vaticani prima che le modificazioni radicali - dovute all’apertura di via della Conciliazione - ne alterassero la fisionomia originaria. Oggi l’edicola non è più circondata dall’ambiente pittoresco e suggestivo che ritrasse Fammilume, nonostante ciò questo tabernacolo conserva ancora un’ammirabile dignità ed eleganza. Il timpano del tempietto ligneo è sostenuto da due belle colonne scanalate dai capitelli corinzi che fungono da adeguata cornice ad una raggiera dorata su cui spicca in campo azzurro una Madonna ammantata di scuro, nella iconografia classica dell’Addolorata. Questa composizione armoniosa si trova serrata in giochi d’ombre e di luci che la rendono particolare e misticamente adatta ai luoghi sacri che si trovano nelle immediate vicinanze.
Tra i fornici di Porta Castello una immagine moderna della MADONNA DELLA MISERICORDIA L’effigie, molto luminosa grazie al fondo dorato come nelle antiche icone, ha i tratti semplici ma eleganti tipici dei modelli sacri del nostro tempo. La cornice in mattoncini, che si armonizza con la parete in laterizi su cui è appoggiata l’edicola, dà profondità alla composizione. E’ sistemata tra i fornici di Porta Castello questa moderna immagine della Madonna della Misericordia realizzata in opera musiva dallo Studio del Mosaico della Città del Vaticano. Fondato alla fine del XVI secolo, con l’intento di tradurre in un materiale durevole i capolavori conservati nella Basilica di S. Pietro soggette alle insidie del tempo e dell’umidità, il laboratorio musivo del Vaticano individuò poi, a partire dalla fine del secolo XVIII una nuova applicazione dell’arte musiva: il micromosaico o mosaico filato, che divenne ben presto l’esclusiva prerogativa di molti artisti romani. Uscendo dal titanico-ciclopico colonnato berniniano in piazza del S. Uffizio la MADONNA DELLE GRAZIE, un’opera contemporanea storicamente significativa, rientra perfettamente nella tradizione che vuole ogni edicola sacra di Roma legata strettamente ad un episodio, non sempre solo di vita religiosa, ma anche di storia civile della città. Si può senz’altro dire che questi oggetti d’arte assolvono anche al ruolo di punti di riferimento per la memoria storica secolare dei cittadini ricordando loro avvenimenti cruciali della storia passata e recente. “La sera del 1° marzo 1944, verso le ore 20, le fortissime esplosioni di sei bombe sganciate da un aereo scossero gli edifici della piazza. Le schegge avevano colpito il palazzo, penetrando anche negli appartamenti e mandandone in frantumi quasi tutti i vetri, tranne quello che proteggeva la Madonna delle Grazie, rimasta stranamente intatta al centro d’una fitta rosa di colpi, ben visibili tutt’intorno all’effigie” (J.S. Grioni). Questo violento avvenimento mutò l’antico titolo dell’immagine nell’esplicativo nome di Madonna delle Bombe con il quale è oggi popolarmente conosciuta. Il dipinto a fresco di scuola sette-ottocentesca si trovava originariamente su un lato della vicina Porta Cavalleggeri, murata dopo il 1870; da questo sito - ravvisabile in uno degli acquerelli di Ettore Roesler Franz (Roma,1845-1907) della famosa serie dedicata alla “Roma sparita” - l’edicola fu spostata nel luogo attuale e dopo gli eventi sopra ricordati fu sistemata, per volere dell’Oratorio di S. Pietro il 27 febbraio 1950, commissionando allo scultore Silvio Silva la nuova incorniciatura. Due grandi angeli affiancano l’immagine con gesto protettivo, esibendo a ulteriore riparo scudi chiodati rievocanti l’episodio di guerra di cui è stata protagonista. L’epigrafe sottostante, dettata dal cardinale Borgongini Duca che inaugurò l’edicola così ricostruita, ribadisce l’atteggiamento difensivo degli angeli recitando: “Ab angelis defensa – Kal. Mart. A. D. MCMXLIV”. Il rione Trevi vanta la presenza della fontana più famosa nel mondo e insieme ad essa sulla magnifica piazza della più nota Madonnella . Il dio marino che domina dall’alto incedendo vittorioso sul suo cocchio tra luminoso candore di marmi e gran fragore d’acque occupa vistosamente la scena della teatrale piazza di Trevi, ultima spettacolare rappresentazione del Barocco: ma - seppure in angolo, apparentemente isolate e marginali - altre presenze sono altrettanto fascinose e partecipano all’effetto di eccezionalità del luogo. Su un alto basamento due angeli giovanetti procedono portando una raggiera stellata che silenziosamente presentano al mondo.
