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DAL PUNTO DI VISTA
DELL’ANGELO
(a cura di Maria Cristina
Giammetta)
L’Annunciata di Antonello da Messina:
un capolavoro tra i capolavori
del quattrocentesco genio siciliano in mostra alle Scuderie del Quirinale a
Roma dal 18 marzo al 25 giugno 2006.
L’evento forse irripetibile
che si sta svolgendo in questi giorni a Roma – irripetibile perché sono tali
e tanti i capi d’opera raccolti per l’occasione da tutto il mondo che
difficilmente se ne vedrà una replica per i prossimi anni – è di quelli
imperdibili.
Sono esposti, dopo più di
cinquant’anni (l’ultima mostra dedicata al maestro tenutasi a Messina risale
infatti al 1953), trentasei tra i quarantaquattro splendidi quadri
conosciuti - quindi quasi l’intero corpus di opere - del più grande artista
siciliano del Quattrocento. Antonello da Messina è stato il maggior pittore
della sua epoca in grado di legare con il suo originale talento l’arte
fiamminga dallo sguardo puntigliosamente lenticolare a quella più
schiettamente italiana – la cultura prospettica dalla solida volumetria di
Piero della Francesca in particolare – creando una sintesi dall’equilibrio
mirabile, tanto da divenire poi d’esempio per gli artisti a seguire, primo
fra tutti Giovanni Bellini.
È stata definita “la mostra
impossibile” questa impareggiabile esibizione di capolavori per la
difficoltà oggettiva di vederli riuniti tutti in una volta, non solo a causa
della delicatezza delle tavole – sensibilissime ad ogni minima variazione
termoigrometrica – ma anche per l’eccezionalità dei prestiti, ovvero la
comprensibile esitazione da parte dei più grandi musei mondiali, da dove
provengono, a privarsi per un discreto lasso di tempo di così preziosi
dipinti, patrimonio insostituibile delle loro collezioni.
Tra tutti i magnifici dipinti
presenti in mostra spicca quello che è stato scelto come immagine-icona
della mostra stessa: senz’altro il più celebre tra i capolavori di questo
genio assoluto.
L’Annunciata di Palermo, la
piccola (45x34,5 cm) tavola di pioppo dipinta a tempera e olio, è al centro
di ogni sguardo. C’è chi addirittura si sofferma a lungo davanti a lei come
calamitato e rapito da quel viso perfetto, come è accaduto (testimone chi
scrive) ad un osservatore orientale che non riusciva a staccare gli occhi
dal quadro suscitando la divertita perplessità degli altri presenti.
Ed è proprio qui che si svela
l’incredibile intuizione e al contempo rivoluzionaria soluzione iconografica
del maestro messinese: la mette in evidenza il comportamento naturale e
spontaneo del visitatore affascinato.
Antonello ha colto nel segno:
ogni spettatore, dapprima inconsapevolmente, poi via via sempre con maggiore
contezza si accorge di trovarsi in una posizione a dir poco privilegiata.
Non tanto perché può avvicinarsi quanto vuole a l’immagine che ha di fronte,
ma perché nell’atto di osservare viene ad occupare l’esatta posizione di
quell’ineffabile presenza che il racconto evangelico ci ha tramandato.
L’osservatore infatti prende
materialmente il posto, usurpandone addirittura il ruolo, dell’angelo
annunciante.
Ci si rende conto guardando il
quadro che la funzione passiva di semplice spettatore-testimone di ciò che
accade nella scena dipinta non è sufficiente né tantomeno verosimile; e dal
momento che il coinvolgimento è totale, l’immedesimazione con il personaggio
scomparso e comunque assente nell’immagine, è oltremodo inevitabile e
ineludibile. La sorpresa di chi osserva è dunque palese.
Si abbatte così ogni frontiera
fra lo spazio reale e quello pittorico, ora non c’è altro che una perfetta
continuità tra il mondo dei sensi umani e quello spirituale-interiore
rappresentato: Antonello ha volutamente, incredibilmente quanto
semplicemente, soppresso uno dei membri della sacra endiadi proprio per
ottenere un tale sorprendente effetto sullo spettatore.
L’immagine essenziale della
Vergine che riempie per intero lo specchio della tavola è di purezza quasi
geometrica: le linee diritte e spigolose del velo-manto costruiscono un
triangolo ideale. La sua massa oltremare, ottenuta mescolando lapislazzuli a
biacca così da ottenere una tinta dai riflessi metallici, attira
l’attenzione grazie alle pieghe ben delineate e quasi rigide e all’orlo,
ombreggiante in alto l’ovale perfetto di Maria. La stoffa a contatto di quel
viso sembra così tornare per incanto alla sua morbida, tessutale consistenza
dopo essere stata concepita come un semplice piano curvo, una conica
superficie.
