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GAETANO BARBELLA

L’AIGLÒN FRA STORIA E MISTERO

NOSTALGIE BONAPARTISTE

Forum: Forum del CNI-CG

Da: massimiliano molini di valibona                                                                                                      29/05/2006, alle 01.55

L'Aiglon Napoleone II Re di Roma

 

Illustri partecipanti,

vorrei aprire una nuova discussione sulla figura e sulla vita di S.A.I. Napoleone II, detto l'Aiglon, morto in Austria, come Duca di Reichstadt

Di questo personaggio storico, dalla vita breve e sfortunata, si dice, tra l'altro, che fosse il padre naturale di S.M.I. Francesco Giuseppe d'Asburgo, Imperatore d'Austria .

Al di là delle supposizioni, accreditate tra l'altro, anche da una serie di dipinti d'epoca che mostrano una somiglianza impressionante tra i due, non sono riuscito finora, a trovare prove certe che testimonino il fatto.

Se fosse possibile, all'interno della eventuale discussione storica e umana, gradirei se possibile, conoscere notizie in merito a questa presunta paternità .

 

              Cordiali saluti

Massimiliano Molini di Valibona

 

 

IN MEMORIA DI NAPOLEONE II

 

 Ieri il tradizionale Galà del solstizio d’estate dedicato all’Aiglòn

 

(Dal Giornale di Brescia, 11 giugno 2006. Pagina della Cronaca)

 

Si è svolta ieri a Roncadelle la cerimonia in ricordo di Napoleone II, re di Roma, unico figlio legittimo dell’Imperatore, meglio conosciuto come l’«Aiglòn».

Dopo la sfilata dei labari, scortati dalle Guardie imperiali d’onore con mantello da cerimonia e da un picchetto in uniforme d’epoca napoleonica, nella cappella dell’Hotel President, appositamente predisposta, è stata officiata una Messa solenne in memoria «dell’Aiglòn e di tutti i caduti italiani in armi per difendere la Patria e l’onore di sé stessi».

Pur nel mutare delle circostanze storiche, con l’evoluzione dei tempi, ha detto la Presidentessa delle Dame d’onore, Donna Annunziata Zina Passantino Viotti dei Di Vincenzo, «gli ideali rimangono e noi vogliamo trasmetterli ai giovani nel ricordo del grande impegno della cavalleria per la difesa dei poveri, della giustizia e del buon senso universale per la vita del mondo intero».

Questa cerimonia, in uso solo nella ricorrenza della battaglia di Austerlitz è stata approntata quest’anno in concomitanza per l’arrivo della delegazione dello Stato dell’Arkansas in visita ufficiale in Italia.

Nel corso della funzione religiosa, officiata dal cappellano, don Stefano Preside dell’Istituto S. Giovanni Bosco dei Salesiani, S.A. Massimiliano Molini conte di Valibona, principe di Chauvigny, accompagnato dall’aiutante di bandiera, conte Iacopo di Bernardo mauri e dall’alfiere cav. Flavio Bruno Pola di Vadalta ha dato inizio all’intronizzazione dei cavalieri con l’antico cerimoniale, accompagnato da un concerto per violino.

Tra gli intronizzati, sua altezza serenissima il Principe don Davide Pozzi di S. Sofia e il cavalier Giuseppe Valguarnera Barone di Girifalco di Sicilia, e il capo della Polizia di Little Rock (Arkansas, Usa).

Teminata la funzione religiosa, l’ingresso dei labari nella sala dei dragoni, al suono della Marcia consolare ha dato inzio al solstizio d’estate.

È stato consegnato in omaggio agli ospiti la pubblicazione «Tradizione napoleonica» di Antonio Virgili, duca di Castelvenere e docente all’Università Federico II di Napoli, con la prefazione di sua altezza imperiale Charles Napoleon.

Durante la cena musicale, tra i doni consegnati, particolare attenzione ha suscitato il piatto di bronzo realizzato a Lumezzane con incisa la testa di Napoleone.

