GAETANO
BARBELLA
L’AIGLÒN
FRA STORIA E MISTERO
NOSTALGIE
BONAPARTISTE
Forum:
Forum del CNI-CG
Da:
massimiliano molini di valibona
29/05/2006, alle 01.55
L'Aiglon
Napoleone II Re di Roma
Illustri
partecipanti,
vorrei
aprire una nuova discussione sulla figura e sulla vita di S.A.I.
Napoleone II, detto l'Aiglon,
morto in Austria, come Duca di Reichstadt
Di
questo personaggio storico, dalla vita breve e sfortunata, si dice, tra
l'altro, che fosse il padre naturale di S.M.I. Francesco Giuseppe
d'Asburgo, Imperatore d'Austria .
Al
di là delle supposizioni, accreditate tra l'altro, anche da una serie
di dipinti d'epoca che mostrano una somiglianza impressionante tra i
due, non sono riuscito finora, a trovare prove certe che testimonino il
fatto.
Se
fosse possibile, all'interno della eventuale discussione storica e
umana, gradirei se possibile, conoscere notizie in merito a questa
presunta paternità .
Cordiali saluti
Massimiliano
Molini di Valibona
IN
MEMORIA DI NAPOLEONE II
Ieri
il tradizionale Galà del solstizio d’estate dedicato all’Aiglòn
(Dal
Giornale di Brescia, 11 giugno 2006. Pagina della Cronaca)
Si
è svolta ieri a Roncadelle la cerimonia in ricordo di Napoleone II, re
di Roma, unico figlio legittimo dell’Imperatore, meglio conosciuto
come l’«Aiglòn».
Dopo
la sfilata dei labari, scortati dalle Guardie imperiali d’onore con
mantello da cerimonia e da un picchetto in uniforme d’epoca
napoleonica, nella cappella dell’Hotel President, appositamente
predisposta, è stata officiata una Messa solenne in memoria «dell’Aiglòn
e di tutti i caduti italiani in armi per difendere la Patria e l’onore
di sé stessi».
Pur
nel mutare delle circostanze storiche, con l’evoluzione dei tempi, ha
detto la Presidentessa delle Dame d’onore, Donna Annunziata Zina
Passantino Viotti dei Di Vincenzo, «gli ideali rimangono e noi vogliamo
trasmetterli ai giovani nel ricordo del grande impegno della cavalleria
per la difesa dei poveri, della giustizia e del buon senso universale
per la vita del mondo intero».
Questa
cerimonia, in uso solo nella ricorrenza della battaglia di Austerlitz è
stata approntata quest’anno in concomitanza per l’arrivo della
delegazione dello Stato dell’Arkansas in visita ufficiale in Italia.
Nel
corso della funzione religiosa, officiata dal cappellano, don Stefano
Preside dell’Istituto S. Giovanni Bosco dei Salesiani, S.A.
Massimiliano Molini conte di Valibona, principe di Chauvigny,
accompagnato dall’aiutante di bandiera, conte Iacopo di Bernardo mauri
e dall’alfiere cav. Flavio Bruno Pola di Vadalta ha dato inizio
all’intronizzazione dei cavalieri con l’antico cerimoniale,
accompagnato da un concerto per violino.
Tra
gli intronizzati, sua altezza serenissima il Principe don Davide Pozzi
di S. Sofia e il cavalier Giuseppe Valguarnera Barone di Girifalco di
Sicilia, e il capo della Polizia di Little Rock (Arkansas, Usa).
Teminata
la funzione religiosa, l’ingresso dei labari nella sala dei dragoni,
al suono della Marcia consolare ha dato inzio al solstizio d’estate.
È
stato consegnato in omaggio agli ospiti la pubblicazione «Tradizione
napoleonica» di Antonio Virgili, duca di Castelvenere e docente
all’Università Federico II di Napoli, con la prefazione di sua
altezza imperiale Charles Napoleon.
Durante
la cena musicale, tra i doni consegnati, particolare attenzione ha
suscitato il piatto di bronzo realizzato a Lumezzane con incisa la testa
di Napoleone.
TRATTI
STORICI DELL’«AIGLÒN»
NASCITA
Il
suo atto di nascita, posto in un registro speciale, recita: «Sua
Maestà l'Imperatore <sottinteso:
dei Francesi> e
Re
<sottinteso: d'Italia> ci
ha dichiarato essere sua intenzione che il re di Roma riceva i
nomi di Napoléon, François, Joseph, Charles.»