La MADONNA DELL’ARCHETTOLe due figure alate a grandezza naturale avanzano leggere dall’alto del basamento d’angolo di Palazzo Castellani tra via della Stamperia e via del Lavatore: sono gli angeli dinamici ed eleganti che muovono incontro a chi guarda presentando una fastosa raggiera solare ornata di stelle con al centro un’immagine della Madonna dell’Archetto. Qui, di fronte alla rumorosissima e famosissima fontana (sono noti ormai a tutti i suoi trascorsi cinematografici) - icona tra le icone più vedute di Roma - ad uno dei margini del quadrivio più frequentato della città, questa edicola di Sette-Ottocento stupisce per le dimensioni e per la bellezza delle figure dalle movenze sciolte con i panneggi verosimilmente mossi dall’impeto del loro stesso procedere mentre offrono, come in processione, il piccolo dipinto. La sua posizione “a portata di sguardo e… di mano” attira l’attenzione di chi passa, esponendola non solo all’interesse e all’ammirazione meravigliata dei più, ma anche ad atti non proprio acconci di altri. Accanto ai fiori può capitare infatti di vedere depositate accanto al bel lume dall’insolito piede di ferro battuto lattine, bottiglie o quant’altro a dispetto della considerazione che questo monumento riveste, essendo stato definito: ”di interesse artistico e storico specialmente importante, perché fra i più caratteristici e notevoli esemplari di questa forma d’arte”. Proseguendo lungo la via di S. Vincenzo si arriva ad un trivio: in angolo con via della Dataria si può scoprire un tabernacolo di notevoli proporzioni con un insolito presepe barocco:
NATIVITA’ Gareggia in fascino con l’edicola poco distante di piazza di Trevi questa spettacolare creazione barocca da poco tornata agli originari splendori per effetto di un necessario restauro. Fortemente chiaroscurata dal passare del tempo non lasciava più notare le sue peculiarità: l’essere innanzitutto costruita con materiali di reperto (le due mensole che la sorreggono sono di epoca romana e portano scolpiti nell’ornato una fantastica fauna marina fatta di mostri, cavalli e delfini) e l’avere la caratteristica “teatralità” delle opere barocche. L’affresco settecentesco raffigurante una Natività è incorniciato come fosse un dipinto: una pala d’altare o una tela preziosa che - normalmente coperta da un pesante tendaggio - venga opportunamente rivelata dallo sforzo di due poderosi angioletti in volo. Altri due putti più in basso sono inginocchiati in atto di preghiera su morbide nuvolette poste a mo’ di provvidenziali cuscini sulle mensole di sostegno. Il baldacchino a frange tiene raccolta all’apice la cortina protettrice, pronta ad essere di nuovo abbassata come un sipario. Un vicolo buio che ha il solo pregio di trovarsi vicinissimo a piazza fontana di Trevi nasconde a tutti, perché in verità solo pochissimi si accorgono della sua presenza a causa dell’ubicazione a dir poco sfortunata, una edicola con una Madonnina invece molto amata in passato e, a giudicare dall’onnipresente mazzolino di fiori, anche oggi, si tratta di una
MADONNA DELLA PIETA’Ad una tela settecentesca raffigurante una Madonna della Pietà di bella fattura, alla maniera di Guido Reni (Bologna 1575-1642, fu a Roma dal 1601 al 1614), fa da cornice un’edicola di forma semplicissima, in legno, come si trattasse di un quadro di famiglia, sormontata da un baldacchino anch’esso di legno, a pendagli, con lampadine al posto delle consuete nappe, unico dettaglio concesso alla modernità per un’icona risalente al periodo dei grandi prodigi: il luglio 1796. Quest’opera di gusto popolare, molto venerata in passato per aver “mosso gli occhi” insieme ad altre immagini sparse nella città, è piuttosto penalizzata nella visione trovandosi collocata in un vicolo stretto e abbastanza buio seppure a pochissimi passi dalla celebre Fontana