 

 TRATTI STORICI DELL’«AIGLÒN»

 

NASCITA

 

Il suo atto di nascita, posto in un registro speciale, recita: «Sua Maestà l'Imperatore <sottinteso: dei Francesi>  e Re <sottinteso: d'Italia> ci ha dichiarato essere sua  intenzione che il re di Roma riceva i nomi di  Napoléon, François, Joseph, Charles.» Napoléon era il nome di suo padre, François quello del nonno materno,

 Charles quello del nonno paterno; quanto a Joseph si ricorda che Giuseppe Bonaparte fu il padrino del bambino con Ferdinando III di Toscana, presente in luogo di suo fratello, l'imperatore Francesco I d’Austria. (1)

 

Napoléon-François-Charles-Joseph Bonaparte, Thomas Lawrence, 1818-1819, Fogg Art Museum Harvard University Art Museums. (1)

 

IL PRIMO ESILIO DEL PADRE

 L’ARRIVO DI NAPOLEONE BONAPARTE ALL'ISOLA D'ELBA

 

Alle ore 18.30 del 3 maggio 1814, la fregata inglese Undaunted, al comando del capitano Usher, gettava le ancore nella rada di Portoferraio. A bordo dell’unità britannica era il nuovo signore dell’Isola d’Elba Napoleone Bonaparte, ex imperatore dei Francesi.

 

A seguito del trattato di Fontainbleau l’Elba, con altre isole Dell’Arcipelago Toscano, era costituita in principato ed assegnata come Stato a Napoleone.

Afferma Giuseppe Ninci, autore della «Storia dell’Isola dell’Elba» e testimone oculare di questo avvenimento, che gli abitanti dell’isola – 12000 ne contava l’Elba in quell’epoca – avrebbero voluto fare grandi cose in onore del loro nuovo prestigioso sovrano: preparare archi di trionfo, mettere su grandiose luminarie, organizzare festose parate. Il tempo però mancava per la realizzazione di tali iniziative, perché l’annuzio dell’arrivo di così importante personaggio aveva colto gli Elbani di sorpresa.

 

Il 4 maggio, alle ore 15,30, Napoleone scendeva a terra. L’entusiasmo dell’intera popolazione dell’Elba non ebbe limiti. Da ogni parte dell’isola la gente era convenuta a Portoferraio, si era assiepata lungo la darsena, aveva affollato la vecchia città di Cosimo de’ Medici, come prima non era mai avvenuto. Tutti volevano vedere da vicino l’uomo che aveva dominato l’intera Europa e che ora assumeva il governo dell’isola. Nelle abitazioni erano rimasti gli infermi.

Appena messo piede a terra Napoleone vide avvicinarsi il maire Traditi che, su un vassoio d’argento, gli offrì le chiavi della città. Emozionato al massimo il Traditi si vide restituire le stesse chiavi: «Ve le affido – disse Napoleone – sono certo che le custodirete bene».

 

Arrivato in Municipio l’imperatore ricevette affabilmente tutte le persone che si presentarono. Era già una festa in famiglia. Egli incitò le autorità civili e religiose a mantenere l’ordine e la concordia.

Iniziava dunque quel 4 maggio del 1814, per la vecchia Elba, un periodo storico nuovo, un periodo certo fra i più belli della sua travagliata esistenza. (2)

 

Disegno eseguito dall’autore ricavato dalla mappa di Portoferraio d’Elba.

Mappa di Portoferraio d’Elba con i tratti del disegno in alto.

 

 

 LA LETTERA A MARIA LUISA

 

Testo della lettera che Napoleone scrisse a Maria Luisa, lo stesso giorno dell’arrivo all'isola d'Elba:

 

«Portoferraio, il  4 maggio»

 

«Mia buona Luisa, sono rimasto quattro giorni in mare con tempo calmo. Non ho per nulla sofferto; sono arrivato all'isola d'Elba che è molto graziosa; gli alloggi sono mediocri, ma ne farò preparare degli altri in poche settimane. Non ho tue notizie. E' una pena di ogni giorno. La mia salute è buonissima. Addio amica mia, tu sei molto lontana da me, ma il pensiero è con la mia Luisa. Un tenero bacio a mio figlio. Tutto tuo nap». (2)

 

(1) - http://it.wikipedia.org/wiki/Napoleone_II_di_Francia

(2) - Tratto dal libretto di Luigi De Pasquali, "Napoleone all'Elba" - Editrice Stefanoni Lecco.