Napoléon
era il nome di suo padre, François
quello del nonno materno,
Charles
quello del nonno paterno; quanto a Joseph
si
ricorda che Giuseppe
Bonaparte
fu il padrino del bambino con Ferdinando
III di Toscana,
presente in luogo di suo fratello, l'imperatore
Francesco I d’Austria. (1)

Napoléon-François-Charles-Joseph
Bonaparte, Thomas Lawrence, 1818-1819, Fogg Art Museum Harvard
University Art Museums. (1)
IL
PRIMO ESILIO DEL PADRE
L’ARRIVO
DI NAPOLEONE BONAPARTE ALL'ISOLA D'ELBA
Alle
ore 18.30 del 3 maggio 1814, la fregata inglese Undaunted, al comando
del capitano Usher, gettava le ancore nella rada di Portoferraio. A
bordo dell’unità britannica era il nuovo signore dell’Isola
d’Elba Napoleone Bonaparte, ex imperatore dei Francesi.
A
seguito del trattato di Fontainbleau l’Elba, con altre isole
Dell’Arcipelago Toscano, era costituita in principato ed assegnata
come Stato a Napoleone.
Afferma
Giuseppe Ninci, autore della «Storia
dell’Isola dell’Elba» e
testimone oculare di questo avvenimento, che gli abitanti dell’isola
– 12000 ne contava l’Elba in quell’epoca – avrebbero voluto fare
grandi cose in onore del loro nuovo prestigioso sovrano: preparare archi
di trionfo, mettere su grandiose luminarie, organizzare festose parate.
Il tempo però mancava per la realizzazione di tali iniziative, perché
l’annuzio dell’arrivo di così importante personaggio aveva colto
gli Elbani di sorpresa.
Il
4 maggio, alle ore 15,30, Napoleone scendeva a terra. L’entusiasmo
dell’intera popolazione dell’Elba non ebbe limiti. Da ogni parte
dell’isola la gente era convenuta a Portoferraio, si era assiepata
lungo la darsena, aveva affollato la vecchia città di Cosimo de’
Medici, come prima non era mai avvenuto. Tutti volevano vedere da vicino
l’uomo che aveva dominato l’intera Europa e che ora assumeva il
governo dell’isola. Nelle abitazioni erano rimasti gli infermi.
Appena
messo piede a terra Napoleone vide avvicinarsi il maire Traditi che, su
un vassoio d’argento, gli offrì le chiavi della città. Emozionato al
massimo il Traditi si vide restituire le stesse chiavi: «Ve
le affido – disse Napoleone
– sono
certo che le custodirete bene».
Arrivato
in Municipio l’imperatore ricevette affabilmente tutte le persone che
si presentarono. Era già una festa in famiglia. Egli incitò le autorità
civili e religiose a mantenere l’ordine e la concordia.
Iniziava
dunque quel 4 maggio del 1814, per la vecchia Elba, un periodo storico
nuovo, un periodo certo fra i più belli della sua travagliata
esistenza. (2)
Disegno
eseguito dall’autore ricavato dalla mappa di Portoferraio
d’Elba.
|
Mappa
di Portoferraio d’Elba con i tratti del disegno in alto.
|
LA
LETTERA A MARIA LUISA
Testo
della lettera che Napoleone scrisse a Maria Luisa, lo stesso giorno
dell’arrivo all'isola d'Elba:
«Portoferraio,
il 4 maggio»
«Mia
buona Luisa, sono rimasto quattro giorni in mare con tempo calmo. Non ho
per nulla sofferto; sono arrivato all'isola d'Elba che è molto
graziosa; gli alloggi sono mediocri, ma ne farò preparare degli altri
in poche settimane. Non ho tue notizie. E' una pena di ogni giorno. La
mia salute è buonissima. Addio amica mia, tu sei molto lontana da me,
ma il pensiero è con la mia Luisa. Un tenero bacio a mio figlio. Tutto
tuo nap».
(2)
(1)
- http://it.wikipedia.org/wiki/Napoleone_II_di_Francia
(2)
- Tratto dal libretto di Luigi De Pasquali, "Napoleone
all'Elba" - Editrice Stefanoni Lecco.