di Trevi. La Madonna si presenta adorna dei gioielli ad essa donati per le grazie ricevute: forse sarebbe più esatto dire “ridonati”, dal momento che nel 1853 ne fu derubata con atto violento, ma dai devoti subito risarcita con uguali preziosi. Gli ex-voto e i doni offerti alle immagini sacre hanno lo scopo non solo di ringraziare formalmente e tangibilmente la Madonna ma sono essenziali per rendere pubblico il miracolo e comunicandolo “socializzarlo”, renderne cioè partecipe tutta la comunità dei devoti. La devozione ad una immagine come questa di vicolo delle Bollette rappresentava per gli umili la ricerca e la conquista di una autonoma, più diretta e spontanea relazione con il divino, sentita perciò più intensa e autentica. L’artista barocco si prefigge, quando dispone un’opera, di rendere credibile l’impossibile: quindi adotta artifici di ogni sorta tesi ad alimentare di volta in volta l’illusione, la fantasia, la metafora, l’allegoria, l’azione, intesa anche come azione scenica. Piazza S. Ignazio è il teatro - appropriatissimo - di più d’uno di questi esiti creativi. All’interno della chiesa c’è la sensazionale tela dipinta che Padre Andrea Pozzo (1642-1709) - eccellente pittore quadraturista, scenografo e trattatista - realizzò con incredibile prospettiva illusionistica, adatta ad ovviare alla mancanza della cupola; all’esterno, sulla piazza, c’è un trittico di palazzetti disposto in sovrapposizione concentrica come si trattasse proprio dell’allestimento di quinte teatrali. Ciò rappresenta la geniale soluzione architettonica per conchiudere efficacemente la scena-piazza, tratteggiando con un armonicissimo arco spezzato l’ampiezza di uno spazio urbano non grandissimo. E l’effetto grandangolare che ne risulta è semplicemente straordinario. Nel suo elegante disegno ognuno degli edifici può richiamare alla fantasia di chi guarda la forma di un elaborato armadio a sportelli o meglio di un antico mobile per scrittura; ed è probabilmente per questa somiglianza che una delle viuzze che si dirama da essi - proprio come una delle simmetriche uscite laterali di scena - è nominata con un curioso termine desunto dal francese: via dei Burrò, che starebbe per bureau, ovvero scrivania, scrittoio, in un francese alquanto romanizzato. Qui spicca su uno degli edifici, come fosse una bizzarra gemma, una minutissima edicola dedicata alla
MADONNA DELLA PIETA’E’ appoggiata ad una bianchissima lesena, sul versante retrostante e più appartato delle articolatissime e mosse architetture dello scenografico complesso rococò ideato da Filippo Raguzzini (1680-1771) per la piazza S. Ignazio, una minuscola edicola settecentesca dall’aspetto molto particolare. I toni scuri seppure nitidi del dipinto e il suo bronzeo baldacchino, nonché il lume aggraziato - tutto l’insieme in dimensioni miniaturizzate - la fanno risaltare sul nitore dello sfondo, facendola sembrare una strana gemma nera incastonata testimone di un secolo considerato forse lezioso ma anche molto affascinante. La via XX settembre si unisce alle Quattro Fontane con la via del Quirinale e qui sul colle più alto, di fronte al capolavoro indiscusso di Francesco Borromini - il famosissimo S. Carlino, chiamato così per le sue minute ma perfette dimensioni e per l’altrettanto minuscolo ma straordinariamente armonioso chiostro che lo completa - c’è un’ edicoletta dalle forme di specchiera barocca con una MADONNA DELLA PIETA’ che quasi fronteggiando il gioiello architettonico borrominiano fa da prezioso pendant. Questa piccola edicola secentesca ha le forme eleganti e un po’ leziose tipiche del gusto barocco. L’ovale racchiude l’immagine, ma ciò che immediatamente richiama l’attenzione è senz’altro la cornice dai tratti esuberanti. Puttini grassocci posati su nuvolette circondano sorreggendolo il medaglione-specchio, mentre