 

 L’AIGLÒN DEL MISTERO

Del famoso veggente francese, Michel Nostradamus, sono diverse le profezie attribuite all’imperatore francese Napoleone I Bonaparte, non escluso il successivo imperatore, Napoleone III, in relazione all’attentato di Orsini nel 1858. Ma fa meraviglia non riuscire a trovare traccia, fra le profezie di Nostradamus del tanto discusso ed emblematico figlio legittimo di Napoleone Bonaparte, meglio noto come l’Aiglòn. Questo, a maggior ragione del fatto che gli si attribuisce, ma senza esserne certi, di costituire il padre di Francesco Giuseppe imperatore dell’Austria. Dal canto mio, visto che in questa sede me ne sto prendendo cura, e non perché mi sia presa tanta pena per simile impresa, la sorte ha voluto che mi si parasse davanti ai miei occhi una quartina del veggente in discussione perché balenasse in me una certa luce che riguarderebbe, appunto il nostro «Aiglòn» della curiosità. Ecco che nel leggere la quartina 5, Centuria 5 di Nostradamus, ancora da decifrare, mi si para innanzi un quadro che neanche immaginavo. Ma prima di parlarne riporto di seguito la quartina in questione, in francese originale e poi in italiano.

 

Sous ombre faicte d’oster de servitude,

Peuple et citè l’usurpera luy mesme:

Pire fera par fraux de jeune poute,

Livrè au champ lisant le faux proesme.

Sotto l’ombra finta d’ostentata servitude

Popolo e città l’usurperà egli stesso

Malvagità farà con frode al giovane fanciullo

Consegnato al campo-editoriale il falso proemio

(Traduzione di Renucio Boscolo tratta dal suo libro Centurie e Presagi di Nostradamus – Edizione Meb Torino)

Ed ecco le mie riflessioni che vi riguarderebbero.

Prima di tutto la definizione data dal veggente Nostradamus, «giovane fanciullo» fa colpo e porta decisamente al riferimento dell’«Aiglòn», giusta la perfetta aderenza della descrizione dell’ambiente poco raccomandabile che lo circondava, come si sa dalla storia: «Sotto l’ombra finta d’ostentata servitude». Tutta una messa in scena che servì egregiamente a tenerlo lontano dagli avvenimenti politici per il fondato timore di rinascite bonapartiste. Resta la questione della giusta versione del personaggio rilasciato ai posteri in relazione al verso «Consegnato al campo-editoriale il falso proemio», sul quale, effettivamente, oggi si discute non poco a ragione di certe concezioni di cui, però, non si hanno certezze.

Infatti, riepilogando brevemente, i fatti relativi alla sua fine immatura a causa della tisi, sappiamo che morì a Schönbrunn, senza aver contratto matrimonio e senza aver generato figli. Null’altro di considerevole se non fosse per un gossip dell'epoca che attribuiva a lui la vera paternità del futuro imperatore d’Austria Francesco Giuseppe che risulterebbe in questo modo, per sangue, nipote di Napoleone... Ecco ciò che mi ha portato sulla strada del «falso proemio» suddetto, il supposto “gossip”  che sembrerebbe costituirne la giustapposizione storica, salvo a trovare altri spiragli, come farò vedere, nella quartina nostradamica che lo confermano. Per esempio, cosa vuol indicare il verso «Popolo e città l’usurperà egli stesso» se riferito al nostro Aiglòn?