L’AIGLÒN
DEL MISTERO
Del
famoso veggente francese, Michel Nostradamus, sono diverse le profezie
attribuite all’imperatore francese Napoleone I Bonaparte, non escluso
il successivo imperatore, Napoleone III, in relazione all’attentato di
Orsini nel 1858. Ma fa meraviglia non riuscire a trovare traccia, fra le
profezie di Nostradamus del tanto discusso ed emblematico figlio
legittimo di Napoleone Bonaparte, meglio noto come l’Aiglòn. Questo,
a maggior ragione del fatto che gli si attribuisce, ma senza esserne
certi, di costituire il padre di Francesco Giuseppe imperatore
dell’Austria. Dal canto mio, visto che in questa sede me ne sto
prendendo cura, e non perché mi sia presa tanta pena per simile
impresa, la sorte ha voluto che mi si parasse davanti ai miei occhi una
quartina del veggente in discussione perché balenasse in me una certa
luce che riguarderebbe, appunto il nostro «Aiglòn» della curiosità.
Ecco che nel leggere la quartina 5, Centuria 5 di Nostradamus, ancora da
decifrare, mi si para innanzi un quadro che neanche immaginavo. Ma prima
di parlarne riporto di seguito la quartina in questione, in francese
originale e poi in italiano.
|
Sous
ombre faicte d’oster de servitude,
Peuple
et citè l’usurpera luy mesme:
Pire
fera par fraux de jeune poute,
Livrè
au champ lisant le faux proesme.
|
Sotto
l’ombra finta d’ostentata servitude
Popolo
e città l’usurperà egli stesso
Malvagità
farà con frode al giovane fanciullo
Consegnato
al campo-editoriale il falso proemio |
(Traduzione
di Renucio Boscolo tratta dal suo libro Centurie e Presagi di
Nostradamus – Edizione Meb Torino)
Ed
ecco le mie riflessioni che vi riguarderebbero.
Prima
di tutto la definizione data dal veggente Nostradamus, «giovane
fanciullo» fa colpo e porta
decisamente al riferimento dell’«Aiglòn»,
giusta la perfetta aderenza della descrizione dell’ambiente poco
raccomandabile che lo circondava, come si sa dalla storia: «Sotto
l’ombra finta d’ostentata servitude».
Tutta una messa in scena che servì egregiamente a tenerlo lontano dagli
avvenimenti politici per il fondato timore di rinascite bonapartiste.
Resta la questione della giusta versione del personaggio rilasciato ai
posteri in relazione al verso «Consegnato
al campo-editoriale il falso proemio»,
sul quale, effettivamente, oggi si discute non poco a ragione di certe
concezioni di cui, però, non si hanno certezze.
Infatti,
riepilogando brevemente, i fatti relativi alla sua fine immatura a causa
della tisi, sappiamo che morì a Schönbrunn, senza aver contratto
matrimonio e senza aver generato figli. Null’altro di considerevole se
non fosse per un gossip
dell'epoca che attribuiva a lui la vera paternità del futuro imperatore
d’Austria Francesco Giuseppe che risulterebbe in questo modo, per
sangue, nipote di Napoleone...
Ecco
ciò che mi ha portato sulla strada del «falso
proemio»
suddetto, il supposto “gossip”
che sembrerebbe costituirne la giustapposizione storica, salvo a trovare
altri spiragli, come farò vedere, nella quartina nostradamica che lo
confermano. Per esempio, cosa vuol indicare il verso «Popolo
e città l’usurperà egli stesso»
se riferito al nostro Aiglòn?