dal basso un’ape araldica – chiaramente riferita alla famiglia Barberini, a cui molto probabilmente si deve la committenza dell’edicola – tenta, aggrappandosi al bordo, di raggiungere l’immagine mariana. Il baldacchino, uno dei più aggraziati ed eleganti tra le varie tipologie è sovrastato da una grande corona. Segue l’antica tradizione di porre sulle porte della città immagini di culto a sua protezione questa eccezionale realizzazione più vicina a noi nel tempo, la MADONNA DI PORTA PIAè certamente l’immagine più grandiosa della Madonna quella che domina dall’alto della torre di Porta Pia. L’immenso mosaico policromo su fondo oro ha misure veramentecospicue:6,50 metri di altezza e 3,30 di base. Inscritto in una cornice neoclassica raffigura una Vergine maestosa e regale che mostra il Bambino benedicente. Quest’opera relativamente recente, realizzata nel 1936 dalla Scuola Musiva del Vaticano, si trova in questa straordinaria ubicazione in sostituzione di un affresco identico che il pittore romano Silverio Capparoni (1831-1907) dipinse in questo luogo nel 1862. In occasione infatti dei restauri dell’antico accesso effettuati per volere di Pio IX dall’architetto pontificio Virginio Vespignani, fu richiesto all’allora giovane artista Capparoni di eseguire una grande figura della Vergine, ritratta in piedi in posa monumentale, a protezione di uno dei più importanti ingressi all’Urbe. Purtroppo il dipinto, già danneggiato dai colpi nell’assalto del 20 settembre 1870, non resistette a lungo così esposto alle intemperie e nonostante i ripetuti restauri andò via via scolorendo fin quasi a scomparire ai primi del secolo. Usando cartoni e bozzetti originali dell’autore fu quindi preparata questa bella opera, in tutto uguale alla precedente, che ha il pregio di rinnovare l’azzurro intenso del mantello e il vivace scarlatto della tunica della figura conservandoli in una più duratura effigie, seguendo la secolare tradizione delle antiche immagini sacre poste a protezione della città. Ai piedi della straordinaria edicola una piccola lapide ricorda il rifacimento dell’icona con parole latine: HAEC BEATA VIRGINI IMAGO/ ANNO SALUTIS MDCCCLXII DEPICTA/ TEMPORIS INIURIS DECOLORATA/ NITENTI OPERE MUSIVO RENOVATA/ PULCHRIOR URBI PLAUDENTI APPARUIT/ DIE VII MENSIS DECEMBRIS ANNO MCMXXXVI/ STUDIUM VATICANUM ARTI MUSIVAE PERFECIT. Nel rione Monti - che annovera numerose Madonnelle distribuite nell’intrico delle sue strade e stradine più antiche - una MADONNA DELLA PIETA’ posta su uno spigolo in via Paolina si nota per la vicinanza ad un luogo famoso e per la sua eleganza canoviana. Fronteggia un lato della Basilica di Santa Maria Maggiore questa grande edicola risalente ai primi anni del ‘900, quando fu sistemata in questa posizione per volere del cardinale Francesco di Paola Cassetta. Due ben modellati arcangeli neoclassici a grandezza naturale sono colti nell’atto di collocare sul cornicione un grande medaglione ovale contenente l’immagine dall’intensa espressione di una Madonna in preghiera: una tela dai colori fortemente contrastati, dipinta probabilmente tra il XVIII e il XIX secolo. La drammaticità dell’effigie è temperata dallo slancio aereo delle due snelle figure plastiche della cornice, che con le loro movenze, suggerenti la levità del moto ascensionale, equilibrano la composizione comunque molto attraente per la felice ispirazione dell’artista che l’ha ideata - che non si è limitato alla consueta revisione aggiornata di antichi modelli - ma ha tentato una prospettiva formale di tono diverso, elegantemente intonata al luogo che la ospita. Altre Madonnelle MADONNA COL BAMBINO Via dell’Arco dei Ginnasi Al numero civico 37 di questa stradina a due passi dalla piazza di Torre Argentina, si trova questa edicola secentesca, nella versione semplificata e di gusto più