Ciò che ho immaginato con ancora più chiarezza a questo punto, è la comparsa di uno mostruoso scenario dietro le quinte della realtà storica, nelle misteriose mani di una sorta di velata giustizia da contrappasso. Di qui l’orizzonte di eventi voluti dalle potenze vincenti dell’Europa di quel tempo che hanno forzato la loro mano per obliare un scomodo gigante della guerra, l’imperatore Napoleone Bonaparte, non solo come “genia” bellica ma anche come “genia” biologica. Ma ironia del destino, quella stessa “genia” se la ritrovano comunque con Francesco Giuseppe e poi con Hitler («Popolo e città»). Come si sa i resti di Napoleone II furono trasferiti agli Invalides il 15 dicembre 1940 per disposizione di Adolf Hitler, appunto, in una tomba vicina a quella di Napoleone I, recante l'iscrizione «Napoléon II Roi de Rome». Non è una prova ma è pur sempre una inconcepibile mano del destino che ha voluto  lasciare comunque la sua traccia occulta. La data fu scelta per segnare il centenario del trasferimento agli Invalides  delle ceneri di Napoleone, avvenuto appunto il 15 dicembre 1940. Che dire? Quando si tenta di sfiorare il mistero, la ragione si rifiuta di soppesarla, non possedendo appigli concreti, tuttavia non si può neanche escluderne la possibilità. In tal caso, se non altro ci sarà pur sempre qualcuno incline a credervi in modo eccezionale, magari fra coloro che si sentono ancora alfieri di un potere supremo, non importa se «bonapartisti» o di tutti quelli che a suo tempo vi furono estremamente avversi. Se così fosse, riflettendo sul mostruoso disegno del destino racchiuso nell’emblematico presagio di Nostradamus, riferibile al «falso proemio» e rincarando la dose con la presa di coscienza di questa trama così bastarda (attraverso questo scritto: ma ambasciator non porta pene!), non potrà mai più sentirsi fiero del suo stato di antico privilegio, poiché peserà in un sol momento sulle sue spalle la tragedia di ben due guerre mondiali e i genocidi che ne son derivati. Ecco il segreto messaggio che trapela in quel «Popolo e città» che «usurperà egli stesso»! A chi toccherà? Per quel che mi riguarda, potrei stimarmi solo simile ad un certo «Cirene» evangelico sulle cui spalle fu posta la croce di Gesù menato sul Golgota, stimandomi solo un “plebeo” cui nessuno dà retta esplicitamente. Altrimenti avrei intorno a me i giusti “apostoli”, la “madre” e le “pie donne”  che non vedo!

Intanto il vaso di Pandora nostradamico riguardante «Popolo e città» in questione, oggi sembra far traboccare ancora dell’altro di grande «spavento». Sentite cosa ha da dire André Gluksmann che scrive un pesante articolo sul Corriere della Sera del 14 giugno 2006, mentre io concludo sull’«Aiglòn».

C’È LO SPETTRO SOMALIA: BASTA IPOCRISIE

di ANDRÉ GLUCKSMANN

(Tratto dal Corriere della Sera del 14 giugno 2006)

Militari ammutinati mettono fuoco alle polveri di un disordine politico sociale latente. In Afghanistan, i talebani, mandati allo sbaraglio quattro anni fa, riemergono con violenza. In Somalia, pick-up e 4x4 irte di mitragliatrici assicurano il trionfo dei più fanatici. E l’Iraq piange ogni giorno le sue cataste di civili sgozzati, fatti saltare in aria, abbattuti da nostalgici sanguinari di Saddam Hussein. Per molto tempo, il peccato mentale dei militari occidentali fu quello di immergersi nei conflitti del giorno in ritardo di una guerra. Questa abulia colpisce ormai gli alti dirigenti pacifisti che si stordiscono con le pseudo-lezioni del passato rimproverando a Washington di impantanarsi in un «nuovo Vietnam». Nulla è più ingenuo: Zarqawi non era Ho Chi-Minh. L'Iraq esce da trent'anni di una spaventosa dittatura totalitaria e non da tre decenni di sommossa anticolonialista. Nessun dato geopolitico consente di applicare all’attuale confusione irachena gli schemi dell’ultima grande guerra calda dell’epoca, per fortuna passata, della guerra fredda. La minaccia che pesa sulla società irachena non è una vietnamizzazione, ma una «somalizzazione». Ricordate quando, patrocinate dall’Onu, truppe internazionali, con gli americani in testa, sbarcarono a Mogadiscio (Operazione «Restore hope, 1993)? Bisognava garantire la sopravvivenza di una popolazione affamata e massacrata da clan rivali. Avendo perso 19 dei loro soldati in una spaventosa trappola, i soldati americani tornarono indietro. Il resto è noto. Clinton, scottato, giura «mai più» e un anno dopo rifiuta d’intervenire in Ruanda (aprile 1994), dove sarebbero bastati 500 caschi blu per interrompere il genocidio che travolse un milione di Tutsi in tre mesi (record di Auschwitz battuto nel rapporto rapidità/numero di vittime). Il seguito del seguito non è meno noto, la peste sterminatrice si propaga nell’Africa tropicale, si contano milioni di morti in Congo e dintorni. Oggi, la Somalia è in mano alle bande armate dei «Tribunali speciali» - alimentate dai fondi segreti che la Cia ha investito invano contro di loro - e un nuovo Afghanistan dei talebani rischia d’installarsi nel corno d’Africa.