Ciò
che ho immaginato con ancora più chiarezza a questo punto, è la
comparsa di uno mostruoso scenario dietro le quinte della realtà
storica, nelle misteriose mani di una sorta di velata giustizia da
contrappasso. Di qui l’orizzonte di eventi voluti dalle potenze
vincenti dell’Europa di quel tempo che hanno forzato la loro mano per
obliare un scomodo gigante della guerra, l’imperatore Napoleone
Bonaparte, non solo come “genia”
bellica ma anche come “genia”
biologica. Ma ironia del
destino, quella stessa “genia”
se la ritrovano comunque con Francesco Giuseppe e poi con Hitler («Popolo
e città»). Come si sa i resti
di Napoleone II furono trasferiti agli Invalides
il 15 dicembre 1940 per disposizione di Adolf
Hitler, appunto, in una tomba
vicina a quella di Napoleone I, recante l'iscrizione «Napoléon
II Roi de Rome». Non è una
prova ma è pur sempre una inconcepibile mano del destino che ha voluto
lasciare comunque la sua traccia occulta. La data fu scelta per segnare
il centenario del trasferimento agli Invalides
delle ceneri di Napoleone, avvenuto appunto il 15 dicembre 1940. Che
dire? Quando si tenta di sfiorare il mistero, la ragione si rifiuta di
soppesarla, non possedendo appigli concreti, tuttavia non si può
neanche escluderne la possibilità. In tal caso, se non altro ci sarà
pur sempre qualcuno incline a credervi in modo eccezionale, magari fra
coloro che si sentono ancora alfieri di un potere supremo, non importa
se «bonapartisti»
o di tutti quelli che a suo tempo vi furono estremamente avversi. Se così
fosse, riflettendo sul mostruoso disegno del destino racchiuso
nell’emblematico presagio di Nostradamus, riferibile al «falso
proemio» e rincarando la dose
con la presa di coscienza di questa trama così bastarda (attraverso
questo scritto: ma ambasciator non porta pene!), non potrà mai più
sentirsi fiero del suo stato di antico privilegio, poiché peserà in un
sol momento sulle sue spalle la tragedia di ben due guerre mondiali e i
genocidi che ne son derivati. Ecco il segreto messaggio che trapela in
quel «Popolo e città» che «usurperà egli stesso»! A chi toccherà?
Per quel che mi riguarda, potrei stimarmi solo simile ad un certo «Cirene»
evangelico sulle cui spalle fu posta la croce di Gesù menato sul
Golgota, stimandomi solo un “plebeo”
cui nessuno dà retta esplicitamente. Altrimenti avrei intorno a me i
giusti “apostoli”,
la “madre”
e le “pie donne”
che non vedo!
Intanto
il vaso di Pandora nostradamico riguardante «Popolo
e città» in questione, oggi
sembra far traboccare ancora dell’altro di grande «spavento».
Sentite cosa ha da dire André Gluksmann che scrive un pesante articolo
sul Corriere della Sera del 14 giugno 2006, mentre io concludo sull’«Aiglòn».
C’È
LO SPETTRO SOMALIA: BASTA IPOCRISIE
di
ANDRÉ GLUCKSMANN
(Tratto
dal Corriere della Sera del 14 giugno 2006)
Militari
ammutinati mettono fuoco alle polveri di un disordine politico sociale
latente. In Afghanistan, i talebani, mandati allo sbaraglio quattro anni
fa, riemergono con violenza. In Somalia, pick-up e 4x4 irte di
mitragliatrici assicurano il trionfo dei più fanatici. E l’Iraq
piange ogni giorno le sue cataste di civili sgozzati, fatti saltare in
aria, abbattuti da nostalgici sanguinari di Saddam Hussein. Per molto
tempo, il peccato mentale dei militari occidentali fu quello di
immergersi nei conflitti del giorno in ritardo di una guerra. Questa
abulia colpisce ormai gli alti dirigenti pacifisti che si stordiscono
con le pseudo-lezioni del passato rimproverando a Washington di
impantanarsi in un «nuovo Vietnam». Nulla è più ingenuo: Zarqawi non
era Ho Chi-Minh. L'Iraq esce da trent'anni di una spaventosa dittatura
totalitaria e non da tre decenni di sommossa anticolonialista. Nessun
dato geopolitico consente di applicare all’attuale confusione irachena
gli schemi dell’ultima grande guerra calda dell’epoca, per fortuna
passata, della guerra fredda. La minaccia che pesa sulla società
irachena non è una vietnamizzazione, ma una «somalizzazione».
Ricordate quando, patrocinate dall’Onu, truppe internazionali, con gli
americani in testa, sbarcarono a Mogadiscio (Operazione «Restore hope,
1993)? Bisognava garantire la sopravvivenza di una popolazione affamata
e massacrata da clan rivali. Avendo perso 19 dei loro soldati in una
spaventosa trappola, i soldati americani tornarono indietro. Il resto è
noto. Clinton, scottato, giura «mai più» e un anno dopo rifiuta
d’intervenire in Ruanda (aprile 1994), dove sarebbero bastati 500
caschi blu per interrompere il genocidio che travolse un milione di
Tutsi in tre mesi (record di Auschwitz battuto nel rapporto rapidità/numero
di vittime). Il seguito del seguito non è meno noto, la peste
sterminatrice si propaga nell’Africa tropicale, si contano milioni di
morti in Congo e dintorni. Oggi, la Somalia è in mano alle bande armate
dei «Tribunali speciali» - alimentate dai fondi segreti che la Cia ha
investito invano contro di loro - e un nuovo Afghanistan dei talebani
rischia d’installarsi nel corno d’Africa.