popolare della precedente, ma pur sempre deliziosa nello slancio volonteroso dei puttini che cercano di mantenere nel giusto equilibrio l’immagine di una dolcissima Madonna della Seggiola. LA MADONNA DI BRIDGEWATER (O DEL BUON CONSIGLIO)? Piazza del FicoPoco distante dalla chiesa di S. Maria della Pace, capolavoro di Pietro da Cortona, i rami ombrosi di un albero esotico si sono sostituiti all’antica pianta che ha dato nome alla piazza nel dare fresco riparo ad un angolo dove c’è una Madonnella dall’aspetto di bianco tempietto neoclassico. Questa edicola conservava al suo interno un interessante dipinto caratteristico della pittura devozionale romana del tardo XVIII secolo, seguente lo stile di Pompeo Batoni, rimosso nel 1978 perché gravemente compromesso e raffigurante la Madonna delle Grazie. La tela si trovava in pessime condizioni - i tratti quasi completamente illeggibili - sin dal 1939: l’intervento di ripristino, anche dell’edicola, che presenta un impianto semplice e lineare, ha portato alla sostituzione dell’icona con una stampa raffigurante la Madonna di Bridgewater di Raffaello. Particolarmente venerata, la Madonna delle Grazie, era, nel 1853, secondo la testimonianza del Rufini, contornata da ventisette cuori d’argento e adorna di molti gioielli: una ghirlanda d’argento sul capo, fili di corallo bianco al collo e orecchini d’oro, come è nella tradizione delle sacre immagini molto considerate dalla devozione popolare. L’ultimo restauro è avvenuto nel 1992 a cura del comitato di quartiere ed ora l’edicola appare sempre curata e ricca di fiori.
UN’ EDICOLA POP: S. MARIA LIBERATRICE Via Bodoni –Via Mastro Giorgio Guarda sulla piazza di Testaccio, che ogni giorno si anima per un frequentatissimo mercato, la Madonnella genuinamente popolare che riprende un’antica tipologia, quella a medaglione, rivisitata però in chiave moderna. Due i particolari significativi: la corona di lampadine che l’illumina e la testina di cherubino che la sorregge, curiosamente paffuto come un bimbo tra i tanti intenti a giocare per le vie del rione.
MADONNA COL BAMBINOPiazza Monte dell’Oro - Via dell’Arancio La Vergine del Sacro Cuore orna quest’angolo un po’ nascosto del rione Campomarzio. La tela, settecentesca, dalle luci e dalle atmosfere cromatiche raffinate, è racchiusa in un medaglione ornato di stucchi: ghirlande fiorite, rami di gigli e un puttino in alto, che porge una coroncina di stelline. Di ferro battuto sono il baldacchino dalla curiosa frangia lanceolata e il lume a forma di bocciolo.
MADONNA COL BAMBINOVia del Babuino 198 LA MADONNA DEGLI ARTISTI
Sulla luminosa parete laterale della chiesa di S. Maria in Montesanto, la chiesa degli artisti, una edicola del 1855, di severa bellezza neoclassica conserva un bel dipinto patinato dal tempo. L’incorniciatura a lesene appena rilevate è semplicemente ingentilita da una lieve frangiatura dei peducci di sostegno della mensola: incastonato al suo interno il rombo centrale della tela è circondato agli angoli di cuori votivi. BIBLIOGRAFIAJ. S. GRIONI, Le edicole sacre di Roma, ROMA, EDITALIA, 1975. EDICOLE SACRE ROMANE – Un segno urbano da recuperare, a cura di L. Cardilli, ROMA, FRATELLI PALOMBI editori, 1990. NICA FIORI, Le Madonnelle di Roma – Una rassegna suggestiva per la scoperta delle edicole sacre, ROMA, Tascabili Economici Newton, 1995. SISSI ASLAN, Le Madonnelle – Tutte le edicole sacre di Roma rivisitate in un itinerario d’arte all’aria aperta tra testimonianze di fede, eventi storici e miracolosi, ROMA, Edizioni della Città, 1994. SERGIO CARTOCCI, Roma sparita – La Città Eterna un secolo fa negli acquerelli di Ettore Roesler Franz, OTO edizioni d’arte Roma 1972. |
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Sta per sorgere un nuovo sole!
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