È da notare che il comando delle operazioni varia. L’Onu è responsabile nel Timor. La Nato (con una forte partecipazione europea) in Afghanistan. Il Pentagono in Iraq. Eppure, le situazioni coincidono, poiché l’avversità da controllare è fondamentalmente la stessa. Il modello ridotto somalo si diffonde sul pianeta. Le popolazioni diventano bottini di guerra dei caid locali senza dio e senza patria. Con il pretesto di vessilli volubili - religione, etnia, ideologia improvvisata razzista o nazionalista, dovere di memoria falsificato - i commando si disputano il potere a colpi di kalashnikov. Si battono meno fra di loro che contro i civili; questi rappresentano il 95% delle vittime, innanzitutto donne e bambini. Il terrorismo, definito come attacco deliberato di civili in quanto tali, non è appannaggio dei soli integralisti islamici. Notate bene che il procedimento è stato ed è impiegato da un esercito regolare (benedetto dai pope ortodossi) e da milizie agli ordini del Cremlino in Cecenia, dove si contano decine di migliaia di bambini morti. Quando gli assassini si appellano al Corano, sono ancora i passanti disarmati, musulmani, ad agonizzare. La Somalia è il laboratorio in vivo dell’abominio degli abomini: la guerra contro i civili. 

Fra il 1945 e il 1989, data della caduta del Muro di Berlino, la guerra fra i blocchi fu fredda, tanto in Europa che nel Nord America. Altrove, scoppiarono ovunque rivoluzioni e controrivoluzioni, ci furono colpi di Stato e massacri di milioni di individui. Mai, nella storia, le società umane furono scosse così tanto come nel breve mezzo secolo in cui crollavano gli ingiusti imperi coloniali; mentre troppo spesso guerre di liberazione, sommosse e insurrezioni generavano nuovi dispotismi più o meno totalitari. Nella tormenta, le tradizioni millenarie andavano a farsi benedire. Regimi, usanze e legami secolari furono sistematicamente distrutti. Al termine di tale sisma storico mondiale, i due terzi dei nostri simili hanno perso i loro punti di riferimento. Non possono vivere come prima. E non possono più (non ancora, dice l’ottimista) esistere come i cittadini tranquilli degli Stati di diritto occidentali. In ogni angolo dell’universo sussistono vivai di guerrieri giovani e meno giovani, vestiti come capita o in uniforme, ugualmente avidi di conquistare alloggi, carriere, donne e ricchezze.

All’inizio della Germania di Weimar (1920), Ernst Von Salomon profetizzava «la guerra del 1914-18 è finita, ma i guerrieri ci sono sempre» e i militari a mezza paga popolarono le sezioni d’assalto hitleriane. Alla caduta dell’impero sovietico, il dissidente Vladimir Bukovski avverte: «Il dragone è morto, ma le dragonnades (persecuzioni esercitate dai dragoni di Luigi XIV contro i protestanti, ndt ) si propagano». Un’ex armata rossa devastò, sotto Milosevic, l’ex Jugoslavia; un’altra, sotto Eltsin e Putin, devastò il Caucaso del Nord. Sarebbe stato meglio non far cadere Saddam autorizzandolo a completare per un altro decennio la sua orribile rassegna di torturati, sciancati e cadaveri? Uno o due milioni di vittime in un quarto di secolo? Gli iracheni, malgrado le minacce di morte, si sono recati per tre volte, sempre più numerosi, alle urne, e non sembra rimpiangano la caduta del dittatore. È bene che oggi i soldati americani e i loro alleati sloggino immediatamente come in Somalia? Anche i governanti più antiamericani, i più invasati come i francesi, si augurano che questo non accada e che la coalizione non abbandoni il terreno ai tranciatori di teste. 