È
da notare che il comando delle operazioni varia. L’Onu è responsabile
nel Timor. La Nato (con una forte partecipazione europea) in
Afghanistan. Il Pentagono in Iraq. Eppure, le situazioni coincidono,
poiché l’avversità da controllare è fondamentalmente la stessa. Il
modello ridotto somalo si diffonde sul pianeta. Le popolazioni diventano
bottini di guerra dei caid locali senza dio e senza patria. Con il
pretesto di vessilli volubili - religione, etnia, ideologia improvvisata
razzista o nazionalista, dovere di memoria falsificato - i commando si
disputano il potere a colpi di kalashnikov. Si battono meno fra di loro
che contro i civili; questi rappresentano il 95% delle vittime,
innanzitutto donne e bambini. Il terrorismo, definito come attacco
deliberato di civili in quanto tali, non è appannaggio dei soli
integralisti islamici. Notate bene che il procedimento è stato ed è
impiegato da un esercito regolare (benedetto dai pope ortodossi) e da
milizie agli ordini del Cremlino in Cecenia, dove si contano decine di
migliaia di bambini morti. Quando gli assassini si appellano al Corano,
sono ancora i passanti disarmati, musulmani, ad agonizzare. La Somalia
è il laboratorio in vivo dell’abominio degli abomini: la guerra
contro i civili.
Fra
il 1945 e il 1989, data della caduta del Muro di Berlino, la guerra fra
i blocchi fu fredda, tanto in Europa che nel Nord America. Altrove,
scoppiarono ovunque rivoluzioni e controrivoluzioni, ci furono colpi di
Stato e massacri di milioni di individui. Mai, nella storia, le società
umane furono scosse così tanto come nel breve mezzo secolo in cui
crollavano gli ingiusti imperi coloniali; mentre troppo spesso guerre di
liberazione, sommosse e insurrezioni generavano nuovi dispotismi più o
meno totalitari. Nella tormenta, le tradizioni millenarie andavano a
farsi benedire. Regimi, usanze e legami secolari furono sistematicamente
distrutti. Al termine di tale sisma storico mondiale, i due terzi dei
nostri simili hanno perso i loro punti di riferimento. Non possono
vivere come prima. E non possono più (non ancora, dice l’ottimista)
esistere come i cittadini tranquilli degli Stati di diritto occidentali.
In ogni angolo dell’universo sussistono vivai di guerrieri giovani e
meno giovani, vestiti come capita o in uniforme, ugualmente avidi di
conquistare alloggi, carriere, donne e ricchezze.
All’inizio
della Germania di Weimar (1920), Ernst Von Salomon profetizzava «la
guerra del 1914-18 è finita, ma i guerrieri ci sono sempre» e i
militari a mezza paga popolarono le sezioni d’assalto hitleriane. Alla
caduta dell’impero sovietico, il dissidente Vladimir Bukovski avverte:
«Il dragone è morto, ma le dragonnades (persecuzioni esercitate dai
dragoni di Luigi XIV contro i protestanti, ndt ) si propagano». Un’ex
armata rossa devastò, sotto Milosevic, l’ex Jugoslavia; un’altra,
sotto Eltsin e Putin, devastò il Caucaso del Nord. Sarebbe stato meglio
non far cadere Saddam autorizzandolo a completare per un altro decennio
la sua orribile rassegna di torturati, sciancati e cadaveri? Uno o due
milioni di vittime in un quarto di secolo? Gli iracheni, malgrado le
minacce di morte, si sono recati per tre volte, sempre più numerosi,
alle urne, e non sembra rimpiangano la caduta del dittatore. È bene che
oggi i soldati americani e i loro alleati sloggino immediatamente come
in Somalia? Anche i governanti più antiamericani, i più invasati come
i francesi, si augurano che questo non accada e che la coalizione non
abbandoni il terreno ai tranciatori di teste.