La mano destra, che in forte
scorcio aggettante risponde al saluto rivolto dall’angelo invisibile, è
un’eccelsa arditezza che Antonello tenta, spingendo ancora più in là la
lezione di Piero.
Di lato – unico elemento di
separazione tra la figura della Madonna e il divino messaggero (sostituito
gioco-forza dallo spettatore) – è il piano inclinato
dell’inginocchiatoio-leggio su cui un libro poggia le sue pagine appena
sollevate in un mirabile esercizio di prospettiva, mosse forse dalla leggera
aura dovuta all’arrivo dell’annunciante. “Ave Maria gratia plena”, questa la
salutatio angelica che dobbiamo immaginare sia stata sollecitata, alla vista
di questa tavola, alla mente e alle labbra dell’osservatore-orante
contemporaneo di Antonello. E questa era forse la funzione dell’opera:
suscitare la preghiera nel devoto riguardante. Può darsi inoltre che il
committente dell’opera intendesse aderire ai precetti della devotio moderna
diffusasi dalle Fiandre a tutta l’Europa quattrocentesca, secondo i quali,
per rivivere più intensamente le vicende della religione occorreva suggerire
al fedele nelle sue meditazioni di visualizzare la scena ritratta dal punto
di vista dei protagonisti, in questo caso dell’angelo. E il coraggio
innovativo di Antonello si è spinto fino al punto di costringere lo
spettatore a calarsi totalmente in quelle vesti.
Il mistero e la perfezione
gareggiano tra loro nell’apparizione di questa figura di donna completamente
assorta e chiusa nei suoi pensieri più alti che la rendono ieratica e
profondamente distante dal nostro mondo, pur essendo umanissima.
Tuttavia a ben guardare,
l’attimo congelato non è del tutto immobile: la Madonna sembra aver avuto –
di riflesso all’annuncio angelico – un impercettibile moto che ne ha fatto
scartare l’esatta frontalità; dolcemente e lentamente la sua figura, con un
sia pur minimo mutamento, scivola verso la buia profondità del fondale
dipinto della tavola. Ruotano la sua spalla e mano destra avvicinandosi al
nostro occhio mentre la mano sinistra, che serra lievemente con le dita il
velo, si discosta un poco dall’asse centrale del quadro stabilito dalla
nitida piega sul capo, passante poi per il volto di Maria.
Questo capolavoro, bello e
misteriosissimo, è veramente l’icona-simbolo del grande messinese.
La fama di Antonello – fama
indiscussa e saldissima ai suoi tempi come ai nostri – è resa ancora più
potente dal mistero che avvolge la sua vita. A partire dalla data della sua
nascita, sconosciuta e fissata per conseguenza, sapendo che alla data della
morte, il 1479, la sua età era di soli 49 anni. Non si sa come Antonello
imparasse a dipingere, dato che a Messina non vi erano scuole conosciute di
pittura e poco sappiamo del suo apprendistato a Napoli presso il pittore
Colantonio. Non sappiamo altresì come pervenne a quel suo impareggiabile
modo di unire la cultura nordica a quella italiana, come non sappiamo se
avesse conosciuto – come si favoleggia – Piero della Francesca. Comunque
sia, divenne a Venezia maestro di grande rinomanza prima di tornare
definitivamente a Messina.
Antonello era un vero genio
dei ritratti: lo dimostrano quei volti straordinari che sfilano in mostra e
i cui occhi ci spiano curiosi nel nostro spazio di osservatori: ora allusivi
e di sfida, ora penetranti e ironici, fieri, o addirittura arroganti e
sprezzanti, al limite del beffardo. Sono loro, gli sconosciuti personaggi a
cercare il dialogo diretto con noi spettatori, creando, intorno alle piccole
tavole su cui sono dipinti e da cui affiorano bucando il cupo fondale e il
buio dei secoli, un clima di acceso interesse e anche una certa aria
d’inquietudine.
E poi gli Ecce Homo toccanti e
dolorosi, lo straordinario Cristo alla colonna del Louvre, le mirabili
Crocifissioni, le bellissime Madonne, da sole o nei polittici, o
nell’Annunciazione di Siracusa - purtroppo molto devastata da innumerevoli
cadute di colore -, insieme ai due sublimi capolavori; quello di apertura
dell’esposizione: lo stupefacente San Girolamo nello studio della National
Gallery di Londra e quello di chiusura: il grandioso San Sebastiano
conservato a Dresda…insomma una mostra assolutamente da non perdere!

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