La lotta per evitare la «somalizzazione» del pianeta comincia appena, probabilmente dominerà il XXI secolo. Se resistono alla malia dell’isolazionismo, gli americani impareranno dai loro errori. E l’Europa si deciderà ad aiutarli, oppure si abbandonerà alle premure del petro-zar Putin, pronto a fare il gendarme del vecchio continente predicando il terrorismo antiterrorista, basandosi sulla sua opera di devastazione della Cecenia. La sfida senza frontiere dei guerrieri emancipati, schiavi dei loro comodi, accorda poco tempo alle nostre tergiversazioni. Occorre scegliere. O si accetta la somalizzazione generale cercando rifugio in un’illusoria fortezza euro-asiatica. O si resuscita un’alleanza democratica, militare e critica euro-atlantica. (Traduzione di Daniela Maggioni)

 «PACE, TREGUA,

AL NASCERE PRELATO, PRINCIPE MORIRE»

 

NOSTRADAMUS: PRESAGIO 1555, 1

 

«D'esprit divin l'ame presage atteinte

Trouble, famine, peste, guerre courir,

Eaux siccitez, terre et mer de sang teinte,

paix, tresve, à nastre prelats, Princes mourir»

«Di Spirito Divino l'anima attenta

Confusione, fame, peste, guerra correre

Acque, siccità, terra di sangue tinte 

Pace, tregua, al nascere prelato, Principe morire".

(Traduzione di Renucio Boscolo tratta dal suo libro Centurie e Presagi di Nostradamus – Edizione Meb Torino)

 «AL NASCERE PRELATO, PRINCIPE MORIRE»

 

Disegno tratto dalla mappa di Mosca eseguito dall’autore

 

Mappa di Mosca con i tratti del disegno accanto riportati.

 