La
lotta per evitare la «somalizzazione» del pianeta comincia appena,
probabilmente dominerà il XXI secolo. Se resistono alla malia
dell’isolazionismo, gli americani impareranno dai loro errori. E
l’Europa si deciderà ad aiutarli, oppure si abbandonerà alle premure
del petro-zar Putin, pronto a fare il gendarme del vecchio continente
predicando il terrorismo antiterrorista, basandosi sulla sua opera di
devastazione della Cecenia. La sfida senza frontiere dei guerrieri
emancipati, schiavi dei loro comodi, accorda poco tempo alle nostre
tergiversazioni. Occorre scegliere. O si accetta la somalizzazione
generale cercando rifugio in un’illusoria fortezza euro-asiatica. O si
resuscita un’alleanza democratica, militare e critica euro-atlantica. (Traduzione
di Daniela Maggioni)
«PACE,
TREGUA,
AL
NASCERE PRELATO, PRINCIPE MORIRE»
NOSTRADAMUS:
PRESAGIO 1555, 1
|
«D'esprit
divin l'ame presage atteinte
Trouble,
famine, peste, guerre courir,
Eaux
siccitez, terre et mer de sang teinte,
paix,
tresve, à nastre prelats, Princes mourir»
|
«Di
Spirito Divino l'anima attenta
Confusione,
fame, peste, guerra correre
Acque,
siccità, terra di sangue tinte
Pace,
tregua, al nascere prelato, Principe morire". |
(Traduzione
di Renucio Boscolo tratta dal suo libro Centurie e Presagi di
Nostradamus – Edizione Meb Torino)
«AL
NASCERE PRELATO, PRINCIPE MORIRE»

Disegno
tratto dalla mappa di Mosca eseguito dall’autore

Mappa
di Mosca con i tratti del disegno accanto riportati.
IL
GIARDINO DEI FINZI CONTINI
Il
2 giugno scorso, festa della Repubblica, come tutti gli altri giorni,
dopo aver fatto colazione, sono uscito di casa per fare due passi. Si
vedeva che era festa dal fatto consueto che in quest’epoca per molti
è una come un’altra, un’occasione buona per svincolarsi dalle cose
quotidiane, lasciando da parte il resto, non senza il dovuto rispetto.
Così doveva essere per un terzetto di persone, una giovane coppia ed il
loro bel ragazzino con le loro mountain bike inappuntabili, alabardati
ognuno con inappuntabile e luccicante tuta aderente, casco e
quant’altro, un tutto di corredo che deve essere costato un bel po’.
Ma oggi si fanno pazzie ancora più grandi pur di soddisfare il proprio
ego smanioso di mettersi in mostra, come un bel fiore “pavone”, a
sfidare chissà quale sole per imporgli un impossibile «fermati sole».
È una malattia come tante altre assai virulenti che i media, asserviti
dai sistemi dominanti del momento, della politica, del commercio, dello
sport e così via, allestiscono grazie ad una sofisticata tecnica
dell’informazione capillare. E così era per quei tre, inconsapevoli
di tutto questo intricato retroscena pazzesco. Erano lì pronti per
scattare, come se aspettassero il via di un giudice di gara per una
corsa campestre immaginaria. Mi faceva quasi tenerezza questa visione
che mi portava a considerare i frutti di un passato non tanto lontano di
guerre irredententistiche e successivamente le due mondiali. Senza
contare tutte le agitazioni popolari dell’ultimo mezzo secolo per dar
assetto finalmente alla nostra cara Repubblica Italiana che ci
ritroviamo per quella che è (buona tutto sommato), dopo sessant’anni
dal suo sorgere, con alternanze di governi sempre discussi. Mestamente
pensai così a quel trio in bici, quasi che ci fosse il parallelo
dantesco con la sua «onesta» Beatrice, «quando ella altrui saluta»,
non senza una velata riflessione di vedere in quella bella giovane
coppia ed il loro pargolo, nel quale riponevano chissà quali progetti,
i loro padri che, forse, vere gioie non hanno mai avuto, se non i figli
oggi ben messi, perché presi dal loro lavoro indefesso di umili
artigiani o di operai a manovrare leve di fumosi e scottanti crogiuoli
alchemici moderni, per fornire acciaio o altri metalli, in profilati,
lamiere ed altro impiegati ovunque per far palazzi, automobili, treni,
aerei, navi e via dicendo. Ma quel che ora mi sta passando per la mente
- mi domando - gioverebbe che fosse almeno appena percepibile nella
mente di quei tre presi dall’estasi delle magiche palpazioni solari?