IL GIARDINO DEI FINZI CONTINI

Il 2 giugno scorso, festa della Repubblica, come tutti gli altri giorni, dopo aver fatto colazione, sono uscito di casa per fare due passi. Si vedeva che era festa dal fatto consueto che in quest’epoca per molti è una come un’altra, un’occasione buona per svincolarsi dalle cose quotidiane, lasciando da parte il resto, non senza il dovuto rispetto. Così doveva essere per un terzetto di persone, una giovane coppia ed il loro bel ragazzino con le loro mountain bike inappuntabili, alabardati ognuno con inappuntabile e luccicante tuta aderente, casco e quant’altro, un tutto di corredo che deve essere costato un bel po’. Ma oggi si fanno pazzie ancora più grandi pur di soddisfare il proprio ego smanioso di mettersi in mostra, come un bel fiore “pavone”, a sfidare chissà quale sole per imporgli un impossibile «fermati sole». È una malattia come tante altre assai virulenti che i media, asserviti dai sistemi dominanti del momento, della politica, del commercio, dello sport e così via,  allestiscono grazie ad una sofisticata tecnica dell’informazione capillare. E così era per quei tre, inconsapevoli di tutto questo intricato retroscena pazzesco. Erano lì pronti per scattare, come se aspettassero il via di un giudice di gara per una corsa campestre immaginaria. Mi faceva quasi tenerezza questa visione che mi portava a considerare i frutti di un passato non tanto lontano di guerre irredententistiche e successivamente le due mondiali. Senza contare tutte le agitazioni popolari dell’ultimo mezzo secolo per dar assetto finalmente alla nostra cara Repubblica Italiana che ci ritroviamo per quella che è (buona tutto sommato), dopo sessant’anni dal suo sorgere, con alternanze di governi sempre discussi. Mestamente pensai così a quel trio in bici, quasi che ci fosse il parallelo dantesco con la sua «onesta» Beatrice, «quando ella altrui saluta», non senza una velata riflessione di vedere in quella bella giovane coppia ed il loro pargolo, nel quale riponevano chissà quali progetti, i loro padri che, forse, vere gioie non hanno mai avuto, se non i figli oggi ben messi, perché presi dal loro lavoro indefesso di umili artigiani o di operai a manovrare leve di fumosi e scottanti crogiuoli alchemici moderni, per fornire acciaio o altri metalli, in profilati, lamiere ed altro impiegati ovunque per far palazzi, automobili, treni, aerei, navi e via dicendo. Ma quel che ora mi sta passando per la mente - mi domando - gioverebbe che fosse almeno appena percepibile nella mente di quei tre presi dall’estasi delle magiche palpazioni solari? Forse no, ma per noi qui, in questo immaginario convivio del presente scritto che poi sarà letto, spero, da volenterosi lettori del web, è una buona e salutare occasione per far nascere nuovi sensi che mancano al nostro corpo mentale. E può essere che, in seguito alle riflessioni che io spingo a fare, più di un lettore comincerà a ragionare in altro modo, prima d’altro pacato, giusto in prospettiva di retroscene che ignoriamo molto spesso da stolti, proprio come fanno i ragazzini. Un aforisma di Eraclito dice che «E’ nei cambiamenti che troviamo uno scopo», non privo dall’aver visto da quale pulpito ci proviene questa frase: da chi era chiamato, l’oscuro, il tenebroso. Questo ci potrebbe far capire che non lo si potrebbe mai trovare lo scopo, messo lì sul moggio da Eraclito, quasi a portata di mano, senza passare per l’evangelica «via stretta» e non a buon mercato. Perciò, ritornando ai fatti contemporanei in balia chissà di quali accadimenti poco raccomandabili, non può essere che questo sia il momento propizio di dover procedere nel modo che io suggerisco, visto che a nessuno sorge la necessità del confronto globale, grazie al quale riusciremo a immaginare che futuro ci attende, e che a quanto sembra non appare tutto rosa e fiori? Ritornando al mio riflettere su quei tre ciclisti, proprio a ragione di tutto questo modo di vedere che non trascuro mai, fui trascinato dal pensiero là dove non avrei voluto. Vidi da un tratto al loro posto una scena di un film di De Sica, uno dei suoi ultimi, molto famoso, «Il giardino dei Finzi Contini». E così mi comparvero chiaramente davanti agli occhi interiori quei giovani universitari ebrei ferraresi a giocare a tennis. Sentivo persino il loro parlare festoso e divertito, mentre palleggiavano. Ma fu di breve durata la cosa che subito dopo mi comparve, terrorizzandomi, lo scenario della loro deportazione insieme ai loro cari là dove non c’era ritorno, ma solo atroci sofferenze ed infine la vergognosa morte dei campi di sterminio nazisti. Ora riemergendo da tutto ciò assai funesto e discorrendo in termini reali, potrò fare la parte da menagramo, ma non credo di esagerare nell’intravedere la dura realtà al di fuori dei confini dell’Italia verso l’Est, che è quanto basta per svincolare la mente dall’attaccarsi a cose che, bene o male oggi abbiamo e che ci può avvertire saggiamente che noi dell’Occidente, forse abbiamo raggiunto il top del benessere.  Ed ora, forse, ci aspetta di conseguenza una discesa che deve essere percorsa con avvedutezza, soprattutto in concordia. Non possiamo permetterci di ignorare che il mondo dei tanti popoli non progrediti oggi ci invade ed è qui il luogo di scontro fatale. Non si può evitare di capire che essi non sono in grado di vivere e concepire la vita al modo di noi occidentali ed è proprio l’intimo ed inevitabile rapporto con loro che, se per noi, può essere tollerabile, per loro no, assolutamente no. Perché il loro orologio del tempo gira in altro modo è quello antico che la loro razza e religione hanno posto nel tempo. Molti di quest’Oriente in fermento, anzi in rivoluzione apparentemente pacifica qua e là, impazziscono trasformando le loro rivendicazioni in atti terroristici, se non minacce ancora peggiori, come quelle palesi dell’Iran oggi incapace di freni inibitori.

Ora prevalgono in me vaghi ricordi di un viaggio fatto proprio in Iran, a Teheran molti anni fa. Si discuteva per il progetto della vetreria da fare presso Teheran, insieme ad altri colleghi accanto chiamati là per fornire consulenza e l’impresa per costruirla. Di tanto in tanto interveniva qua e là l'ingegnere capo progetto iraniano, scorrendo i grani di un piccolo rosario fra le dita. E poi mi sovviene un altro quadro, un matrimonio festoso, che non afferravo, nel grande albergo ove alloggiavo. Mi fu permesso di sbirciare nella sala dello sposo che era come in trono su una pedana, e tutti cantavano e ballavano fra loro ridendo festosamente. Sentivo a mala pena un brusio proveniente dalla sala del piano inferiore, quella della sposa, ma non mi era consentito accedervi. A pensarci oggi, mi dà un senso d'angoscia, come di un mondo svincolato dal tempo.

Gaetano Barbella          

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