Forse no, ma per noi qui, in questo immaginario convivio del presente
scritto che poi sarà letto, spero, da volenterosi lettori del web, è
una buona e salutare occasione per far nascere nuovi sensi che mancano
al nostro corpo mentale. E può essere che, in seguito alle riflessioni
che io spingo a fare, più di un lettore comincerà a ragionare in altro
modo, prima d’altro pacato, giusto in prospettiva di retroscene che
ignoriamo molto spesso da stolti, proprio come fanno i ragazzini. Un
aforisma di Eraclito dice che «E’ nei cambiamenti che troviamo uno
scopo», non privo dall’aver visto da quale pulpito ci proviene questa
frase: da chi era chiamato, l’oscuro, il tenebroso. Questo ci potrebbe
far capire che non lo si potrebbe mai trovare lo scopo, messo lì sul
moggio da Eraclito, quasi a portata di mano, senza passare per
l’evangelica «via stretta» e non a buon mercato. Perciò, ritornando
ai fatti contemporanei in balia chissà di quali accadimenti poco
raccomandabili, non può essere che questo sia il momento propizio di
dover procedere nel modo che io suggerisco, visto che a nessuno sorge la
necessità del confronto globale, grazie al quale riusciremo a
immaginare che futuro ci attende, e che a quanto
sembra non appare tutto rosa e fiori?
Ritornando al mio riflettere su quei tre ciclisti, proprio a ragione di
tutto questo modo di vedere che non trascuro mai, fui trascinato dal
pensiero là dove non avrei voluto. Vidi da un tratto al loro posto una
scena di un film di De Sica, uno dei suoi ultimi, molto famoso, «Il
giardino dei Finzi Contini». E così mi comparvero chiaramente davanti
agli occhi interiori quei giovani universitari ebrei ferraresi a giocare
a tennis. Sentivo persino il loro parlare festoso e divertito, mentre
palleggiavano. Ma fu di breve durata la cosa che subito dopo mi
comparve, terrorizzandomi, lo scenario della loro deportazione insieme
ai loro cari là dove non c’era ritorno, ma solo atroci sofferenze ed
infine la vergognosa morte dei campi di sterminio nazisti. Ora
riemergendo da tutto ciò assai funesto e discorrendo in termini reali,
potrò fare la parte da menagramo, ma non credo di esagerare
nell’intravedere la dura realtà al di fuori dei confini dell’Italia
verso l’Est, che è quanto basta per svincolare la mente
dall’attaccarsi a cose che, bene o male oggi abbiamo e che ci può
avvertire saggiamente che noi dell’Occidente, forse abbiamo raggiunto
il top del benessere. Ed ora, forse, ci aspetta di conseguenza una
discesa che deve essere percorsa con avvedutezza, soprattutto in
concordia. Non possiamo permetterci di ignorare che il mondo dei tanti
popoli non progrediti oggi ci invade ed è qui il luogo di scontro
fatale. Non si può evitare di capire che essi non sono in grado di
vivere e concepire la vita al modo di noi occidentali ed è proprio
l’intimo ed inevitabile rapporto con loro che, se per noi, può essere
tollerabile, per loro no, assolutamente no. Perché il loro orologio del
tempo gira in altro modo è quello antico che la loro razza e religione
hanno posto nel tempo. Molti di quest’Oriente in fermento, anzi in
rivoluzione apparentemente pacifica qua e là, impazziscono trasformando
le loro rivendicazioni in atti terroristici, se non minacce ancora
peggiori, come quelle palesi dell’Iran oggi incapace di freni
inibitori.
Ora
prevalgono in me vaghi ricordi di un viaggio fatto proprio in Iran, a
Teheran molti anni fa. Si discuteva per il progetto della vetreria da
fare presso Teheran, insieme ad altri colleghi accanto chiamati là per
fornire consulenza e l’impresa per costruirla. Di tanto in tanto
interveniva qua e là l'ingegnere capo progetto iraniano, scorrendo i
grani di un piccolo rosario fra le dita. E poi mi sovviene un altro
quadro, un matrimonio festoso, che non afferravo, nel grande albergo ove
alloggiavo. Mi fu permesso di sbirciare nella sala dello sposo che era
come in trono su una pedana, e tutti cantavano e ballavano fra loro
ridendo festosamente. Sentivo a mala pena un brusio proveniente dalla
sala del piano inferiore, quella della sposa, ma non mi era consentito
accedervi. A pensarci oggi, mi dà un senso d'angoscia, come di un mondo
svincolato dal tempo.
Gaetano
Barbella |